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Raccontiamola giusta! 2017

Sempre felice di organizzare questa meravigliosa iniziativa. Tanta fatica, tutto volontariato, ma è ciò in cui credo, è il mio essere. E anche questa volta sarà meraviglioso.


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Riunione/Incontro Rete G.A.S. Lazio 8 ottobre 2016

RIUNIONE-INCONTRO RETE GAS LAZIO 8 ottobre 2016 dalle ore 10 🙂

Questo il programma:

h. 9,45 Saluti e accoglienza
h. 10 Riunione aperta dei GAS del Lazio. Definizione dell’ordine del giorno
h. 10.20 Inizio Riunione GAS del Lazio
h. 13.30 Pranzo e presentazione produttori
h. 15 Formazione a ReteDES.it
h. 16 Continua la Riunione dei GAS del Lazio
Argomenti in discussione (in via di definizione)

Esperienze, progetti e difficoltà dei GAS di Roma e del Lazio e delle reti locali e distretti (nascenti)
Fattoria Il papavero acquisto e prefinanziamento fragole e pesche: situazione e sviluppi 30′
Acquisti collettivi:
Lucart (carta riciclata) 2016-17 20′
E’ Nostra (energia) 15′
Campagne: Incontro stopTTIP a cura del comitato stop TTIP ROMA 10′
Barikamà: risultati finanziamento diffuso e situazione 10′
Rete Carta dei principi 10′
Rapporti con RES Lazio e Tavolo RES 25′
Rinnovo adesioni e Coordinamento 10′
Comunicazione, siti e mailing 10′
Siete tutti e tutte inviate a proporre argomenti o progetti e incontri con i produttori (scrivendo nelle liste).
In un’atmosfera semplice e costruttiva proponiamo una giornata di scambio di esperienze e decisioni, poi un pranzo conviviale (in collaborazione con la caffetteria Tatawelo) e un pomeriggio di formazione e progettazione. All’inizio dell’incontro verrà definito l’ordine con cui verranno affrontati gli argomenti.
Sono invitati anche i produttori interessati a partecipare.
Per annunciare la presenza di un produttore scrivere a gabriella.damico2008@gmail.com
Vi chiediamo di annunciare la vostra presenza a pranzo così da poter organizzare al meglio la cucina.
Come raggiungere l’Ex-Lavanderia:
http://www.exlavanderia.it/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=36&Itemid=54

Passaparola
Per favore condividi questa notizia al tuo GAS e ai vostri produttori.

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Africa Asia Cooperazione Politica

Le più grandi bugie sulla cooperazione Cina-Africa

LE PIU’ GRANDI BUGIE SULLA COOPERAZIONE TRA LA CINA E L’AFRICA

di Jean-Paul Pougala

Nel mese di luglio 2013, nelle principali città della Gran Bretagna, c’è una curiosa campagna condotta attraverso i manifesti, i cartelloni giganti negli aeroporti, nelle stazioni della metro, agli incroci delle grandi città britanniche. E’ una campagna pagata da uno dei principali organi d’informazione, il magazine britannico The Economist. Il titolo della pubblicità è: BOOMING CHINESE INVESTMENT IN AFRICA IS BAD FOR AFRICANS (Il boom degli investimenti cinesi in Africa è un male per gli africani). La locandina ci spiega perché gli investimenti cinesi in Africa sarebbero così catastrofici con tre motivi: 1- I cinesi sostengono i governi dittatoriali in Africa, 2- Le fabbriche tessili cinesi in Sudafrica pagano meno del salario minimo autorizzato e 3- Gli elefanti stanno per scomparire dall’Africa orientale a causa dei cinesi. E infine il pubblico britannico è interrogato sulla posizione da prendere. Ciò che il celebre settimanale inglese ha dimenticato è un punto 4- La Cina è responsabile delle piogge torrenziali e delle zanzare in Africa tropicale. E anche di un 5- La Cina è responsabile della mancanza d’acqua nel deserto del Sahara e del Kalahari.

Questa pubblicità è la prova che nella testa di alcuni europei gli africani sono ancora dei bebé ai quali bisogna ancora insegnare a camminare. Come non dar loro ragione se esiste anche un solo africano che partecipa a questo nuovo tipo di linciaggio contro la Cina in Africa senza porsi la domanda di sapere perché è il nostro predatore tradizionale a soffrire tanto della presenza della Cina in Africa?

Molti africani residenti in occidente sono talmente appiattiti sulle idee e sulle opinioni dei loro proprietari bianchi che costruiscono le loro opinioni sulla Cina in base alle conoscenze forgiate attraverso la propaganda dei media menzogneri dell’occidente. La cosa più semplice per loro è quella di fare un piccolo viaggio e un soggiorno di almeno 6 mesi in Cina. Ciò permetterebbe loro non di conoscere la Cina ma ciò che realmente è l’occidente: un bluff, un semplice inganno che si perpetua quotidianamente con favole in cui esso sarebbe sempre la guida del mondo e la Cina non sarebbe altro che un fuoco di paglia.

Quando soggiorneranno in Cina, capiranno loro stessi perché l’occidente è finito. E che tutto il parlare di Obama sulla disoccupazione dei giovani, il bla-bla dell’Unione europea sui debiti pubblici della zona euro da pagare a rate, non sono altro che un vecchio disco graffiato che recita parole che non hanno alcun rapporto con la durata di un mondo che loro non controllano e che credono interpretare sempre con l’arroganza dei padroni di ieri.

Ecco un’antologia delle bugie sulla Cooperazione tra la Cina e l’Africa, sapientemente intrattenuti dai media occidentali:

LA CINA INVADERA’ L’AFRICA PERCHE’ E’ SOVRAPPOPOLATA – FALSO !
A- la Cina non è sovrappopolata. Con una densità di 141 abitanti per km2, la Cina è meno popolata dei principali paesi asiatici, ma anche europei e africani, ovviamente: la Nigeria (189 abitanti/km2), la Svizzera (194 abitanti/km2), l’Italia (204 abitanti/km2), la Germania (227 abitanti/km2), il Pakistan (243 abitanti/km2), il Regno Unito (260 abitanti/km2), il Giappone (337 abitanti/km2), l’India (391 abitanti/km2), i Paesi-Bassi (405 abitanti/km2), la Corea del Sud (491 abitanti/km2), il Bangladesh (1137 abitanti/km2), Gibilterra (Gran Bretagna): 4.159 abitanti/km2, Monaco (Francia): 15.250 abitanti/km2.

B- Se coloro che pretendono che la Cina invaderà l’Africa basandosi sulla densità della popolazione cinese per dire che hanno una penuria di spazio talmente forte che invaderanno l’Africa, allora con i suoi 141 abitanti per km², e la Nigeria con 189 abitanti/km², è al 100% più probabile che la Nigeria invada il limitrofo Camerun, piuttosto che la Cina, così lontana e meno popolata. Ma nei fatti, no, i nigeriani non invaderanno il Camerun perché ognuno ama restare nel proprio paese. « Home be Home » si dice in Camerun per dire che, nonostante tutto, ognuno si sente a proprio agio a casa propria.

C- Ciò che spinge le persone a lasciare il proprio paese è la miseria e la guerra. Dal momento in cui la Cina conosce la sua prosperità perché i suoi abitanti dovrebbero lasciare in massa il proprio paese? Lo stesso vale per l’Africa, coloro rimasti in Africa stanno diventando più ricchi di coloro che sono partiti, secondo il Ministero cinese degli affari esteri, si osserva un movimento inverso di ritorno dei cinesi che avevano lasciato il proprio paese nei decenni passati. I bambini dei cinesi nati all’estero scelgono per lo più di proseguire i loro studi in Cina piuttosto che in occidente. L’Università di Pechino ha finanche un canale privilegiato per accogliere tutti questi nuovi cinesi nati all’estero. Questi bambini hanno capito che non saranno mai ricchi se resteranno in occidente. E’ così che, generalmente con i genitori, sono in procinto di fare le valigie per rientrare nel loro paese. Nel momento in cui riescono dalla Cina, ricolonizzano i loro ex paesi di residenza o di nascita in occidente.

D- Sul numero totale della popolazione mondiale, il 60% abita in Asia, il 15% in Africa. Se ci si ferma a queste due cifre è facile dire che in questo caso è naturale che gli asiatici invaderanno l’Africa. Ma ciò che da un secolo interessa gli asiatici come destinazione di popolamento, non è l’Africa ma l’America del nord che non conta oggi che il 5% della popolazione mondiale, cioè un terzo della popolazione africana. E l’Oceania, 0,5% della popolazione mondiale, cioè 30 volte meno popolata dell’Africa. Dunque è naturale che gli asiatici, che siano coreani, giapponesi, indiani, pachistani, srilanchesi, indonesiani o vietnamiti, le loro destinazioni preferite sono 4: il Canada in testa, seguito dagli USA, l’Australia, e la Nuova Zelanda. I cinesi che vivono in Africa per contratti di grandi lavori pubblici ritornano di solito in Cina alla fine dell’opera. Gli altri, per la maggior parte commercianti che trasferiscono quasi tutti i loro profitti in Cina, sono semplicemente la prova che non vogliono stabilirsi eternamente in Africa.

E- OGNUNO A CASA PROPRIA

Secondo le Nazioni Unite, da 100 anni, il numero di immigrati è rimasto stabile intorno al 3%. Così, nel 2010, c’erano 214 milioni d’immigrati nel mondo, cioè il 3,1% della popolazione mondiale. Nel 1990, erano il 2,9% della popolazione mondiale, e il 2,3% nel 1965. Secondo la stessa fonte, nel 2005, c’erano 62 milioni di persone nate al sud ma residenti nel nord, 61 milioni di persone che sono immigrate da un paese del sud verso un altro paese del sud e 14 milioni di persone nate nel nord ma residenti nel sud, 53 milioni di persone che sono passate da un paese del nord verso un altro paese del nord. Le migrazioni più importanti si sono verificate in genere tra due paesi vicini. Così, sui 35 milioni d’immigrati che contano gli Stati Uniti, più della metà vengono dal Messico. In Svizzera, dove una giornalista ha fatto recentemente un reportage militante in Camerun per influenzare il voto degli svizzeri sul referendum per ridurre il diritto d’asilo, ciò che la popolazione non sa è che il sentimento che hanno di essere invasi dai neri e dagli arabi non è altro che molto soggettivo. Nei fatti, le statistiche ufficiali svizzere ci dimostrano che all’interno del 25% di immigrati che conta il paese, più del 70% sono europei, provenienti soprattutto da tre paesi, Italia in testa che conta per il 16,7% di immigrati, la Germania per il 15,5% d’immigrati in Svizzera, la Francia e il Portogallo. Nessun paese africano rientra nella top 10 degli immigrati più numerosi in Svizzera, sono tutti europei.

Il numero di cinesi residenti in Canada e negli USA è di 100 volte superiore al loro numero in Africa. Per di più, in Africa, nella maggioranza dei casi non risiedono. Appena hanno fatto un po’ di soldi, rientrano in Cina. Il Camerun ha festeggiato i suoi 40 anni di relazioni con la Cina nel 2011. Nelle statistiche non c’è neanche un cinese residente in Camerun negli ultimi 20 anni. Perché gli americani o i canadesi non dicono mai di essere invasi dai cinesi? Proprio lì dove ci sono dei cinesi residenti negli Stati Uniti da più di 100 anni? Secondo Immigration-Canada, tra il 2001 e il 2006 sono 150.000 i cinesi che hanno ricevuto l’autorizzazione di risiedere in Canada il che conferma il fatto che i cinesi costituiscono la prima comunità d’immigrati in Canada; secondo la stessa fonte, il Canada preferisce di gran lunga gli immigrati asiatici rispetto a tutte le altre aree del mondo. Per esempio, nel 2006, gli immigrati provenienti dalla Cina, dall’India, dalle Filippine e dal Pakistan formavano solo loro il 40% dei nuovi arrivati in Canada. E per arrivare a questa cifra, come in tutti i paesi comunisti del mondo, è la Cina che limita il numero dei suoi espatriati in partenza per il Canada, quest’ultimo ha dovuto negoziare con la Cina per avere i suoi cittadini [di Pechino].

C’è un segreto che viene molto ben custodito in occidente, e questo segreto è che tutti loro si battono come pazzi per avere degli immigrati cinesi, conosciuti per « lavorare come delle piccole formiche ». In Italia, l’importazione di migliaia di artigiani cinesi negli anni ’90 ha permesso di rallentare la morte del settore tessile nella zona di Prato in Toscana. I nuovi arrivati cinesi a quel tempo abitavano negli ex atelier tessili che non riuscivano più a tenere testa alla forte concorrenza degli stilisti spagnoli. Facendoli lavorare dalle 12 alle 16 ore al giorno, l’Italia ha visto i propri registri degli ordinativi di camicie, gonne, pantaloni, abiti Made in Italy, di nuovo pieni.

Il Canada ha dovuto negoziare con la Cina ed ha strappato un accordo nel 1994 che garantisce a ogni cinese che lo Stato lo giudicherà eleggibile per diventare sistematicamente residente permanente in Canada. Ad oggi non esiste un accordo simile con nessun paese africano e il Canada. Finanche la Delegazione del Quebec che ha per obiettivo quello di far venire in Quebec un numero importante di migranti francofoni per rompere l’egemonia dei canadesi anglofoni, si guarda bene dal dare la priorità ai paesi africani. Anch’essa preferisce i migranti cinesi nella speranza che lavorando come piccole formiche 12 ore al giorno, contribuiscano a dinamizzare l’economia del paese, mentre per gli africani è il contrario. La percezione è che gli africani che chiedono di entrare in Canada siano delle persone che non amano il lavoro e che fuggano dai loro paesi nell’illusione di trovare il posto dove guadagnare molto lavorando poco.

In poche parole, coloro che dicono agli africani che i cinesi li stanno per invadere cercano di fare accordi per ricevere i cinesi a casa loro in massa, annacquando le condizioni di arrivo di questi cinesi ed è la Cina che non vuole. Se la Cina limita il numero dei suoi cittadini che si stabiliscono in Canada, perché dovrebbe, da un giorno all’altro, moltiplicare per 10 il numero di voli tra la Cina e l’Africa, solo per sbarazzarsi dei propri cittadini e invadere l’Africa? Cosa vorrebbe prendere di più rispetto a quello che prende già in Canada? Se per le autorità pubbliche in occidente i lavoratori cinesi possono dinamizzare interi settori delle loro economie, perché quando si tratta degli stessi cinesi in Africa, la loro presenza dovrebbe essere piuttosto catastrofica per l’economia africana?

F- PERCHE’ NIENTE SULL’INDIA?

Per capire il livello di manipolazione degli africani contro la Cina, bisogna anche chiedersi perché gli occidentali non ci dicono mai niente sul fatto che gli indiani invaderanno l’Africa anche se ci sarebbero almeno 3 elementi che potrebbero suffragare questa tesi, anche se errata:

1- l’India ha quasi la stessa popolazione della Cina ma su un territorio 3 volte più piccolo. Quindi se c’è un paese che ha bisogno di uno spazio vitale questo sarebbe l’India con i suoi 3,2 milioni di km², la sua ricchezza di 1.873 miliardi di dollari nel 2011 e non la Cina, con i suoi 9,7 milioni di km² e i suoi 7.318 miliardi di dollari sempre nel 2011. Se gli africani credono facilmente a questa favola, è perché usano tutti la cartina del mondo menzognera che fa vedere la Cina più piccola della sua vera proporzione. Essa è in realtà 3 volte più grande dell’Europa e 1/3 della superficie di tutta l’Africa (30 milioni di km2).

