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Ambiente Diritto Ecologia Politica

Modifica della Costituzione per la tutela dell’ecosistema

Ho scritto una petizione per far sì che la tutela dell’ecosistema diventi centrale per il futuro del paese. È qualcosa che volevo fare da tempo e sono finalmente riuscito a mettere nero su bianco la mia proposta 🙂

Vi spiego di cosa si tratta: voglio che sia inserita nell’art. 9 della Costituzione Italiana la tutela dell’ecosistema.

L’art. 9 tutela al comma 2, ad oggi, il paesaggio, il patrimonio storico e artistico, ma non esplicitamente l’ecosistema.

Con la modifica che propongo vi sarebbe un esplicito riferimento alla tutela dell’ecosistema nella Costituzione italiana tra i principi generali, obbligando così tutti i poteri dello stato (dal Parlamento al Governo agli enti locali alla magistratura) a tutelare l’ambiente in ogni sua forma.

Mi dareste una mano a diffonderla, oltre che a firmarla? Grazie!