2- La Cina ha la politica del figlio unico, tenendo così sotto controllo la propria crescita demografica, ciò che non fa l’India. La prima conseguenza è che la Cina ha oggi, come il Giappone, un problema d’invecchiamento della propria popolazione, contro il quale lo Stato cinese sembra non avere previsto niente. E non saranno certo gli esercizi fisici nei giardini pubblici di tutta la Cina che affronteranno questo serio problema che viene dal fatto che una coppia che mette al mondo un bambino solo non contribuisce neanche a rimpiazzare i due componenti della coppia, poiché 1+1 dà 1 e in finale la Cina ha un certo timore di una drastica riduzione della propria popolazione, il che causerebbe una contrazione dei propri consumi interni, quindi, intralcerebbe la sua crescita. Peggio, una coppia di giovani cinesi oggi, marito e sposa che sono a loro volta una figlia e un figlio unico, hanno 4 genitori di cui occuparsi in vecchiaia. E’ una ratio che non può reggere. E se questa coppia deve trasferirsi all’estero, diciamo, in Africa, per i loro genitori diventati anziani sarebbe la catastrofe. Il che spiega in parte il fatto che il soggiorno africano non è mai definitivo. Gli indiani non hanno questo genere di problemi.

3- La parte preponderante dell’economia dell’Africa orientale è nelle mani degli indiani, non solo nel settore del commercio, com’è il caso dei cinesi in alcuni paesi africani, ma anche in quello dell’industria ovviamente in Kenya, in Tanzania, in Uganda ed anche in Etiopia in cui controllano interi settori dell’industria meccanica, farmaceutica ed agroalimentare.

Conclusione: Non dicono che l’India invaderà l’Africa ma che lo farà la Cina perché l’Impero di Mezzo (la Cina) fa loro paura ma non l’India. Contrariamente all’India che vive con le sue contraddizioni sociologiche delle caste, dell’analfabetismo, del controllo delle nascite non gestito, fragilizzando così la potenza economica che avrebbe potuto essere quel paese, la Cina ha rifiutato di occupare il posto di operaia che l’occidente le aveva assegnato. La Cina ha l’ambizione di prendere il posto di padrone e siccome questo scenario non fa parte dell’ordine delle cose, è lei la nemica da abbattere e non l’India che si accontenta del suo ruolo in seconda e terza posizione. La Cina è la vera potenza finanche militare, non l’India, capace di dare i mezzi agli africani per porre fine a 500 anni di sottomissione. Allora si grida al lupo e anche le vittime africane gridano al lupo, proprio contro costei che poteva permettere loro di liberarsi delle grinfie del predatore europeo.

LA CINA STA IN AFRICA PER LE SUE MATERIE PRIME – FALSO !
Oggi le materie prime e le miniere africane che vengono sfruttate proprio in questo momento appartengono per più del 90% a delle imprese occidentali. Per quanto riguarda il rallentamento o l’annientamento di alcuni settori industriali in occidente, queste aziende minerarie versano spesso in una pessima condizione perché non sanno molto bene a chi vendere i prodotti di queste miniere africane.

Supponiamo che un’azienda francese sfrutti una miniera in un paese africano per i suoi clienti, degli industriali francesi, italiani, olandesi, tedeschi, ecc. E che adesso questi clienti siano in procinto di chiudere le aziende a causa della concorrenza dei prodotti cinesi. Cosa fa l’impresa francese ? Naturalmente cercherà l’unico potenziale cliente che fa piazza pulito ad ogni passaggio, cioè la Cina. Quest’ultima sa che l’impresa francese non ha altra scelta e quindi gioca al ribasso sul prezzo della materia prima che gli viene proposta dai francesi, prendere o lasciare. Ed è così che la Cina non ha alcun bisogno di venire in Africa alla ricerca di materie prime africane perché gli occidentali si precipitano in Cina per venderle senza costi aggiuntivi.

Ma alcuni paesi africani più maliziosi invece di aspettare che l’azienda europea vada a vendere al ribasso in Cina per poi gettargli le molliche, vanno direttamente in Cina per fare un discorso noiosissimo sulla fraternità tra i popoli oppressi del mondo, sulla cooperazione sud-sud e spesso la Cina cede. E a prezzo di investimenti colossali, come la raffineria di platino in Zimbabwe o la prima raffineria di petrolio d’Africa in Nigeria, inizia anche lo sfruttamento di alcune miniere in Africa spesso abbandonate dagli occidentali a causa del mercato o, come spesso scrivono nelle loro presentazioni agli azionisti, « miniere abbandonate per mancanza di profittabilità ».

Per capire meglio prendiamo l’esempio del Cobalto. Questo nome viene dal tedesco Kobolt, che significa magico, stregato, perché la sua altissima tossicità ha fatto dire ai minatori tedeschi che era stregato. Il cobalto è un prodotto giudicato strategico e che si esaurirà tra circa 100 anni. E’ utilizzato in diversi ambiti industriali come la metallurgia per le leghe speciali dovendo resistere al calore, nella costruzione di accumulatori per le batterie come le pile al Litio per i tablet, i computer portatili, i telefoni cellulari e per costruire i magneti, la colorazione dei vetri e le colle. Gioco forza si deve prendere atto che oggi la Cina è riuscita a far fallire quasi tutte le aziende concorrenti di questi settori in occidente. Per quanto riguarda le materie prime 4 paesi controllano il 50% della produzione mondiale: la Finlandia, il Canada, la Russia e la Cina. Domanda: A chi vendono oggi la Finlandia, il Canada e la Russia la loro produzione di cobalto? Ovviamente alla Cina. Poiché è l’unica che compra.

E il primo produttore africano che è lo Zambia a chi vende il suo cobalto? Ufficialmente non alla Cina ma nei fatti la situazione è di gran lunga peggiore di quello che potrebbe sembrare e lo sfruttamento del continente africano prende delle proporzioni inaspettate.

Attraverso gli esempio dello Zambia e del Camerun vi spiego i rischi e soprattutto come è strutturata la truffa degli occidentali in Africa e perché coloro che organizzano questa truffa finanziano i media bugiardi per manipolare gli africani affinché detestino la Cina e, quindi, preferiscano i predatori occidentali. Ecco quindi l’esempio di 2 paesi africani per capire bene il meccanismo:

IN ZAMBIA
Mentre i primi 3 produttori di cobalto sopra citati consegnano le loro produzioni alla Cina senza intermediari, in Africa il sistema dominante ha messo in piedi tutta una serie di stratagemmi per aggirare i paesi africani. In Zambia, quindi, la società che sfrutta le miniere di cobalto e di rame chiamata Mopani Copper Mines, filiale zambiana della società canadese First Quantum Minerals. Dal 2003 al 2008 è stato detto che il prezzo del rame ha subìto un’impennata sul mercato internazionale. Ma le autorità zambesi sono sorprese dal fatto che la Mopani Copper Mines non continua a versare loro altro che delle molliche. A questo punto lo Stato zambese decide di vederci chiaro. Si rivolge a due gabinetti di audit e di esperti, il Grant Thornton e l’Econ Pövry, per spulciare i conti reali della società canadese. Fanno così una scoperta da far accapponare la pelle: un deficit di diverse centinaia di miliardi di dollari, una cifra capace di far uscire lo Zambia dal sotto-sviluppo.

Ma cos’è successo in realtà?

Ecco le principal anomalie rilevate in modo concorde da entrambe le società di audit: la Mopani Copper Mines ha un solo cliente, un’azienda svizzera di negoziazione in materie prime, le Glencore, un gigante svizzero essendo il più grande trader del mondo di materie prime. Con quest’ultima, i due rapporti sono tranchant e giungono alla stessa conclusione: « i costi di sfruttamento sono sopravvalutati, i volumi di produzione di cobalto sono inferiori della metà rispetto a quelli degli altri produttori della stessa regione, i prezzi di trasferimento a Glencore in Svizzera sono stranamente bassi » Conseguenza: un deficit di diversi miliardi di dollari di ricette fiscali per un paese che l’ONU continua a classificare come una nazione in cui il 73% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Come se ciò non bastasse, nel 2005, la Mopani Copper Mines riceverà i complimenti dall’Unione Europea per il suo ottimo lavoro per lo sviluppo dello Zambia poiché essa fornisce un finanziamento di 48 milioni di Euro attraverso la Banca Europea degli Investimenti. Non è la prova che sono tutti complici nello sfruttamento dell’Africa?

IN CAMERUN
L’Africa ha il 50% delle riserve mondiali di cobalto. Nella regione orientale del Camerun si trova il più grande giacimento del mondo, ad oggi ancora non sfruttato. Il contratto originale prevedeva, come quello dello Zambia, convalidato dal FMI nel 2009 con una società occidentale, l’americana Geovic Mining Corp., azienda creata appena 5 anni prima, nel 1994, nel paradiso fiscale del Delaware e che annuncia nei suoi rapporti finanziari, come riportato dal sito Mediapart, non aver mai fatto sfruttamenti minerari prima. Peggio, dichiara testualmente: «Siamo una società in fase di esplorazione e non abbiamo precedenti nel campo dello sfruttamento in quanto società di sfruttamento. Tutte le ricette e i benefici futuri sono incerti», sottolinea Mediapart. Come succede spesso alle società occidentali quotate nelle borse valori dei loro paesi, gli accordi per lo sfruttamento minerario con i paesi africani sono molto spesso un semplice pretesto per spingere l’andamento delle azioni in borsa e intascare una bella plusvalenza. Dietro tutto ciò, tuttavia, non c’è alcuna intenzione d’investire i milioni di dollari necessari per avviare il progetto. Così, dopo aver incassato 60 milioni di dollari dal governo camerunese (SNI), cioè la sua parte nella società comune Géocam, 8 anni dopo ancora non si ha la benché minima indicazione sul quando partirà il progetto. Tutto ciò con la benedizione del Fondo Monetario internazionale che, a quel tempo, controllava tutte le entrate e le uscite di denaro in Camerun, essendo un paese sotto regime di aggiustamenti strutturali.

Solo ieri, 25 luglio 2013, con un comunicato datato 23/07/2013 in Colorado negli USA e siglato dall’AD di Geovic Mining corp, signor Michael Mason, apprendiamo che finalmente il progetto partirà perché Geovic Mining corp ha appena siglato un accordo che prevede la cessione del 60,5% di Geovic Camerun a un’azienda pubblica cinese, per maggiore precisione, la Jiangxi Rare Metals Tungsten Holdings Group Company Ltd (“JXTC”) di Nanchang, nella provincia di Jiangxi in Cina.

Stando così le cose, non sappiamo come abbia fatto lo Stato del Camerun per convincere gli americani a lasciare la presa al fine di far decollare il paese grazie al più grande progetto minerario mai avviato in Camerun.

Ciò che sappiamo però è che la il comunicato di Mason è l’epilogo di un braccio di ferro tra Yaoundé e Washington con le elezioni presidenziali di ottobre 2011 come punta dell’iceberg. Da una parte Washington aveva ufficialmente imposto al presidente camerunese di non presentarsi più alle elezioni presidenziali per aver commesso l’irreparabile guardando verso Pechino. Dall’altra la Cina, che normalmente è molto riservata per quanto riguarda le questioni di politica estera, questa volta si è dimostrata piuttosto determinata nello scaldare i suoi muscoli nei confronti di Washington, dapprima inaugurando il primo porto in acque profonde del paese (Kribi), con una scelta di data non casuale, la vigilia delle elezioni presidenziali, e con una prima busta di 1 miliardo di dollari. Un calcio in faccia per gli americani con Geovic (americana) che da 8 anni non riesce a trovare una decina di milioni di dollari per avviare il progetto di cobalto di Nkamouna ad est del paese. Poi la Cina ha mostrato i muscoli il giorno dei risultati quando l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha dato i risultati delle elezioni presidenziali camerunesi 5 ore prima della proclamazione della corte suprema del Camerun, l’unica abilitata a proclamare i risultati. I giorni seguenti si è assistito ad un pasticcio nel campo occidentale: il ministro francese degli Affari esteri, Alain Juppé, felicita il presidente rieletto e si congratula per la buona organizzazione dello scrutinio, salvo poi fare marcia indietro 24 ore più tardi quando l’ambasciatore americano mette il piede nel piatto criticando le frodi durante le elezioni. Ma era come se il cane occidentale abbaiasse e la carovana del Camerun, trainata dalla Cina, avanzasse speditamente. Fino a ieri quando Mason ha gettato la spugna.

Prima di arrivare a questo punto, lo Stato del Camerun, dopo 8 anni di rimpiazzamento in questo partenariato con un’impresa americana, e allertato dalla disavventura dello Zambia, appena ha potuto agire in tutta libertà, cioè senza i vincoli del Fondo Monetario Internazionale, ha bussato alla porta dell’unico compratore e, dopo una serie di viaggi con tutto il governo al completo in terra cinese e una buona dose di baratto, è riuscito a convincere i cinesi a venire a salvarlo dalle grinfie dei soliti predatori. E questa volta, invece di parlare di soldi, hanno parlato di scambi, di baratti, di concretezza.

In cambio di 30 anni di sfruttamento del cobalto, la Cina s’impegna a trasformare il Camerun sul piano industriale e delle infrastrutture: autostrade, ospedali, internati, licei, scuole, ambulatori, industrie pesanti (meccanica, acciaierie), ecc. La Cina sa che è osservata da tutti i paesi già truffati. Se l’esperienza sarà positiva, ciò significherà la chiusura assicurata di tutte le società minerarie occidentali in Africa. Da qui la grande campagna mediatica contro la Cina in questo momento su tutti i media anche nazionali in Africa, con degli invitati di marca che sono molto spesso facilmente manipolati dal sistema che li sfrutta per spiegare agli africani perché devono diffidare dei cinesi che invaderebbero l’Africa.

Ciò che mi ha sorpreso di più del comunicato dell’americano è la sua sincerità nell’ammettere che erano un freno e che con la Cina tutto il popolo camerunese ne esce vincitore. Ecco ciò che dichiara:

This Definitive Agreement represents significant progress advancing the Nkamouna Project toward construction and into production. Construction could commence as soon as the project financing is arranged, bringing much needed jobs and economic diversity and development to Cameroon. “The biggest winners here are Geovic Cameroon, a Cameroon corporation, and the people of Cameroon, who shall experience Cameroon’s first major mining project transitioning from a vision to reality.”.

[Quest’Accordo Definitivo rappresenta un importante progresso per il progetto Nkamouna verso la costruzione e la produzione. La costruzione, che dovrebbe cominciare subito dopo la definizione degli ultimi dettagli di project financing, comporterà tanti necessari posti di lavoro, diversità economica e sviluppo per il Camerun. “I vincitori più importanti sono Geovic Camerun, una società camerunese, e il popolo del Camerun che vedrà il più importante progetto minerario del paese passare da una visione ad una realtà.”]

Queste dichiarazioni, rese pubbliche appena 24 ore fa, da un AD [Amministratore Delegato] americano che riconosce che il loro ritiro da un progetto minerario in Africa è una vittoria per la prosperità di questo popolo perché il fatto di cederlo a un’azienda pubblica cinese permetterà finalmente al progetto di avere i fondi necessari per iniziare, non vanno commentate.

LA CINA ACQUISISCE I TERRENI AGRICOLI IN AFRICA – FALSO
Nella trasmissione Inchiesta Esclusiva di domenica 14 novembre 2010, sul canale televisivo privato francese M6, il giornalista Bernard de la Villardière ci descrive un Camerun che diventa quasi un inferno a causa dei cinesi che ruberebbero il lavoro dei camerunesi. Peggio, secondo il suo reportage che rientra pienamente in una propaganda anti-cinese che prende il suo slancio dalle ore più buie del razzismo coloniale europeo del XIX secolo contro i neri e i cinesi, come vedremo più avanti, questi cinesi avrebbero acquistato migliaia di ettari in Camerun per produrre riso, interamente spedito in Cina. Il documentario fa dire a dei camerunesi che la cosa più grave in tutto ciò è che il miglior riso è inviato in Cina mentre solo le peggiori qualità rimangono per i camerunesi. Bernard de la Villardière ha dimenticato di aggiungere che queste persone avevano ragione perché secondo la tradizione camerunese si spediscono all’estero solo i peggiori prodotti mentre le parti migliori restano per i camerunesi. Infatti lui stesso ha potuto constatare con i suoi stessi occhi, anche se non l’ha potuto dire in tv, che il cacao camerunese inviato in Francia è di cattiva qualità e che tutta la buona qualità viene lasciata ai camerunesi. Ha anche dimenticato di dire che i migliori chicchi di caffè robusta e arabica vengono lasciati in Camerun e che solo gli scarti vengono spediti in Francia; lo stesso vale per la banana dove il mercato centrale, detto mercato-Lagos, è inondato ogni giorno di banane scartate dal mazzo effettuato dalle società francesi di produzione di banane in Camerun perché sono troppo belle e che bisogna inviare in Francia solo i resti.

LA CINA NON HA BISOGNO DI SPORCARSI LE MANI IN AFRICA

La Cina è il paese che sa avvantaggiarsi meglio di tutti dall’attuale organizzazione del mondo. Si è presa il tempo di studiare i meccanismi predatori del sistema ed ha semplicemente cercato di scoperchiarli. Contrariamente a ciò che si può pensare a prima vista, gli accordi tra stato e stato tra la Cina e i paesi africani sono piuttosto delle operazioni di geostrategia per indebolire gli occidentali in Africa che una vera manovra di accaparramento delle risorse. Perché per le risorse africane, come già spiegato prima, la Cina non ha affatto bisogno di muovere il benché minimo dito poiché gli occidentali gliele consegnano a domicilio. Oggi nessun’impresa di una certa grandezza può prendere una decisione importante nel settore delle materie prime strategiche senza informarne preventivamente la Cina e, soprattutto, senza averne il suo benestare. Non è una storia da science-fiction, è ciò che è successo il 15 aprile 2013 quando le agenzie di stampa economiche annunciavano la buona notizia con questo titolo lapidario: « La Cina ha detto sì !!! ». In parole povere: « Il padrone ha parlato e ha detto sì ».

E’ da 15 mesi che aspettavamo questa buona notizia. I 2 giganti mondiali di materie prime, il negoziante svizzero Glencore e il produttore anglo-sudafricano Xstrata decidono di fondersi per formare il primo gruppo mondiale di produzione di materie prime un gigante del valore di 76 miliardi di dollari. Sì ma anche con un colosso mondiale da 76 miliardi di dollari che controlla tutte le materie prime del pianeta se l’unico acquirente non è d’accordo, è una fusione inutile. Ecco perché Pechino doveva essere d’accordo affinché si facesse la fusione. E contrariamente agli altri paesi come il Sudafrica, gli Usa e l’Unione Europea che avevano dato il loro accordo un anno prima, la Cina aveva delle esigenze piuttosto curiose: secondo il comunicato del ministero cinese del commercio in data del 16/04/2013 ha chiesto e ottenuto che questo nuovo gruppo gli ceda prima del 2014 la sua più importante miniera di rame di Las Bambas in Perù che inizierà la produzione a partire dal 2015 di 400.000 tonnellate di rame all’anno. In più, secondo Pechino, il nuovo gruppo si è impegnato a darsi da fare per trovare ovunque nel pianeta (importa poco per Pechino) e per 8 anni, 900.000 tonnellate di rame da vendere alla Cina, 900.000 tonnellate di zinco e 900.000 tonnellate di piombo. Tutto qui? Sì, secondo il comunicato. Bisognerà aspettare il giorno dopo per leggere sul quotidiano economico italiano « Il Sole 24 ore » un’informazione tenuta segreta dalle due parti: la Cina ha chiesto e ottenuto il licenziamento di tutta una serie di quadri e dirigenti delle due società prima della fusione, cominciando con Mich Davis, l’amministratore delegato di Xstrata. Peggio ancora, l’umiliazione non si ferma al direttore. La Cina ha chiesto e ottenuto la messa alla porta del responsabile della divisione Rame, l’allontamento del responsabile della divisione Nickel e il licenziamento del responsabile della strategia.

E’ la realtà che spesso gli stessi giornalisti ed economisti occidentali ignorano e anche se le loro cronache o prese di posizione sono errate, è spesso in perfetta buona fede. Il loro principale errore è quello di credere che basta risiedere in occidente per sapere come va il mondo. Molti di loro non hanno ancora capito che l’unico modo di aggiornare il software della mentalità economica, come ho già detto prima, è di soggiornare per un minimo di 6 mesi in terra cinese.

Torniamo alle materie prime africane. La Cina ha delle strategie articolate su diversi assi: – mettere in sicurezza il suo approvvigionamento diventando proprietaria delle principali società che controllano le più grandi miniere del mondo.

– Acquistare le imprese moribonde in alcune materie strategiche. Per esempio, di fronte alla grande crisi finanziaria in occidente e cosciente del fatto che le sue riserve in dollari americani rischiano di tradursi in semplici pezzi di carta, la Cina ha deciso di aumentare le sue riserve d’oro ma invece di acquistare l’oro sui mercati arricchendo così i suoi concorrenti occidentali, ha semplicemente deciso di acquistare le miniere d’oro. Così, in un solo anno, tra il 2011 e il 2012, le tre principali aziende di produzione d’oro: la Norton Gold Fields, la Southern Cross e la Focus Mineral sono state acquistate dai 3 principali produttori cinesi d’oro la China Hanking Holdings, la Shandong Gold e la Zijin Mining. Non si fermano all’Australia. Infatti, il 16 agosto 2012, è quest’ultima che, con un comunicato in cinese, ci informa di aver acquistato il 60% dell’azienda di stato di sfruttamento delle miniere d’oro del Kirghizistan. 8 mesi prima è la Shandong Gold che, con un 1 miliardo di dollari, acquistando le azioni alla borsa di New York (New York Stock Exchange), si offriva il 73% della Juguar Mining che controlla alcune miniere d’oro in diversi paesi. Il gioiello di queste acquisizioni resta il progetto Gurupi in Brasile con una miniera d’oro le cui riserve sono valutate a 2,3 milioni di once.

ORMAI CIO’ CHE CONTA IN OCCIDENTE E’ SOTTO I PIEDI DEI CINESI O IN MANO A CAPITALI CINESI
La danza è stata aperta nel 2004 col gigante americano IBM che, sprofondando sotto una montagna di debiti, è stata costretta a cedere tutta la sua divisione PC alla cinese Lenovo per 1,25 miliardi di dollari e che fa della Lenovo il numero 1 mondiale di PC. Nel 2008 è la società tessile cinese, Hembly International, che si regala la marca d’abiti sportivi italiani Sergio Tacchini per 27 milioni di dollari.

Nel 2009 è la prima società petrolifera pubblica cinese Sinopec che compra la canadese Addax Petroleum per 7,2 miliardi di dollari in contanti. Lo stesso anno, la Cina si regala il più grande produttore d’oro australiano RIO TINTO.

Spesso la strategia è quella di aggirare gli ostacoli dei clienti occidentali che nutrono sfiducia per i prodotti tecnologici cinesi.

Prima del lancio sul mercato del suo primo aereo di media capacità, il C919, che farà concorrenza all’A320 di Airbus e al Boeing B-737, per un assegno da 3,2 miliardi di dollari, la Cina è riuscita con estrema facilità a convincere l’assicuratore americano AIG a vendere il suo gioiello, il numero 2 mondiale per l’affitto di aeromobili, l’americana IFLC, proprietaria di una flotta di 1000 aerei, che affitta a 200 compagnie aeree dalle più piccole alle più prestigiose. La tendenza del mercato è di affittare gli aerei. Le società, che hanno sempre meno soldi da investire nell’acquisto di un aereo, optano per la loro locazione. Gli specialisti calcolano che nel 2020 la metà degli aerei in volo saranno aerei affittati. Mettendo le mani su IFLC, la Cina ha trovato una strategia per aggirare la sfiducia delle società aeree occidentali che ben presto voleranno con aerei cinesi, molto meno cari e di conseguenza con prezzi di locazione molto interessanti per quelle compagnie. Per valutare la potenza che IFLC ha oggi sui produttori di aerei, bisogna ricordare che è quest’ultima che, criticando l’aereo A350, è riuscita ad obbligare EADS, casa madre di Airbus, a cambiare completamente l’agenda di scadenze tecniche per la produzione di quell’aereo. Ormai, è lo stato cinese, concorrente di Airbus e Boeing, che riceverà in anticipo i piani dei loro futuri aerei per convalidarli ancor prima della loro uscita, come hanno sempre fatto con IFLC. Questa volta però i giochi sono proprio truccati. Per molto tempo l’occidente truccava le carte col resto del mondo fungendo da giocatore e da giudice al tempo stesso, giocatore e Katika. Questa volta ha trovato un Katika più forte di lui per poter truccare le carte.

IL RAZZISMO ANTI-CINESE
Quando l’ex ministro francese dell’integrazione del governo di Dominique de Villepin, sotto la presidenza di Jacques Chirac, signor Azouz Begag, dichiarò: « Tra dieci anni saremo circondati dai cinesi e allora sarà necessario unire i gomiti francesi, arabi e africani, al fine di proteggere la nostra identità », non c’è stata alcuna protesta da parte di nessuna organizzazione pseudo anti-razzista come SOS-Racisme creata dal partito socialista francese o la LICRA. E perché avrebbero dovuto protestare visto che ufficializzavano il simbolo della vittoria della coppa del mondo di calcio 1998 chiamata: Black-Blanc-Beur, cioè il pianeta in cui si ha un ordine stabilito in cui i bianchi sarebbero i padroni e gli africani del nord e del sud del Sahara gli schiavi. In quest’ordine, Azouz Begag ritiene che i cinesi possano essere un pericolo per tutti noi poiché, rimettendo in discussione la supremazia del padrone di tutti noi, il bianco, i cinesi rischiano tra dieci anni di rimettere in discussione la nostra stessa identità di sottomessi, di schiavi contenti di esserlo.

Tuttavia quando si conosce il livello di razzismo anti-neri nei paesi arabi, non si può non pensare che il ministro francese parla dalla parte di un matrimonio a 3 nel quale il Beur e il Bianco sono gli sposi e il Black il domestico che deve assicurare la pulizia e la cucina della coppia. Per capirlo basta leggere la pagina 14 del libro: “L’Avenir de la science” [Il futuro della scienza, NdT] pensieri del 1848 del pensatore francese Ernest Renan presso Calmann-Levy nel 1890. Si scoprono queste parole:

« Gli arabi e gli europei, esaminati dal punto di vista della fisiologia, non mostrano alcuna differenza sostanziale; possiedono in comune a loro soltanto il sovrano carattere della bellezza [solo gli europei e gli arabi sono belli]. Quindi non c’è alcuna ragione per stabilire, dal punto di vista della fisiologia, tra i semiti e gli indo-europei una distinzione dell’ordine di quelle che si stabiliscono tra i mongoli e i negri. Giro dopo giro gli ebrei, i siriani, gli arabi sono entrati nell’opera della civilizzazione generale e vi hanno giocato un ruolo come parti integranti della grande razza perfettibile; ciò che non si può dire né della razza negra, né della razza tartara e neanche della razza cinese. Inquadrati dal lato fisico, i semiti e gli ariani fanno una sola razza, la razza bianca; inquadrati dal lato intellettuale, fanno una sola famiglia, la famiglia civilizzata. ».

Adesso che i proprietari sentono minacciata la loro identità di padroni dalla razza inferiore e brutta dei cinesi, ecco che il domestico, il negro, corre in soccorso dei suoi padroni. E grida anche più forte di loro contro i cinesi. Conosco degli intellettuali africani talmente inorriditi per il solo fatto che io possa parlare bene della Cina o immaginare un partenariato strategico tra l’Africa e la Cina che ai loro occhi io sono l’uomo da abbattere poiché il terremoto ideologico imposto dalla Cina all’occidente non corrisponde per niente alle previsioni dell’antenato Ernest Renan. Divento quindi molto velocemente: « la spia della Cina », poiché per loro il mio gesto di amicizia e di simpatia verso la Cina è incomprensibile. Quindi sono accusato malignamente e molto opportunisticamente di voler far passare l’Africa dalla colonizzazione europea a quella cinese. Per nascondere il loro odio verso la Cina, questi africani, schiavi da camera, ripetono a mignatta: « L’Africa può e deve farcela da sola ». Dimenticano semplicemente di dirci, visto che l’Africa non è riuscita a sfuggire alle grinfie degli europei per 5 secoli, quale elemento nuovo le permetterebbe di riuscire oggi. Delle due l’una: o sono degli ingenui o sono idioti, nessuna delle due gioca a loro favore.

Nel momento in cui il settimanale economico britannico The Economist paga a caro prezzo, in quest’estate 2013, una campagna in Gran Bretagna di denigrazione anti-cinese in Africa, sa bene che non è destinata al pubblico britannico, che ha ben altre gatte da pelare contro le delocalizzazioni delle imprese britanniche in Cina o la politica cinese dei prezzi bassi; ma mira sul suolo britannico a questi schiavi africani contenti di esserlo che devono solo rilanciare l’odio del padrone per mantenere la loro identità di schiavi.

Il pensatore francese André Gide ha scritto: “Meno il bianco è intelligente, più il nero gli sembra bestia“. In altre parole, più un bianco è intelligente e meno è razzista. Ed è ciò che ripetono gli antirazzisti per consolarsi. Il che è falso ovviamente. Credo piuttosto che la storia ci insegni che sono i bianchi più intelligenti che sono più razzisti. E ci sono diversi esempi di ciò.

Il 19 ottobre 2007 ricevo una chiamata al telefono da parte di un giornalista della Stampa di Torino, uno dei 3 principali quotidiani della penisola italiana. Per la loro pubblicazione del giorno dopo, 20/10/2007, voleva urgentemente da me un commento a caldo da parte di un pensatore africano a proposito delle dichiarazioni del premio Nobel della medicina 1962, il ricercatore che scoprì il DNA, James Watson. Questo genetista di 79 anni in un’intervista al settimanale britannico Sunday Time aveva detto che l’Africa non ha alcuna speranza di uscirne perché anche col DNA aveva provato che gli africani erano stupidi. Watson in tournée in Gran Bretagna per la promozione del suo ultimo libro aveva dichiarato più precisamente al giornalista:

« Sono fondamentalmente pessimista sul futuro dell’Africa: tutti i nostri programmi di aiuto allo sviluppo si basano sull’ipotesi di un’uguaglianza intellettuale tra neri e bianchi mentre tutte le ricerche concludono che non è proprio questo il caso »

E nel suo libro per cui era a Londra per promuoverlo, scriveva:

Non c’è alcuna ragione di aspettarsi che le capacità intellettuali dei popoli separati geograficamente nella loro evoluzione si siano sviluppate in modo identico. La nostra volontà di distribuire dei poteri intellettuali uguali come una sorta di dotazione universale questa volontà non sarà sufficiente affinché sia così.”

Risposi al giornalista che ciò non mi sorprendeva affatto poiché in linea generale sono gli intellettuali che forniscono al popolo le ragioni pseudo-scientifiche giustificando l’odio degli altri popoli. Hitler non si era forse circondato dei migliori scienziati per la sua famosa « soluzione finale » ? Completavo allora con la lista dei più conosciuti tra loro:

Emmanuel Kant che diceva che « la capacità intellettuale d’un nero non supera il livello della stupidità » o Montesquieu che diceva di non credere « che Dio che è così intelligente abbia potuto commettere l’errore di mettere un’anima in un corpo così nero ». Facendo l’analogia con l’odio dei cinesi, Montesquieu aveva messo a punto la sua famosa teoria climatica dell’intelligenza. Secondo lui, più fa freddo, più si è intelligenti e più si vive là dove il clima è caldo e più si è idioti. Si spinge anche più in là. Dice che ciò giustifica il fatto che in Cina è il nord freddo che è chiamato a diventare ricco mentre il sud resterà povero. Oggi, nel 2013, l’ultra-industrializzazione del sud della Cina smentisce le proposte di Montesquieu.
William Shockley, americano, nato a Londra il 13 febbraio 1910 e morte negli USA nel 1989, inventore del transistor, premio Nobel per la fisica nel 1956, diceva che geneticamente i neri erano meno intelligenti dei bianchi e che bisognava molto semplicemente trovare un sotterfugio per convincerli e pagarli affinché facciano meno bambini per non popolare il mondo di esseri senza cervello. E pagare i bianchi affinché ne facciano di più poiché, se l’umanità vuole conoscere una vera evoluzione, solo i bianchi devono popolare la Terra. Ciò non dissuaderà Time magazine, che, evidentemente, condivide le idee di Shockley, di conferirgli la medaglia delle 100 persone più importanti del XX secolo. Si capisce anche ciò che pensano coloro che sono convinti che i cinesi invaderanno il pianeta e lo popoleranno di anormalità perché non è la razza ideale.
Alexis Carrel (1850-1935), premio Nobel per la Medicina 1912, diceva: “L’Europa e gli Stati Uniti subiscono un indebolimento qualitativo mentre le razze africane crescono velocemente. La soppressione della selezione naturale ha permesso la sopravvivenza degli esseri il cui tessuto e coscienza sono di cattiva qualità. La razza [bianca] è stata indebolita dalla conservazione di tali riproduttori.”
Charles Richet, premio Nobel per la medicina 1913 va anche più lontano nel suo libro intitolato « Selezione umana » pubblicato nel 1919, propone né più né meno l’eliminazione dei neri e dei cinesi giudicate razze anormali, tarate. Scrive: « Dopo l’eliminazione delle razze inferiori, il primo passo sulla via della selezione è l’eliminazione degli anormali. Sarò trattato come un mostro perché preferisco i bambini sani a quelli malati. Ciò che fa l’uomo è l’intelligenza. Una massa di carne umana, senza intelligenza, non è niente. ».
Ernest Renan, pensatore francese, scrisse il 14 dicembre 1871 in « Riforma intellettuale e morale » quanto segue: « Una nazione che non colonizza è irrevocabilmente votata al declino e alla guerra civile. La rigenerazione delle razze inferiori o ritardate dalle razze superiori è nell’ordine provvidenziale dell’umanità. L’uomo del popolo è quasi sempre, presso di noi, un nobile declassato, la sua mano pesante è fatta tanto meglio per maneggiare la spada che l’attrezzo servile. Piuttosto che lavorare, sceglie di battersi, il che lo riporta al suo primo stato. Regere imperio populos, ecco la nostra vocazione. Versate questa divorante attività su dei paesi che, come la Cina, si appellano alla conquista straniera. Degli avventurieri che agitano la società europea, fate un ver sacrum, un “essaim” come quello dei Franchi, dei Lombardi, dei Normanni ognuno sarà nel suo ruolo. La natura ha fatto una razza di operai, è la razza cinese, di una destrezza di mano meravigliosa senza quasi alcun sentimento d’onore; governatela con giustizia, prelevando da essa, per la buon’opera di un siffatto governo, un’ampia imposta a vantaggio della razza conquistatrice, essa sarà soddisfatta; una razza di lavoratori della terra, è la negra; siate buoni e umani e salterà e ballerà dalla gioia; una razza di padroni e soldati, è la razza europea. Riducete questa nobile razza a lavorare nell’ergastolo come dei negri e dei cinesi, si rivolterà. Presso di noi, ogni rivolta si è verificata quando un soldato ha mancato la sua vocazione, un essere fatto per la vita eroica, e che applicato a un bisogno contrario alla sua razza, pessimo operaio, ottimo soldato. Oppure, la vita che stravolge i nostri lavoratori renderebbe felice un cinese, un fellah (contadino arabo), degli esseri che non sono affatto militari, dunque, conquistatori. Che ognuno faccia ciò per cui è fatto, e tutto andrà bene. »

Ed è in questo contesto che la Cina sbarca per mettere a zero un’idea ricevuta da 2 secoli, veicolata dai più importanti scienziati secondo la quale i bianchi sono naturalmente e geneticamente superiori alle altre razze, poiché più intelligenti. E’ la giustificazione stessa della missione detta civilizzatrice del 18mo secolo per domare e civilizzare gli altri popoli. La crociata anti-cinese di oggi ha dunque il sapore di un vero disincanto ideologico razzista.

E’ un razzismo cosiddetto scientifico perché gli intellettuali, contrariamente all’uomo della strada, sanno spesso identificare gli interessi precisi che vogliono difendere e l’argomento del razzismo è lì solo per fare diversione e proteggere quegli interessi. Quando The Economist mette in mostra il suo odio verso i cinesi perché sono arrivati in Africa, è un razzismo d’interesse che in fondo cerca di usare gli africani per battersi contro i cinesi al fine di conservare la supremazia degli europei sulle risorse africane.

I MEDIA OCCIDENTALI MOLTO ATTIVI NEL RAZZISMO ANTI-CINESE
Louis Haushalter, giornalista di Slate in un articolo molto completo del 18 dicembre 2010 intitolato:

« Il razzismo anti-cinese è politicamente corretto? » si domanda perché finalmente il razzismo contro i cinesi è accettato come qualcosa di normale? Fa notare che una parola piazzata male contro i neri, i magrebini o gli ebrei significa 5 giorni di tumulti e di messaggi di solidarietà da parte dei politici. Con i cinesi si può fare di tutto, scherzare, rubarli, aggredirli. Niente da fare, nessuno muove neanche il più piccolo dito. Ed è nella conclusione dell’intervista che gli rilascia il presidente di una delle principali associazioni antirazziste la LICRA, un certo Alain Jakubowicz, che ci dice la verità. Dice che il razzismo contro i cinesi non gli interessa perché è un razzismo di gelosia, un razzismo contro i nuovi ricchi. Si interessano al razzismo che risulta dall’ignoranza che subiscono le altre comunità, mentre i cinesi subiscono un razzismo risultante dal contrario dell’ignoranza, dalla conoscenza. E’ un razzismo degli intellettuali francesi che sanno e vedono il posto della Francia condannata a impallidire sul continente africano a causa della Cina. Ed è come ciò che si sta per importare in Francia, una sfiducia della geostrategia internazionale per contrastare i cinesi. Eccone alcuni esempi:

Il 16 marzo 2010, nella sua rubrica Chronique économique sulla radio generalista francese RTL, Jean-Louis Gombeau, parla del nuovo TGV cinese che sarà anche esportato in Francia senza alcuna forza, per il TGV francese, di reagire. E conclude la cronaca con queste parole razziste: «Niente da fare, i cinesi non si sentono più imbrigliati». Invece di suscitare indignazione, gli studio di RTL a Parigi scoppiano in una risata generale.

Il 20 giugno 2010, una manifestazione riunisce i cinesi nel quartiere Belleville ad est di Parigi per denunciare la polizia francese che, secondo i manifestanti, è totalmente passiva sulle numerosissime aggressioni spesso gratuite di cui sono vittime i cinesi a Parigi, che siano turisti, studenti o commercianti. I media francesi hanno passato l’evento sotto silenzio. E finanche l’Agence France Presse (AFP) nel suo lancio del 21/06/2010 alle 9.36 dimentica di comunicare il numero di partecipanti dato dagli organizzatori limitandosi a darci unicamente i dati della polizia.

Nel 2004, i ristoranti francesi sono in difficoltà, troppo numerosi, troppo cari e riscaldano appena dei piatti surgelati. Non riescono più ad attrarre molte persone mentre i ristoranti cinesi continuano a registrare il tutto esaurito. Ai giornalisti del canale pubblico France 2viene un’idea brillante per soccorrere i loro concittadini: animare il razzismo anti-cinese. E’ la trasmissione Envoyé Spécial condotta dalla presentatrice Guilaine Chenu che metterà il dito nella piaga con un reportage intitolato: « Manger chinois en France » [Mangiare cinese in Francia] elencando i ristoratori cinesi a Parigi creando un vero e proprio terrorismo culinario. Risultato: caduta libera dell’afflusso presso i ristoranti cinesi di Francia del 30%. L’elemento più scioccante di questi kamikaze giornalistici è la costruzione di un sentimento razzista su delle persone che non ci avevano neanche pensato. La prova viene dal fatto che, secondo le cifre fornite dalla brigata francese della repressione delle frodi che si occupa della ristorazione pubblica, le multe ai ristoratori cinesi non sono maggiori di quelle alle pizzerie italiane, alle brasseries francesi o ai kebab magrebini. Quindi la scelta del target cinese da distruggere era intenzionale. E siccome ciò ha ben funzionato, France2 ripeterà l’esperienza 2 anni dopo nel 2006.

Se un treno deraglia in Spagna, in Francia o in Canada per il solo mese di luglio 2013, facendo numerose vittime, per i giornalisti occidentali è per forza colpa del macchinista, di un pezzo di ferrovia fissato male. E sicuramente non c’è stato un guasto tecnico, niente che possa mettere in dubbio il genio occidentale. Se un aereo di Air France, che collega Rio a Parigi, scompare dai radar e s’inabissa nel mare con tutti i suoi passeggeri, è colpa di un subappaltatore che ha fornito un pezzo non adatto, e sicuramente non è colpa del costruttore di questo simbolo della potenza e dell’intelligenza occidentale. Ma quando è il TGV cinese che deraglia cosa non è stato udito sull’incapacità dei cinesi di costruire dei treni affidabili? Se un elicottero cinese cade da qualche parte si mette in dubbio direttamente il suo aereo MA60, anche se non si tratta dello stesso costruttore, e, soprattutto, anche se non è lo stesso principio fisico che fa volare un elicottero e un aereo. Quando una nuvola appare sul cielo sopra Pechino i giornalisti occidentali sul posto, che hanno ricevuto l’ordine di non dire mai niente di positivo sulla Cina, in mancanza dell’ennesimo scoop per macchiare la Cina vanno tutti a ingolfarsi e a spiegarci quanto è impossibile respirare a Pechino. Mi sono trovato spesso in quella città e nel momento in cui hanno mandato in onda quel tipo di servizio mi sono chiesto se si parlasse dello stesso luogo. Al contrario, nessun giornalista farà un servizio sull’inquinamento fenomenale delle città americane in cui spesso, come a Los Angeles, più della metà delle persone che abitano il centro è asmatica a causa dell’inquinamento.

CONCLUSIONE: LA LEZIONE DI BRUCE LEE E IL RAZZISMO ANTI-CINESE
Il filosofo autodidatta e attore cinematografico Bruce Lee diceva nel 1969 che nessun cinese che vivesse in occidente avrebbe potuto fare fortuna perché, diceva: « i bianchi sono talmente ubriachi del loro complesso di superiorità rispetto alle altre razze che sono pronti a menarvi se mai conosceste la gloria a casa loro, solo per evitare che il vostro successo metta in dubbio la loro superiorità. » Sempre nel 1969, prima di lasciare definitivamente gli USA, dice: « a Hollywood, nei film, c’è uno standard di bellezza e di successo, è il bianco e nient’altro. Mai un cinese avrà il primo ruolo nel loro cinema, mai un cinese avrà il ruolo del seduttore. » Più di 40 anni dopo, le cose sono rimaste immobili proprio come le denunciava e oggi nel 2013 non c’è mai stato un cinese che abbia recitato in un ruolo di primo piano in un film di Hollywood, ancor meno nel ruolo di un seduttore. Jacky Chen recita nel ruolo principale perché lui stesso produce i suoi film. Un cinese in un film americano deve per forza essere un fruttivendolo o un meschino. Bruce Lee, questo visionario autodidatta e senza diploma, che aveva una casa piena di libri di filosofi di tutti i tempi, giunge a questa constatazione perché ha passato molti anni a leggere molto, a riflettere molto per capire il sistema e cercare l’originalità che gli avrebbe permesso di ottenere il suo posto al sole. Ma non sarà sufficiente. Passa molte ore a vedere video di combattimenti di boxe e inventa un nuovo genere di lotta che è un mix tra il karate cinese e la boxe americana. Questo nuovo stile incontra molto velocemente il successo sugli schermi di Hollywood. Crea allora una scuola in cui forma i migliori attori del cinema americano, tutti bianchi, che sono reclutati molto velocemente nei ruoli principali della lotta nel cinema, ma mai lui anche se era il loro maestro. E’ dopo aver pronunciato quella frase amara che rientra nel suo paese. Hong-Kong è allora una colonia britannica. Non comprende perché i britannici che possono vantarsi di essere campioni della democrazia e dei diritti dell’uomo non li applicano a Hong-Kong. Mai, durante il tempo dei britannici, nessuno saprà cosa vuol dire andare a votare a Hong-Kong. Bruce Lee non capisce come il suo paese, la Grande Cina, possa essere tanto debole da cedere in affitto una parte del suo territorio (Hong-Kong) ai britannici e Macao ai portoghesi, cioè ad un minuscolo paese europeo di appena 91.900 km2. E la sua popolazione più piccola di quella di Shanghai. Tradurrà tutta questa frustrazione nei suoi film attraverso un costante patriottismo cinese. Ed è un successo nel suo paese. Inanella una pellicola dopo l’altra, non senza vendicarsi dei bianchi utilizzando i loro stessi metodi perché ha capito che il cinema americano è innanzitutto l’espressione della propaganda del patriottismo americano. E’ così che nel film: « La Fureur du dragon » [L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente] cioè la rabbia della sua cara Cina contro l’occidente, mostra un cinese a Roma, in Italia (lui stesso) che sfida la mafia e tutti i suoi strateghi. Quest’ultimi, che non sanno cosa fare, si appellano ad un americano, un biondo, imponente (simbolo di questo standard di bellezza denunciato in precedenza da Bruce Lee) per combattere Bruce Lee nel Colosseo. Finanche la scelta del Colosseo a Roma non è un caso. E’ infatti il simbolo della tecnicità e della gloria passata occidentale: l’Impero Romano. E’ lì che il piccolo cinese, magro magro, usando solo la sua abilità e la sua intelligenza sconfiggerà Chuck Norris, il bianco, e la sua superiorità razziale. Bruce Lee tocca lì un tasto molto delicato. Ma non se ne cura. In anticipo, attraverso questo film, aveva detto che la gloria dell’occidente risiedeva nel passato e che quest’occidente sarebbe stato molto presto spazzato via da questa Cina che padroneggiano così tanto, lui che non si smetteva mai di ripetere che bisogna andare al di là del karate per capire il messaggio politico dei suoi film. Nel 2013, possiamo dire, senza correre il rischio di sbagliarci, che era un visionario. Nel subconscio delle popolazioni dei paesi oppressi del mondo dell’epoca, Bruce Lee diventa un simbolo. Nonostante il fatto che la traduzione inglese dei suoi film modifichi lo spirito patriottico cinese che non smette mai d’inserire in tutti i suoi film, per relativizzarli. Se parlate cinese, vi consiglio di guardare la versione cinese del film: sarete stupefatti dalla forza delle parole finanche sui temi d’attualità di questo 21mo secolo. Morirà misteriosamente e, finora, l’amministrazione coloniale britannica non ha ancora fornito le prove convincenti delle ragioni della sua morte. Anche suo figlio sarà ucciso poco tempo dopo in circostanze tanto strane quanto quelle [della morte] di suo padre.

Far tacere Bruce Lee o suo figlio, invece di ascoltarlo per anticipare gli eventi, era come negare l’evidenza delle cose che denunciava e soprattutto, dimenticare come diceva che la « Cina non è altro che un gigante addormentato ma resta pur sempre un gigante ». Moltiplicare l’odio anti-cinese in Africa o in occidente non cambierà il risultato di una comunità che sa rimboccarsi le maniche per rovesciare le umiliazioni della storia.

L’Africa è divisa oggi in due parti: da un lato i dirigenti che hanno capito il sistema e sanno che è meglio andare a far visita direttamente al padrone del momento per negoziare lo sfruttamento delle proprie miniere, piuttosto che aspettare le sirene degli intermediari occidentali che, parimenti, andranno sempre in Cina per negoziare lo sfruttamento delle stesse miniere. Nel 2011, l’Africa, con solo il 3% degli investimenti cinesi all’estero, contro il 6% per l’Europa e il 71% per l’Asia, resta sfortunatamente il continente che attira di meno i capitali cinesi. Gli africani credono, erroneamente, che siano loro i destinatari del corteggiamento. Il che è falso ben inteso. E’ la Cina che viene corteggiata dal resto del mondo al giorno d’oggi. E credere che i cinesi prenderanno l’iniziativa di andare a vedere un paese africano per proporgli il benché minimo affare è un errore strategico che costerà caro a diversi paesi africani soprattutto se le persone si permetteranno il lusso di rilanciare il razzismo anti-cinese in voga in occidente.

In Asia, dove arrivano la maggior parte degli investimenti cinesi, non si vedrà mai un indonesiano, un malese o un filippino riprendere l’odio degli occidentali contro la Cina. Al contrario, le ambasciate di questi paesi a Pechino sono riunite intorno ad un collettivo che rivendica a voce alta il fatto che la Cina deve innanzitutto occuparsi dei suoi fratelli asiatici, così come gli americani col Piano Marshall pensarono ai loro fratelli bianchi d’Europa, prima di andare altrove a mettere i propri denari. E funziona. Le delocalizzazioni delle imprese cinesi avvantaggiano innanzitutto i paesi asiatici. L’Africa deve rendersi conto di non essere una priorità in questo scenario. La Cina per i suoi approvvigionamenti energetici in petrolio e in gas, si è alleata col suo vicino, la Russia, che glieli consegna con i gasdotti ed oleodotti poiché essa non può correre il rischio di un rallentamento della sua produzione a causa di qualche ribelle finanziato dall’occidente per destabilizzare questo o quell’altro paese africano. Spetta quindi agli africani capirlo.

Nel momento in cui degli africani partecipano all’odio contro la Cina, che nascondono con la frase « l’Africa deve farcela da sola », sono pericolosi per la liberazione del continente africano perché partecipano a fare diversione come vuole il loro padrone. La quasi totalità di queste persone che tengono questo discorso sono residenti in occidente dove hanno fatto la scelta di lavorare per servire il padrone e renderlo più forte nell’annientamento dell’Africa. Se si trovano in occidente è certamente per fuggire ad una situazione spiacevole in Africa, dove, probabilmente, non riuscivano ad uscirne da soli. Oggi, sempre soli, finanche restando in occidente, non ne escono ancora. Quindi com’è possibile, partendo dalla loro vita di schiavi del sistema, pretendere che l’Africa ce la faccia da sola? Che ci diano l’esempio delle ricette da seguire per riuscirci partendo dalle loro stesse vite professionali e saremo numerosissimi a fare la coda per seguirli. Fino ad allora, che abbiano la gentilezza di tacere. Eviteranno almeno di ricoprirsi di ridicolo.

Paragonando il cinese senza diploma Bruce Lee agli intellettuali africani ricoperti di diplomi dei giorni nostri, non ci si può impedire di constatare che laddove Bruce Lee ebbe il coraggio di denunciare un sistema, ci sono africani che l’hanno interiorizzato e lo insegnano finanche ai bambini in Africa. Spesso resto spaventato quando guardo i canali televisivi africani in cui c’è un dibattito con politologi africani che ci parlano una lingua che solo loro capiscono, certamente non i telespettatori africani ai quali dovrebbero rivolgersi. Come riferimento non hanno altro che la cara altamente democratica Francia presentata come ultimo stadio di felicità in terra. E concludono quasi tutti con una frase che va tanto di moda in questi giorni: « per sviluppare l’Africa, è necessario il rinascimento africano ». E’ come se, 40 anni fa, invece di agire nell’ambito del cinema per affermare nell’azione la fierezza cinese, anche sotto colonia britannica, Bruce Lee facesse un giro di conferenze per spiegare che il Regno Unito è il paradiso in terra e che per arrivare alla loro caviglia fosse necessario il rinascimento cinese. La gioventù africana deve sapere ascoltare questi personaggi che non hanno nient’altro da offrire all’Africa se non i loro noiosissimi diplomi ottenuti in occidente. Se detestano la Cina, non è solo per far piacere ai padroni, è anche per la loro sopravvivenza, come espressione della mediocrità africana. I cinesi ci dimostrano che per piegare i nostri predatori, non c’è altro di meglio che il sudore della nostra fronte, non c’è di meglio che il risultato delle nostre azioni messe insieme per costruire i nostri paesi africani. Avere un alleato strategico come la Cina non vuol dire affatto che essa verrà a lavorare al posto nostro ma che abbiamo l’intelligenza di approfittare di tutte le aperture che questa relazione ci offre e di lavorare molto duramente per uscire la testa fuori dall’acqua il più velocemente possibile, nel caso in cui essa cambi idea. Le relazioni tra le nazioni sono quello che sono, non si sa mai. Ai vostri posti !

Douala, 26/07/2013

Jean-Paul Pougala

Traduzione: Piervincenzo Canale

Sorgente: Le più grandi bugie sulla cooperazione Cina-Africa

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Mostra di Senzatomica a Roma fino al 30 aprile 2015

senzatomica-romaInvito calorosamente tutte e tutti ad andare a visitare la mostra “Senzatomica – trasformare lo spirito umano per un mondo libero da armi nucleari”, a Roma fino al 30 aprile, presso lo spazio “La Pelanda” del museo MACRO, quartiere Testaccio (P.zza Orazio Giustiniani 4). La mostra è a ingresso gratuito, questi gli orari: lun 9.00 – 13.30 ; mart / dom 9.00 – 21.30.
È una delle iniziative della campagna di sensibilizzazione a livello mondiale “Senzatomica”, organizzata dall’Istituto Buddista Soka Gakkai e alla quale aderiscono varie associazioni e istituzioni che lottano per la pace e il disarmo, sia italiane che internazionali.
L’invito è rivolto sia ai giovani sia agli adulti: un mondo pacifico e senza armi nucleari è l’unico mondo sicuro per tutti e ha bisogno della voce risonante di ogni essere umano, di ogni generazione e di ogni nazionalità, per essere realizzato. Fino a che rimarranno arsenali nucleari, in grado di distruggere la vita sul pianeta intero, vivremo tutti nel quotidiano rischio della catastrofe mondiale. Ognuno di noi può fare la propria parte perché ciò non accada, attraverso il disarmo interiore.

Ecco alcune frasi che spero riescano a stimolare vostra la curiosità e vi spingano a visitare la mostra, a partecipare alla campagna, nonché a far riflettere su quanto sia importante essere disarmati interiormente con chi ci circonda per poter costruire un mondo di pace e armonia, dove ognuno si senta felice e a proprio agio.

“Amor ogni cosa vince” Leonardo Da Vinci
“La pace non è un sogno: può diventare realtà; ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare” Nelson Mandela
“Non soltanto sono un pacifista. Sono un pacifista militante. Sono disposto a lottare per la pace.” Albert Einstein
“Non c’è una strada per la pace, la pace è la strada.” Mahatma Gandhi
“Chi vive per una causa è forte, chi vive per una nobile causa è felice.” Daisaku Ikea
““Non importa quanto cambino i tempi o quanto sia progredita una civiltà, in fin dei conti tutto dipende dal carattere delle persone. Le decisioni degli esseri umani determinano il loro destino e quello del resto del mondo.” Daisaku Ikeda
“Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla.” Martin Luther King
“L’uomo deve elaborare per ogni conflitto umano un metodo che rifiuti la vendetta, l’aggressione, la rappresaglia. Il fondamento di un tale metodo è l’amore.” Martin Luther King
”Mantenere la rabbia vendicativa nel cuore è come tenere in mano un carbone ardente da buttare verso qualcuno. Ma tu sei quello che alla fine si brucerà.” Siddhārtha Gautama
”Viviamo nella paura ed è così che non viviamo.” Siddhārtha Gautama
“Noi siamo quello che pensiamo.” Siddhārtha Gautama

www.senzatomica.it

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Non cerco la tranquillità

Una nave in porto è al sicuro ma non è per questo che le navi sono state costruite.

Benazir Bhutto

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Rifiuto di accettare

martin-luther-kingRifiuto di accettare la disuguaglianza quale responso finale alle ambiguità della storia.
Rifiuto di accettare l’idea che “la certezza” (egocentrismo) della natura attuale dell’uomo lo renda moralmente incapace di aspirare all’eterna “condizionalità” (possibilità e apertura verso gli altri) con cui da sempre si confronta.
Rifiuto di accettare l’idea che l’uomo sia meramente il relitto galleggiante di un carico buttato nel fiume della vita incapace di influire sulla nascita degli eventi che lo circondano.
Rifiuto di accettare la posizione secondo cui l’umanità sia così tragicamente legata alla buia notte del razzismo e della guerra e che la radiosa alba della pace e della fratellanza non possano diventare una realtà.
Rifiuto di accettare la cinica idea che nazione dopo nazione debbano essere attratte dalla spirale del militarismo nell’inferno della distruzione termonucleare.
Io credo che la verità disarmata e l’amore incondizionato conquisteranno alla fine il mondo. Questo è il motivo per cui il bene, momentaneamente sconfitto, è più forte del male trionfante.

Martin Luther King: estratto dal discorso pronunciato in occasione del ritiro del Premio Nobel il 10 Dicembre 1964  a Oslo, in Norvegia.

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Global Issues Network

g.i.n.Nel 2003 un gruppo di insegnanti e amministratori della Scuola Internazionale di Lussemburgo decise di fondare la Global Issues Network, con lo scopo di dare agli studenti informazioni, ispirarli, insegnare loro a lavorare in team su tematiche globali, incoraggiandoli a proporre  azioni create in maniera collaborativa e sostenibili, sulle problematiche globali che l’umanità sta affrontando.

Oggi sono decine le scuole che aderiscono alla rete, in tutti i continenti del mondo, organizzando conferenze, eventi e progetti sulle principali problematiche mondiali, dalla lotta alla povertà, alla carenza di risorse idriche, dal riscaldamento globale alla struttura della finanza globale, dai diritti umani alla deforestazione.

Tale rete dà quindi importanza all’ascolto concreto dei giovani di tutto il mondo, dando loro strumenti per mettere in atto proposte creative per risolvere i principali problemi che l’umanità sta affrontando: a mio parere solo attraverso iniziative come queste la nostra epoca potrà superare le tante difficoltà che affronta in maniera positiva, costruendo una comunità umana multiculturale e progredita. I giovani sono il futuro, una società che non ascolta e non dà spazio ai giovani è destinata inesorabilmente al declino.

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Riflessioni sullo Sbarco G.A.S./D.E.S. 2013

Diverse riflessioni si accavallano nella mia mente in merito all’assemblea nazionale g.a.s./d.e.s. a cui ho partecipato a Monopoli. E, ve lo dico subito, senza retorica, non sarò breve.
Nella mia narrazione includerò sia da dove e come sono partito, con quali auspici, sia quanto l’esperienza dell’assemblea ha cambiato la mia percezione della realtà del mondo dell’economia solidale, il “dove siamo”, il “dove stiamo andando” e il “dove vogliamo andare”.
Mi sono trovato nella singolare situazione di essere sia dalla parte del “produttore”, con il progetto “Ragioniamo con i piedi”, sia dalla parte del “consumatore” da coordinatore di un g.a.s., il Gasper di Roma.
Sono venuto in Puglia con Gigi Perinello, già fattore particolare della mia narrazione: con Gigi ci siamo conosciuti all’inizio del progetto avviato con il calzaturificio Astorflex a fine 2008, “Ragioniamo con i piedi”, quando lo chiamai interessato per presentarlo alla rete dei gruppi d’acquisto solidale del Lazio, essendo io un “gasista”. Conobbi in tale occasione anche Fabio Travenzoli, il produttore, all’epoca così taciturno, tanto dall’essere riuscito a scambiarvi giusto qualche parola: ora è una persona con cui parliamo schiettamente, senza mai celare alcunché, con ironia e concretezza. Giusto per dare un elemento in più al fattore determinante dell’economia solidale: le relazioni.
E poi tutto si è trasformato: con Gigi siamo diventati Amici (sì, con la “a” maiuscola) e con Fabio sono nati un profondo rispetto e stima reciproci (giusto per fare un esempio: è l’unica persona che conosca che, a distanza di un anno, nelle varie volte che abbiamo mangiato insieme, si è sempre ricordato che sono vegetariano!). E tutto questo ha portato Gigi, consapevole delle mie difficoltà di lavoro pregresse (licenziato in tronco insieme ad altri 39 giovani nel 2009 da una società cinematografica, Non solo cartoons S.p.a., con 3 stipendi non pagati, di cui recuperato solo la metà… e non vedremo mai più altro, fallita ad hoc come solo in Italia sanno fare) nel 2010, a volermi coinvolgere nel progetto R.C.I.P.. Sono stato subito entusiasta alla proposta (ciò è probabilmente un aspetto del mio carattere, l’entusiasmarmi facilmente) e quindi abbiamo iniziato a girare per l’Italia con le proprie auto gonfie di scarpe, per far conoscere il progetto ai gruppi g.a.s.. Da allora tante cose sono cambiate, vi dico solo che ora ho un furgone datomi dall’azienda con tutti gli accessori per far mercati e un introito mensile. E scusate se è poco, in questa epoca di “crisi”.
Da qui già la prima, per me illuminante, riflessione durante le giornate pugliesi: non esiste divisione tra produttori e consumatori, siamo tutti “attori del cambiamento” come ha efficacemente detto Davide Biolghini nell’officina solidale “Economia solidale: un ossimoro?”. Difatti la riflessione che mi sono posto e che, credo, tutte le persone coinvolte in questo determinante percorso, credo debbano porsi, è quella di considerarsi sia “consumatori” che “produttori”: chiunque di noi con un lavoro difatti, anche se da dipendente, non è forse un produttore anch’esso? E quando veste i panni del “consumatore” può forse dimenticarsi di essere un lavoratore che produce beni e/o servizi, quindi un produttore o comunque un elemento all’interno di un’organizzazione produttiva? Probabilmente molte delle problematiche sorte nel rapporto produttore/consumatore all’interno dell’economia solidale potrebbero essere superate brillantemente partendo da questa riflessione individuale. Probabilmente tanti “integralismi” potrebbero essere moderati da una visione che ci vede tutti dalla medesima parte di “attori” dell’economia solidale, senza ipocrisie e aumentando la nostra capacità di comprensione del “sistema economico”, pronti più ad imparare come funziona, settore per settore, caso per caso, piuttosto che giudicare chi ci lavora in maniera netta e immutabile.
E da tale ragionamento sorge immediatamente la seconda riflessione, che parte certamente anche dalla religione che pratico, il buddismo: la Vita è cambiamento, trasformazione, se le nostre idee, la nostra mente e le nostre emozioni, non sono pronte ad aderire dinamicamente alla realtà che cambia, non saremo in grado di agire efficacemente per il tanto agognato “ben vivere” collettivo.
Ma ritorniamo alla narrazione: il viaggio parte da San Cesareo in provincia di Roma, dove abito, per giungere a Monopoli, in Puglia; si tratta di quasi 500 chilometri di strada, 3 regioni, quasi 5 ore di viaggio. E nel percorso, in cui spesso abbiamo chiacchierato con Gigi confrontandoci su tutto, da quello che facciamo insieme all’economia solidale, ai g.a.s., alla nostra vita personale, alla filosofia e ai ragionamenti politici, non ho potuto fare a meno di guardare fuori dal finestrino questa Italia così mutevole nel paesaggio: dalle colline, ai monti, ai boschi, dai piccoli paesini arroccati su qualche monte, alle cittadine nelle piane, dalle fabbriche abbandonate e dismesse del “frusinate” e della Campania, alle pale eoliche della Puglia, immerse tra le valli in cui spiccano le rotoballe abbandonate al vento nel giallo intenso dei campi arati, fino al mare della costa adriatica pugliese, di un blu profondo, dai campi infiniti di ulivi alle masserie abbandonate, ormai ruderi di cui la natura va pian piano riappropiandosi. In cinque ore di viaggio mi è sembrato di scorgere gli effetti di tutto il bene e tutto il male dell’Italia, solo guardando dal finestrino del furgone.
E qui la terza riflessione, perché mi pare palese che il nostro paese viaggi a diverse velocità: per me, che mi trovo a viverlo dal nord al centro e al sud, per ogni ambito, che sia culturale, sociale o economico, ciò appare evidente e sotto certi aspetti anche preoccupante. A distanza di 152 anni dall’unità d’Italia non sembra d’essere nello stesso paese andando a Mantova, a Padova, a Roma e a Bari. Quella diversità di paesaggi, culture, arti che dovrebbe essere la nostra forza, il nostro valore unico e inimitabile, pian piano va appiattendosi sotto i colpi dell’economia globale, dal pensiero unico così ben definito dallo scrittore e giornalista spagnolo Ignacio Ramonet; nel mentre diviene sempre più evidente una diversità di economie, dal ricco nord al povero sud, in una degradazione sensibile allo sguardo, intollerabile e frustrante, che porta ad una impressionante diversa qualità e quantità delle relazioni economiche nei nostri territori.
E penso anche, da inguaribile ottimista con la volontà, che basterebbe “shakerare” l’ordine e la precisione della gente del nord con la convivialità e il calore della gente del sud, per avere un paese meraviglioso dove vivere tutti, nel benessere, benvivere e benavere!
Come può l’economia solidale portare a questo ambizioso obiettivo? Questa domanda mi porto dentro mentre raggiungiamo Monopoli, nella speranza di trovare risposte o almeno domande migliori di quelle con cui sono partito.
ulivo-secolareArriviamo venerdì 28 giugno a Monopoli, verso le 4 del pomeriggio: andiamo al volo alla masseria in cui pernotteremo (in cui, giusto per inciso, abbiamo incontrato subito i nostri “concorrenti” di “Risorse Future” con cui ci salutiamo rispettosamente e con un sincero sorriso sulla faccia: il potere mistico della solidarietà è incredibile, abbiamo preso entrambe la stessa masseria in cui alloggiare!). La strada per arrivare alla masseria è circondata da ulivi secolari (forse qualcuno anche millenario), che sia io che Gigi non possiamo non notare estasiati e incantati: sono lì, imperturbabili, contorti dalla vita eppure così vitali, emanano saggezza e austerità al medesimo tempo. Subito dopo andiamo verso il centro del paese e cerchiamo di capire dove si tiene il mercato (dove dobbiamo scaricare) e gli incontri: arriviamo fortunatamente subito al luogo del mercato, vicino al mare limpido e ceruleo, che si tiene proprio lungo una strada pedonalizzata che costeggia il mare fino al castello (che non avrò la fortuna di vedere) e subito la cultura da centro sud si palesa (Gigi non è abituato e tira giù qualche madonna in stretto dialetto veneto, ma io sì e non rimango così sconcertato, rimango anzi sommessamente divertito della sua incredulità 😉 ): non c’è parcheggio per scaricare, in 10 minuti netti noi espositori blocchiamo praticamente la strada del centro; c’è Nino Paparella di RES Puglia ad accoglierci che cerca di trovare soluzioni in ogni modo possibile, insieme a qualche altro volontario, tutti disponibilissimi, segno evidente di quel calore umano di cui parlavo più su; come per magia troviamo dove metterci con il furgone (ovviamente in sosta vietata, ma almeno non intralciando il traffico), proprio accanto a dove dobbiamo scaricare! Segno per me evidente del misticismo, il quale supera persino la disorganizzazione che attanaglia noi italiani del centro-sud, che avvolge tutta l’iniziativa.
rcip-monopoli-mareIniziamo quindi a svuotare il furgone e, dopo qualche ora Gigi si allontana (dopo aver sistemato tutto!) per andare ai seminari della prima giornata. Io rimango al mercato, cominciando a fare amicizia con gli altri simpatici “attori” dell’economia solidale. Di fronte a me il mare, è la prima volta che mi capita in un mercato di avere di fronte a me un panorama così incantevole (se penso ai mercati a Roma, nel caos della città, mi vengono i brividi) e mi rendo conto che già questo mi basta a rendermi felice d’esserci.

Incontro in tale occasione i miei amici e amiche della Rete G.a.s. Lazio, che poi ritroverò nei vari incontri, con cui scambiamo qualche battuta, sorridenti come sempre, ironici in maniera tipicamente romana.
Per questa prima giornata la vendita è minima, circa 8 paia di scarpe vendute, pur con tante persone a passeggio, soprattutto persone in vacanza; la stanchezza verso sera comincia a farsi sentire e, siccome il mercato finisce a mezzanotte e dobbiamo smontare tutto e ricaricarlo sul furgone, cerchiamo di sbrigarci a caricare: purtroppo non avevamo fatto i conti con la strada! Per uscire dal paese di Monopoli giriamo mezzo centro storico, passando a volte solo per pochi centimetri tra le strette e tortuose vie. Finiamo per arrivare distrutti alla masseria in cui alloggiamo, circa alle 2 di notte.
Sabato sveglia alle 8, penso che sia la prima volta, da quando ci conosciamo, che mi sveglio prima di Gigi: forse è l’entusiasmo e l’emozione di voler partecipare anche io al primo giorno per me dell’assemblea; la colazione è con frutta fresca del proprietario della masseria (ciliege squisite peraltro), che evito di mangiare tutte per poterne lasciare anche a Gigi. Partiamo quindi verso i luoghi degli incontri, sempre guardando affascinati gli ulivi seculari attorno alla strada. Facciamo una sosta per una seconda colazione, in cui non posso non rimarcare a Gigi la bontà nettamente superiore delle brioche del sud Italia, per far recuperare punti: al nord proprio non le sanno fare (o almeno dovunque sono stato io non sanno farle). Ci avviamo quindi allo splendido Palazzo San Martino, dove si terranno tutte le officine solidali (sono ben 18, 10 la mattina e 8 il pomeriggio). La mattina partecipiamo a “Economia solidale: un ossimoro?” dove, dopo una (forse un po’ troppo) lunga introduzione di Davide Biolghini, iniziamo a discutere, coadiuvati da una “facilitatrice” e questo è un punto importante: tutti gli incontri sono stati seguiti da facilitatori, ossia professionisti (volontari) che ci hanno aiutato a meglio chiarire e sintetizzare i temi dei nostri dialoghi.
Ora quindi riporto la relazione, sulla base dei miei appunti, su quanto è stato dibattuto (ve lo avevo detto che non sarei stato breve!).

palazzo-san-martino-sbarco-monopoli-2013OFFICINA “ECONOMIA SOLIDALE: UN OSSIMORO?”
Con l’introduzione di Davide Biolghini

1) INTERMEDIAZIONI: la diffidenza
– i g.a.s. sono abituati a fare volontariato e vedono con pregiudizio qualsiasi forma di intermediazione
– un esempio è stato il caso del produttore Tomasoni: l’intermediazione MAG venne vista male dai g.a.s., perché intermediari e limitando quindi il rapporto diretto con il produttore. Solo una parte dei g.a.s. si rivolse a MAG 2 (circa 30.000 euro), la restante parte di gruppi (circa 90.000 euro) tramite raccolta diretta e preacquisto (Sintesi-tomasoni-MAG2-GAS-DES-Venezia-09-12).
– solo il 2,3% dei g.a.s. usa intermediari, anche per quanto concerne la distribuzione. Ciò a volte non vedendo la difficoltà per i produttori di occuparsi anche della distribuzione.
– Diversi modelli di logisitica stanno emergendo in Lombardia, alcuni esempi sono:
Cooperativa InterGAS EQUOS di Varese (soli gasisti, da 5 a 7 tonnellate di fresco distribuite, tutto basato sul solo volontariato, 300 volontariati nell’arco dell’anno);
Cooperativa Corto Circuito di Como, hanno costituito una cooperativa produttori – g.a.s.;
Filiera Corta Solidale di Cremona, altra esperienza cooperativa.

2) MODELLO ORGANIZZATIVO: equilibri tra volontariato e lavoro remunerato
– La cooperazione sociale spesso è nata per coprire le carenze del settore pubblico, con ampissimo settore volontario. Va differenziata la cooperazione sociale sana e malata (quest’ultima in cui ci sono gestioni di quasi “capolarato”).
– L’esperienza del commercio equo solidale: le botteghe nascono fortemente basate sul volontariato. Poi c’è stata un’evoluzione, sulla necessità che si è palesata di organizzazione e professionalizzazione. Si costruiscono quindi le grosse centrali (avviene quindi un accentramento): nel peso economico le botteghe diventano meno importanti e si riduce la quota di volontariato.
Riflessione finale: l’aumento della complessità porta la degenerazione e la burocratizzazione, bisogna rimanere piccoli, porre dei limiti.

3) ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA: attori di cambiamento, certezza dell’acquisto da parte dei consumatori
Progetto “Made in no”: riflessione su cosa sono le imprese solidali. Il progetto nasce da un possibile patto d’azione comune tra g.a.s. e produttori. Debbono esserci patti stringenti (di responsabilità specifiche) per costruire imprese sociali, tra g.a.s. e imprese, come sta avvenendo con l’esperienza del Distretto di Economia Solidale Rurale parco sud di Milano.
– Per i modelli organizzativi cosa proponiamo di nuovo?
– Dobbiamo creare comunità sostenibili con una responsabilità sociale rispetto al territorio; siamo “attori di cambiamento” e non solo più produttori o consumatori, dal momento che cerchiamo di valorizzare il capitale delle relazioni.
– Il rapporto tra lavoro volontario e remunerato deve essere discusso senza pregiudizi, deve essere messo a tema. Altrimenti finiamo come gli altri (come ad es. la Lega COOP), a scimmiottare il sistema capitalistico.
Esperienze positive al riguardo: “BuonMercato” nasce come super-g.a.s., rivolto direttamente ai cittadini. Dentro ci sono sia “gasisti” volontari che 3 operatori pagati (sono soci), pagati con un rincaro tra costo d’acquisto dei beni e prezzo d’acquisto da parte degli aderenti (il 10%). Anche il progetto “Corto Circuito” di cui sopra è un esperienza positiva in tal senso.

DIBATTITO
Parla Gianluca Bruzzese, del progetto “Made in No” (abbigliamento intimo): non siamo riusciti ad avere una relazione continuativa con g.a.s./d.e.s.. Siamo stati obbligati a fare lavoro straordinario (ad es. mercatini di domenica), di distribuzione, che ha aumentato la fatica. La remunerazione è così diminuita. I g.a.s. vogliono un miglior servizio distributivo, senza capire quale, noi azienda non siamo in grado di rispondere a tali esigenze. La dimensione industriale ci impone quantitativi non minimi. Nella domanda chiara delle esigenze degli acquirenti la filiera produttiva diviene facilitata. Per ora le domande sono molteplici e differenti.
Parla Gigi Perinello, del progetto “Ragioniamo con i piedi” (calzature): uno dei problemi fondamentali è che noi non abbiamo un’azienda che nasce per i g.a.s., ma che è in crisi e cerca di ristrutturare la propria proposta per soddisfare le esigenze dei consumatori consapevoli (garantendo sostenibilità ambientale e del lavoro). Relazionandosi con marchi e g.d.o. le aziende come Astorflex si sono trovate a rispondere alle esigenze di tali attori e su questo si sono modellate e strutturate.
La trasformazione (riconversione) non è immediata (altrimenti sarebbe necessario il licenziamento di molti lavoratori, contrario quindi allo spirito solidaristico), ma graduale.
Nel caso della scarpa ci sono 20-30 componenti e 20-30 aziende coinvolte: se non abbiamo la forza di coinvolgerle in un pensiero solidale, non potremo essere efficaci.
Utilizziamo materiali costosissimi e per questo costano in un certo modo, hanno bisogno di una diversa comunicazione che sappia narrare tutti i fattori.
– Non essendo nate tali aziende con i g.a.s. troviamo aziende già strutturate, che non cambiano in un giorno: se pretendiamo che lavorino solo per noi, dobbiamo garantire l’acquisto totale della produzione. Altrimenti bisogna affrontarlo come un percorso. C’è anche un problema di prezzi e di rapporti con i produttori delle materie prime e semi-lavorati (che vanno pagati prima della produzione): noi ci troviamo a finanziare i nostri fornitori.
Dobbiamo capire come affrontare la distribuzione: servono sistemi gestiti dai g.a.s., che fungono da garanti, perché le aziende non possono sostenere anche la distribuzione.
Parla Fabio Fortuna, del progetto “Risorse Future” (calzature): sono d’accordo con Gigi. Noi abbiamo investito da 3 anni in ricerca e sviluppo sui materiali, con un costo non indifferente. Se dobbiamo investire in tutto ciò, dobbiamo avere un riscontro da parte dei g.a.s. (che attualmente rispondono al 1% delle nostre comunicazioni), altrimenti non c’è non c’è il ritorno economico sufficiente per poter andare avanti. Abbiamo 8 operai, 4 persone di famiglia, 2 persone saltuariamente. L’azienda era nata 50 anni fa, con la concorrenza della produzione e distribuzione cinesi stavamo andando verso il fallimento. Siamo partiti da 3 anni con i g.a.s.. Stiamo cercando di ripartire ad es. dalla canapa, il grezzo lo compriamo in Romania pagandolo prima, la filatura la facciamo in Italia. Il costo caro che viene rimarcato dai g.a.s. è perché non c’è comprensione della filiera e dei costi. Il problema è la diffidenza, che può essere superata solo con il confronto.

Consorzio produttori agricoli Basilicata: 350.000 az. agr. in tutta Italia; molte aziende agricole sono nate e cresciute grazie anche ai contributi pubblici. Non è possibile per l’economia solidale competere con la loro crisi (la crisi del sistema dominante, il capitalismo e il liberismo).

D.E.S. Reggio Emilia: la difficoltà è riportare le nostre riflessioni sul territorio. C’è bisogno di organizzarsi a livello distributivo: i g.a.s. possono organizzare mercatini temporanei per tale livello.
Il discorso volontariato/lavoro si riflette spesso nel ritrovarsi in pochi, se basato solo sul volontariato. L’organizzazione con operatori remunerati come cooperative, con il coinvolgimento del lavoratore volontario, può essere un buon modello da adottare.

Parla un signore, Giovanni: porta l’esempio di una banca dei Paesi Baschi, che esiste da 45 anni, lavorando a stretto contatto con diverse imprese del territorio, come esempio della riflessione sulla necessità di lavorare in rete. L’impresa è importante per il territorio, perché ha un valore sociale, quindi la difficoltà viene affrontata insieme al territorio. Non siamo coscienti completamente del nostro agire, perché abbiamo paura di prenderci responsabilità. Ci mancano le risorse per organizzarci insieme. Stiamo cercando di creare un fondo di solidarietà a tal fine, perché servono soldi per organizzarci meglio: e spesso piuttosto che fare fondi finiamo per andare dalle banche, dagli istituti di credito, dell’economia di mercato, così degenerando il nostro circuito virtuoso.

Gas Pinerolo, Paolo Bertoli: stiamo ragionando sul d.e.s., siamo agli inizi. Si vede spesso il d.e.s. come sviluppo del territorio, ma noi non abbiamo questa ambizione. Non vogliamo creare economia, ma qualcos’altro. Dobbiamo creare una moneta diversa già da subito, dobbiamo abbandonare la moneta tradizionale, lo scambio economico così come è attualmente. Dobbiamo inziare a trovare un’altra crescita, che non sia solo sviluppo economico.

Pietro (aderente ad un g.a.s.): rapporto volontariato/lavoro. Ora il volontariato sostiene un’economia che da sola non si sosterrebbe. I g.a.s. sono una distribuzione che mantiene il prezzo equo, basandosi proprio sul volontariato. Il volontariato sostiene ora la giusta remunerazione di chi è retribuito.

Ada: ci sono tanti livelli diversi, non serve guardare un percorso o una strategia giusta. Nei g.a.s. si crea coscienza, si cresce, si provano modelli organizzativi: è difficile metterli in atto, dobbiamo investire sul fare formazione all’interno. Stiamo sperimentando modelli diversi, dobbiamo rimanere aperti, ma rigorosi. Spesso il g.a.s. è uno sfruttamento di poche persone, che lavorano per tutti. Il vero modello del lavoro volontario, che vede una partecipazione di tutti, in maniera ben organizzata, è il vero lavoro volontario, da cui ancora siamo lontani. Dobbiamo ancora sperimentare molto, non abbiamo modelli già definiti e ben sperimentati.

Eleonora (GASP Frosinone): vedo ciò che dice Ada anche nel nostro g.a.s.. Ciò è legato ad una mancanza di visione, manca una progettualità di quello che si sta facendo. Molti usano il g.a.s. a beneficio personale, ogni qualvolta si tenta di effettuare un percorso di processo ci viene detto che stiamo correndo troppo. Dobbiamo accettare i tempi lenti. La mia esperienza nelle scuole con RESSUD, quando ho tirato le somme del monitoraggio ho scritto le spese effettuate (pagate dai singoli, dalle cooperative, etc.) e le ho inviate a tutto il g.a.s., non per chiederne un rimborso, ma solo per farne prendere coscienza: è giusto che siano solo alcuni a pagare tali spese? Come possiamo sostenere in maniera etica tali spese, equamente tra tutti?

Laura (g.a.s. di Cremona, da cui è uscita per costruire il progetto “Filiera Corta Solidale”): pongo dubbi più che dare risposte, non sono uscita dal g.a.s. per una visione incompatibile, ma diversa. Non sono salutista, ma il mio interesse è stato aprirsi all’esterno, alla società, buttare giù dei muri e superare i limiti che tengono le persone lontane. Quindi abbiamo organizzato una distribuzione che ha dato servizi, rendendo più accessibili queste pratiche alla cittadinanza.
Sul rapporto fiducia/diffidenza: il progetto non è nato per i g.a.s. del territorio, c’era la speranza di creare sinergie (non avvenute) su prodotti che vengono da lontano. Il target sono sempre state le famiglie che al g.a.s. non si sarebbero avvicinate. Ai g.a.s. non interessa il nostro progetto, perché veniamo visti come intermediari. Dall’altra parte Filiera Corta è un rapporto di fiducia, avendo elaborato disciplinari di produzione. Sul rapporto volontariato/lavoro: solo da un anno sono retribuita, faccio tanto lavoro volontario ancora oggi (lavoro 9/10 ore al giorno, tra retribuito e volontario). Le mie frustrazioni sono, sì l’avere un comparto di volontari (ad es. nel fare cassette è indispensabile), ma la mancanza di una partecipazione che sia ad un livello più alto, di prospettiva, di fare impresa (ci scommettiamo tutti o solo io?). Bisogna trovare un equilibrio giusto.

Giuseppe SOS Rosarno: si è persa la nobilità del lavoro volontario, che non si deve perdere.

RIFLESSIONI PERSONALI
Siamo stretti tra la necessità e l’urgenza di un nuovo modello e la lentezza necessaria a sviluppare i nostri modelli. Forse dobbiamo rischiare di più e velocizzare.

La questione è culturale, è d’azione legata ad una cultura che bisogna diffondere (qui è determinante la comunicazione).
Il volontariato deve essere un diritto e perché lo sia c’è bisogno di lavorare remunerati 5 ore al giorno. Tanti gasisti non riescono a partecipare soprattutto perché non ne hanno il tempo, non tanto perché non vogliono fare volontariato; e cadrebbe ogni giustificazione lavorando 5 ore al giorno.

Dobbiamo passare dai G.A.S. (gruppi d’acquisto solidale) ai P.A.D.S. (produzione acquisto e distribuzione solidali), in cui tutti gli attori dell’economia solidale sono coinvolti in un’unica realtà territoriale.
Per arrivare a ciò dobbiamo lavorare nell’economia solidale, riflettendo su:

– Quello che consumiamo è il lavoro che troveremo, quello che produciamo sono i prodotti che troveremo.
– Nella filiera solidale il produttore è parte debole e il consumatore parte forte, rispetto all’economia di mercato. Quindi l’assunzione di responsabilità del consumatore sull’acquisto è determinante, così come la trasparenza del produttore; per entrambe il confronto, nonché lo stare assieme, dalla stessa parte, è la soluzione e la sintesi.

Se siete arrivati fin qui singifica che già avete smesso di lamentarvi della lunghezza della mia relazione, forse trovandovi (spero) qualche spunto interessante e qualche utilità.
Ricomincio la mia narrazione dalla pausa pranzo: nel cortile del palazzo ci ritroviamo tutti (saremo almeno 200-300 persone), iniziando a fare la fila per mangiare il pasto preparato dalle persone della R.E.S. Puglia (a cui va tutto il mio personale ringraziamento per essere riusciti nella difficile organizzazione: vi abbraccio uno per uno).
E si chiacchiera, instancabilmente, tutti abbiamo tanto da dire, tanto da ascoltare, è palpabile la necessità del confronto, la necessità di relazionarsi portando ognuno le proprie esperienze.
Il tempo è poco rispetto a quanto ne vorremmo, ma ci sono le officine solidali del pomeriggio che debbono cominciare, altrimenti non si fa in tempo.
E quindi ecco che vi beccate subito, nemmeno il tempo di digerire la prima, la seconda relazione: ho partecipato (con rammarico, perché avrei voluto partecipare a tutte: tra qualche anno dovrà durare 10 giorni lo Sbarco G.a.s./d.e.s., così potrò farlo e sarà segno evidente del successo del nostro movimento!) a quella sui “Sistemi partecipativi di garanzia”.

OFFICINA “SISTEMI PARTECIPATIVI DI GARANZIA”

D.e.s. Brianza racconta la propria esperienza di formazione sui sistemi di garanzia partecipata: i costi dei progetti sono stati coperti con un finanziamento, ora stiamo pensando a come auto-finanziarci. Il fine è stato far sì che le comunità riconscessero ai produttori uno status di produttore certificato, partendo come base dal rispetto dei disciplinari biologici. Con i tecnici, consumatori e produttori abbiamo stabilito dei criteri condivisi, dei disciplinari specifici alle esigenze degli attori solidali. Il progetto è durato un anno. Si sono formati, durante le riunioni, dei gruppi di lavoro, per stabilire delle procedure (visite, manuali di visita (domande da fare al produttore), etc.). I manuali di visita di Des Brianza sono già pubblici (http://des.desbri.org/news/pgs-al-via-prime-visite-sperimentali-ai-produttori).

D.e.s. Parma: abbiamo organizzato una distribuzione sul territorio dei prodotti ai cittadini, attraverso un mercato periodico, una Piccola Distribuzione Organizzata. È in tale ambito che è sorta la questione dei SPG (sistemi partecipati di garanzia). È nato tutto dall’esigenza di produttori e consumatori di avere qualcosa in più della garanzia standard del biologico, in cui si lamentano sia i primi che i secondi, nonché i problemi del fatto che il certificatore è pagato dal produttore, etc.. Abbiamo cercato di capire sul territorio cosa fare per trovare dei meccanismi per capire cosa vogliono entrambe, attraverso degli incontri (ad es. sul lavoro, che non è contemplato nel disciplinare). Esigenze del produttore: non si vuole certificare perché non si riconosce nei disciplinari bio o perché vuole una garanzia in più, il consumatore vuole potersi fidare se quanto dichiarato è veritiero. Per questo ci sono i percorsi di visita, sia con consumatori che con un produttore affine, anche per effettuare le schede produttore. La nostra garanzia è anche una responsabilità, poiché per legge non possiamo dare una garanzia con valore legale. Facciamo schede produttore e schede di visita. Stiamo cercando di semplificarle al fine di renderle comprensibili ai consumatori e facili da compilare per il produttore. Abbiamo chiesto un finanziamento a Cariparma, per avere una persona che fa lavoro di coordinamento sul progetto (non è un tecnico, ma ha esperienze di rete g.a.s./d.e.s.): abbiamo ottenuto 10.000 euro per tale persona (il 75% dei costi). Abbiamo scelto la fondazione Cariparma perché le fondazioni hanno l’obbligo di destinare a bando dei fondi, cosa che la Regione non ha (non ci sono bandi su questo settore). Tutti i documenti saranno pubblicati sul sito di D.E.S. Parma. Tale strumento lo diamo a disposizione ai g.a.s. del d.e.s. che, se vogliono, possono usarlo nel proprio gruppo.
Altra esperienza, “Campi Aperti” di Bologna, già pubblicato on-line: http://www.campiaperti.org

Arcipelago Siqillyàh: Come Arcipelago Siqillyàh facciamo una volta al mese un incontro tra tutti, dove si dà anche un veloce occhio all’azienda presso cui ci incontriamo.
Dobbiamo stare attenti al valore che diamo alle analisi chimiche: le analisi difatti vengono fatte sui prodotti chimici conosciuti in Italia (se ad es. si usa un prodotto chimico preso dall’estero, nelle analisi non si trova; oppure si supera il periodo di latenza del prodotto e quindi non vi è traccia nelle analisi).

G.a.s. Gasper, percorsi di certificazione partecipata: siamo partiti dalla riflessione che è necessaria una cultura in continua evoluzione del percorso produttivo naturale e etico. Dobbiamo considerare che le analisi del processo produttivo dipendono dal tipo di azienda e dalla sua dimensione, non possono essere tutte uguali. E comunque va sempre considerato che è un percorso, un diario, che si basa sulle reciproche informazioni, sulla totale trasparenza del produttore, sull’aiuto che noi g.a.s. possiamo dare (ad es. pagare i tecnici al posto del produttore), mettendoci dalla stessa parte.
I nostri percorsi sono aperti ad altri g.a.s. e al territorio.
La convivialità, tra dati e schede tecniche, rimanendo poi a cena insieme, è stato l’aspetto prevalente che ha reso meno faticosi gli incontri.
Il nostro scopo, la nostra “utopia”, è arrivare ad una cultura della produzione etica basata sul dialogo, dove le certificazioni non siano più necessarie, dove non esista più la distinzione tra “produttore” e “consumatore” così come la concepiamo oggi.

QUESTIONE FONDAMENTALE
Come far conoscere e comunicare a tutta la cittadinanza questi sistemi di garanzia?

Finita l’officina vado a montare lo stand, con tante idee in testa e anche il buonumore: sì, perché provo un immenso piacere a parlare di come essere economia solidale, di come sperimentare nuove pratiche virtuose che ci diano sempre maggiore consapevolezza del percorso intrapreso e ci aprano nuove strade da intraprendere.
Questa volta va meglio, vendiamo circa 16 paia di scarpe durante tutta la serata, parliamo con molte persone spiegando il nostro progetto, cosa facciamo, come e quali sono i nostri obiettivi: primo tra tutti dimostrare che si può lavorare in Italia, con i migliori materiali naturali disponibili, riducendo l’impatto ambientale della produzione, garantendo i diritti dei lavoratori e mantenendo un prezzo equo delle scarpe. Tra me e Gigi al riguardo non c’è mai alcun dubbio: l’unico modo per uscire dalla crisi del sistema è la decrescita felice e serena, rilocalizzando, decolonizzando le menti, ricreando relazioni di valore e considerando le aziende un valore sociale dei territori e non meri impianti di produzione. Un’azienda è un intreccio di tradizioni, esperienze di vita, saper fare, relazioni umane e con l’ambiente, non è solo produzione, prodotto e distribuzione.
Verso le 23 il tempo comincia a cambiare, si alza il vento e Gigi capisce, con il suo sesto senso (a cui io in questa occasione do poco ascolto, purtroppo), sorto dalle varie esperienze di diluvi passate, che sta per arrivare un temporale: si scatena il putiferio, viene giù tanta di quell’acqua che si creano fiumi per le strade, iniziamo a caricare il furgone per salvare le scarpe e le scatole di cartone riciclato che le contengono, finiamo di caricare che siamo completamente zuppi dalla testa ai piedi. Diamo protezione sotto il nostro stand a qualche persona, mentre ci riposiamo un poco dopo la faticaccia, attendendo che spiova un minimo. Infine smontiamo anche lo stand, siamo rimasti praticamente solo noi, con un’altra “avventura” da raccontare nel nostro difficile e faticoso, ma entusiasmante percorso.
Andiamo quindi a bere qualcosa, io volevo una birra, Gigi prende uno yogurt (lui è più “salutista” di me): questa volta passiamo in contromano dalla strada in cui siamo venuti, per non finire un’altra volta un’ora a girare il centro storico di Monopoli!
Arriviamo ad una piazza grande, in cui c’è un bar abbastanza “chic”, in cui entriamo tutti belli zuppi, facendoci strada tra giovani e meno giovani vestiti di tutto punto, con una musica tecno commerciale veramente insopportabile. D’altronde è il primo che abbiamo trovato aperto, poco importa. Torniamo alla masseria ancora più stanchi del giorno prima e con una certa ansia per via dell’acqua che hanno preso i prodotti, ma ci penseremo domani, ancora pieni delle parole ascoltate e dette, dei ragionamenti e delle sensazioni regalateci dall’assemblea.

E arriva la domenica: niente mercato oggi, ci sono gli incontri di ambito e l’assemblea plenaria, in cui i facilitatori relazioneranno sinteticamente sul lavoro delle officine e degli ambiti.
Ecco la mia sintetica relazione dell’ambito a cui ho preso parte.

Ambito “Produzione e trasformazione: filiere no-food”
Si sente l’esigenza della facilitazione, perché i ragionamenti possano andare avanti a livello nazionale. Perciò potrebbe essere necessario effettuare una quantificazione economica di tale servizio, ad esempio partendo dall’avere una o due persone a part-time.
Si riflette altresì sul fatto che possa però essere critico e potrebbe allontanare dalla partecipazione l’avere dei responsabili a livello nazionale remunerati.
È necessario comunque innanzitutto fare rete a livello regionale, lavorare concretamente a tale livello.
È strategico trovare un contenitore nazionale dove tute le elaborazioni regionali vengano condivise.
Bisogna maturare la compartecipazione dei vari attori, produttori, consumatori, distributori, attraverso patti dove le responsabilità vengano condivise. In tale ambito ci devono essere momenti di confronto periodici dove le criticità degli attori si possano affrontare insieme.
È necessario lavorare dal basso, coinvolgere per arrivare ad essere massa critica.
L’esempio pratico di Retenergie: 500 contratti ad oggi, il massimo a Parma, dove c’è la questione dell’inceneritore. C’è ne aspettavamo 10.000.
L’esempio pratico di Made In No: buona parte di quanto abbiamo prodotto non ha poi trovato riscontro nell’acquisto da parte dei g.a.s..
Il problema sono le scelte individuali all’interno dei gruppi, che in ambito no-food ancora non mutano.
Si pensa di creare una sorta di bollino di qualità per i produttori certificati dai g.a.s..
Serve una promozione dal basso fondata sulla relazione. Bisogna superare la diffidenza su alcuni prodotti, soprattutto nei servizi.
Promozione dei produttori da parte di d.e.s. e g.a.s., contratti da sottoscrivere nell’immediato (ad es. nelle riunioni dei g.a.s.) per i servizi, organizzazione di mercati temporanei per vendita diretta dei prodotti no-food, diffondendo così l’economia solidale tra tutta la cittadinanza.
Il mercato deve essere un’officina, un luogo dove si attua l’informazione e il dialogo tra attori dell’economia solidale.

Ecco la sintetica relazione dell’assemblea plenaria, in cui vengono riportate le riflessioni degli ambiti.

SBARCO-2013ASSEMBLEA PLENARIA

“Produzione e trasformazione: filiere food”
Lavoro sui territori, priorità nazionale. Appuntamento in autunno come tavolo agricoltura.
No Ogm: sono attive due petizioni; promozione nelle regioni dove si sta legiferando nel merito.
Formazione degli agricoltori su agricoltura naturale, in particolar modo verso le aziende che rischiano di chiudere. Accesso alla terra e terreni demaniali a disposizione dell’agricoltura naturale.
Lavorare sulla costruzione di filiere, con reti tra consumatori e produttori. Elaborare patti di responsabilità reciproca.

“Produzione e trasformazione: filiere no-food”
Esigenze diverse dal food su servizi, settore più difficile perché c’è molta diffidenza.
Sul prodotto no food (tessile e scarpe), c’è un problema di complessità della filiera e in alcuni casi l’impossibilità per ora del totale biologico.
Necessità di strutturarsi a livello regionale è una priorità strategica.
Servirebbero dei facilitatori di processo a livello nazionale, pagati; nel frattempo il processo viene promosso da parte del gruppo gas/des.
Incontro tra produttori per proposte.
Informazione e promozione sui prodotti.
Il mercato come officina informativa e di dialogo.
Compartecipazione e promozione dal basso.

Distribuzione
Soggetto nuovo, un d.e.s. in cui ci siano produttori, gas, lavoratori, botteghe e che si occupi di:
– Gestione di un trasporto sostenibile.
– Gestione distribuzione: gas, mercati, negozi, spacci.
– Giusto equilibrio tra lavoro retribuito e volontari.
Mettere a confronto le realtà che già esistono e farle conoscere.

Nuove relazioni territoriali e istituzionali
Ripensare la proprietà sociale.
Ragionare sulla proprietà di spazi e di saperi. La proprietà dal punto di vista della sua funzione sociale.
20-21-22 settembre incontro a pisa sul tema della proprietà: allargare la partecipazione degli attori sull’iniziativa. Strumenti: mailing list, sito “comune-info”.
Gruppi di lavoro su leggi regionali: a livello nazionale già esiste, va coordinato con le realtà regionali.
Gruppo sulla formazione e sull’approfondimento, promosso da Davide Biolghini.

Produzione: servizi
4 ambiti con già tavoli di lavoro attivi.

Misurare l’economia solidale
Bilanci di giustizia con i g.a.s., bilancio bene comune con fornitori.

Finanza etica
Promozione prodotti comuni. Progettazione. Formazione informazione. Tavoli regionali. Richiesta: soggetto giuridico nazionale.

Scuola
Commissioni locali con soggetti solidali per proporre alle scuole i progetti.
Sbarchi in piazza nelle scuole.

Comunicazione
Portale web di riferimento da progettare e sperimentare. Deve permettere di comunicare all’interno e essere una vetrina per l’esterno.

Proposte in assemblea plenaria per prossimi incontri nazionali
Assemblea a marzo-aprile per consentire ai produttori agricoli di poterci essere.
Considerare la fiera/mercato come un’officina solidale.
Più momenti di convivialitá (mia riflessione, che analizzo alla fine).

Richiesta d’aiuto della rivista altreconomia. Sostegno sottoscrivendo un abbonamento come g.a.s.. Proposta di integrarlo quale soggetto che aiuti nella comunicazione dell’economia solidale.

RIFLESSIONI PERSONALI FINALI
A distanza di dieci giorni dell’assemblea, ancora pieno di pensieri, sensazioni, vivendo un’euforia generalizzata derivante dalle relazioni avute di grande umanità, con persone di ogni parte d’Italia, mi vengono in mente alcune ulteriori riflessioni.
La riflessione principale che mi viene in mente è quella di curare maggiormente l’aspetto conviviale, che in parte ho sentito mancare durante l’assemblea: di certo la situazione generale italiana non è delle migliori, tante le incertezze sul futuro e, visto che in tale contesto si ha un’elevata consapevolezza del fatto che il problema è sistemico, è ovvio che lo scoramento e la preoccupazione possano prendere il sopravvento: non si cambia sistema da un giorno all’altro, ci vogliono ancora anni di duro lavoro e di lotte!
Però credo fermamente che, ciò che possa veramente coinvolgere i nostri concittadini a credere nei percorsi che proponiamo, sia soprattutto l’aspetto gioioso, il fatto che tutti i nostri ragionamenti derivino dall’amore per gli esseri umani e per l’ambiente, da una naturale propensione come esseri umani alla vita sociale e conviviale, propensione che l’attuale cultura dominante ha soppresso in gran parte, ma che è insita nel nostro stesso vivere ed essere vita.
Un sistema freddamente razionale come quello dell’economia liberista, può essere secondo me sostituito da un sistema di economia solidale solo se saremo in grado di farne emergere gli aspetti che riguardano la felicità umana, un qualcosa che include la logica, ma che necessita anche dell’emersione del lato emotivo, giunto al raziocinio.
Se dimentichiamo l’ambito emotivo delle nostre esistenze, dimentichiamo la parte che ha permesso al sistema economico attuale di esistere e diventare tale: in tale sistema l’inganno è stato generato dall’euforia dell’avere, dal divertimento effimero del possedere, dalle mille lucine colorate che ci hanno ammaliato, dall’intrattenimento lucidamente organizzato, finalizzato all’acquisto.
La vera battaglia si terrà proprio secondo me su questo fronte: l’economia solidale deve dimostrare di poter dare maggior felicità al genere umano, nel suo agire quotidiano, rispetto all’economia di libero mercato, perché possa essere considerata dai più come migliore, come un progresso.
A poco secondo me serviranno le speculazioni riguardanti la sostenibilità ambientale della produzione, le riflessioni sul capitale delle relazioni, che sono beni intangibili, se non riusciremo ad esprimere in maniera tangibile che l’economia solidale nasce e cresce per aumentare e assecondare la gioia di vivere di ogni singola persona.
Nel piccolo mondo del mio g.a.s., il Gasper, abbiamo già vissuto l’evoluzione da un sistema razionalmente organizzato, che ha portato ad un periodo di crisi qualche anno fa, per evolverci ad un sistema emotivamente e umanamente coinvolgente, che ha superato la crisi attraverso la creatività e l’impegno di ogni singolo; ciò partendo da un percorso che ci ha portato a creare un contesto di convivialità privo di conflitti, dove le problematiche sono state affrontate con soluzioni che, solo vivendo insieme momenti piacevoli, siamo riusciti a superare efficacemente e rimanendo uniti.
E lo stesso sta avvenendo all’interno della Rete g.a.s. Lazio di cui facciamo parte.
Il rispetto delle idee altrui, le reciproche relazioni di stima e amicizia, la sperimentazione senza pregiudizi, ma basata sulla fiducia e sul dialogo sincero, sono i fattori che ci stanno portando verso lidi migliori, verso una migliore organizzazione del nostro agire, verso maggiore concretezza.
Nel percorso con “Ragioniamo con i piedi” sono stati i sorrisi, il dialogo, l’ironia nel mezzo della fatica, che ci ha permesso di resistere ed esistere ancora, apprezzati dai nostri “acquirenti” non solo per la qualità dei prodotti che vendiamo, ma anche dalla sincerità e trasparenza con cui ci siamo sempre rapportati, dalla creatività con cui abbiamo sempre cercato di reagire alle difficoltà che abbiamo incontrato.
Tutto si è mosso e si muove, tanto nel Gasper quanto in R.C.I.P., grazie all’emersione del nostro profondo senso di umanità, ascoltando il più possibile le sensazioni, le emozioni, le impressioni e le riflessioni delle persone con cui siamo entrati e entriamo in relazione. E sono felice e orgoglioso di farne parte.
Nel nostro percorso di attori dell’economia solidale ci avviciniamo spesso alla tradizione e all’esperienza agricola e contadina, recuperandone i valori in ambito produttivo, mettendo però forse in secondo piano un’unica cosa di tale tradizione: organizzare più feste, più momenti non di riflessione, ma iniziative che promuovano il piacere di stare insieme per il solo fatto di stare insieme, per ritrovare quella comune umanità che ci consente di sentirci vivi e felici di esserci, proprio qui e ora.
Ultima riflessione (giuro che ho terminato!) è quella di aver visto un’età media elevata all’assemblea (pur se tanto spirito giovanile l’ha permeata dall’inizio alla fine). Dobbiamo far sì che il coinvolgimento dei giovani sia maggiore: i giovani sono il futuro, sono energie fisiche e mentali a non finire, se non siamo in grado di coinvolgerli non riusciremo nel nostro intento di portare l’economia solidale ad assurgere come modello e direzione da seguire per il futuro dell’umanità. E sono certo che l’aumentare i momenti di convivialità, di gioia collettiva, potrà aumentare sensibilmente la partecipazione giovanile.
Grazie di essere arrivati fin qui nella lettura, spero sia stato utile almeno a qualcuno tutto questo mio scrivere.
Spero che sia emerso tutto il mio profondo amore, rispetto e stima per tutte le persone che ho incontrato. Spero che saremo sempre di più, fino a coincidere con l’umanità intera. Credo fermamente nella possibilità concreta di un futuro di pace e amorevolezza per il genere umano, lotterò tutta la vita nel mio piccolo perché ciò si realizzi nel più breve tempo possibile: è la più intima natura dell’essere umano, consapevoli di essere parte del tutto, che indicherà la strada giusta da seguire, che porterà a costruire una società includente e accogliente, non dobbiamo averne dubbi.

Dario Pulcini – 9 luglio 2013

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Cooperazione Diritto Politica

Liberiamo i prigionieri politici Saharawi

23 prigionieri politici saharawi sono in prigione da quasi due anni nel carcere di Salé in Marocco, accusati di atti di violenza contro le autorità marocchine che hanno smantellato il campo di protesta di Gdeim Izik nel novembre 2010. La detenzione per oltre 12 mesi senza capi d’accusa formali è illegale secondo il codice penale marocchino. Il processo, previsto inizialmente per il 13 gennaio 2012, è stato posticipato al 24 Ottobre 2012, e nuovamente rinviato per motivi sconosciuti. Varie organizzazioni per i diritti umani hanno dichiarato che tali ritardi sono dipesi dal timore marocchino che la corruzione del proprio regime potesse essere portata alla luce dai vari osservatori internazionali e dai mezzi di comunicazione arrivati a Rabat per assistere al processo.

Il Sahara occidentale è occupato illegalmente dal Marocco dal 1975, quando la “Marcia Verde” di 300.000 civili marocchini, è penetrata nel territorio, seguita dai bombardamenti con napalm e fosforo bianco effettuati dall’esercito marocchino. Da allora la metà della popolazione saharawi vive nei campi profughi nel deserto algerino, mentre il resto vive nella propria terra natale sotto la brutale occupazione del Marocco. Il territorio occupato del Sahara occidentale è difeso dal muro militare più lungo al mondo.

Dal 1991 i Saharawi attendono il referendum di autodeterminazione promesso nel 1991 dalle Nazioni Unite e bloccato dal regime marocchino, che risponde alle manifestazioni pacifiche della popolazione con la repressione o la detenzione arbitraria. I prigionieri saharawi vengono regolarmente sottoposti a tortura e trattamenti disumani: violenza sessuale, bruciature di sigaretta, elettroshock, percosse e attacchi di cani. Il 24 settembre 2012, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Juan Mendez, ha riportato l’elevato numero di casi che gli sono stati sottoposti durante la visita nel Sahara occidentale e ha allegato prove sulla tortura nelle carceri e nei centri di detenzione del territorio. Il Relatore ha inoltre osservato che “la tortura tende ad essere molto più crudele, dura e sistematica” nei casi di attentato alla “sicurezza nazionale” (così il governo marocchino interpreta la rivendicazione all’autodeterminazione saharawi).

Il campo di Gdeim Izik è stato allestito nel 2010 da migliaia di Saharawi alla periferia di El Aiùn, capitale del Sahara Occidentale. I manifestanti del campo chiedevano un miglioramento delle loro condizioni di vita e rivendicavano il loro diritto al referendum per l’autodeterminazione sotto l’egida delle Nazioni Unite. Le autorità marocchine hanno smantellato il campo, causando morti, feriti e effettuando numerosi arresti accompagnati da trattamenti disumani.

Nonostante i numerosi rapporti sulle violazioni dei diritti dell’uomo nel Sahara Occidentale, il mandato della MINURSO, la Missione delle Nazioni Unite nella regione, non prevede la tutela dei diritti umani.

COSA POSSIAMO FARE? FIRMARE LA PETIZIONE. In conformità alla legge marocchina, chiediamo che i 22 prigionieri di coscienza saharawi del gruppo di Gdeim Izik siano liberati immediatamente se non potranno beneficiare di un processo giusto e trasparente.

VAI ALLA PETIZIONE SU AVAAZ.ORG

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Sostenete il progetto Soccer for Freedom!

Vi chiedo di dedicare due minuti del vostro tempo per sostenere con un semplice voto un progetto di cooperazione internazionale chiamato “Soccer For Freedom“.

Lo scopo del progetto è formare dei tecnici saharawi e dei ragazzi/e saharawi nei campi profughi a Smara in Algeria (il popolo Saharawi è condannato all’esilio dal proprio paese, il Sahara Occidentale, da ben 35 anni, per via dell’ingiusta occupazione militare marocchina, con un territorio diviso in due da un muro di 2.500 km), al fine di valorizzare il talento dei giovani dei campi profughi, veicolando attraverso il calcio un messaggio di pace e fratellanza.
Vi chiedo veramente di cuore di votare e/o diffondere tale progetto a chiunque, di modo da garantire il suo successo e dare così la possibilità a tanti giovani saharawi di vivere una vita non certo più facile, ma almeno un poco migliore, dando loro una speranza di un futuro di giustizia, pace e libertà; e contribuire così anche a rompere il muro di silenzio sulla situazione del popolo Saharawi, costretto a vivere nel deserto, sopravvivendo solo grazie agli aiuti umanitari, un popolo che lotta tenacemente da 35 anni in forma pacifica per rivendicare il diritto a vivere nel proprio paese.
Il progetto è sviluppato da “Radici Solidali ONLUS” (http://www.radicisolidali.it) che si occupa dei rapporti con i partner locali dei campi profughi in Algeria e del coordinamento generale, in collaborazione con l’associazione locale “Soccer for Freedom” (http://www.westernsaharafootball.com/) che si occupa della formazione e coordinamento dei giovani ragazzi e bambini Saharawi nei campi, nonché dalle associazioni “Freestyle Italia” (http://www.freestyleitalia.it/) e Giocalciando (http://www.giocalciando.it/) che danno il supporto tecnico con allenatori della F.I.G.C. e si occupano di incentivare la raccolta dei materiali necessari presso le scuole calcio romane (siamo riusciti già a reperire materiale tecnico per 50 bambini/e e ragazzi/e).

Per votare è sufficiente collegarsi a questa pagina:

http://goodideas.benjerry.it/associazione/radici-solidali-onlus.html

Per maggiori informazioni sul progetto vai alla pagina:

http://www.radicisolidali.it/progetti/soccer-for-freedom-il-calcio-a-sostegno-del-popolo-saharawi/

Dario Pulcini – Presidente Radici Solidali Onlus

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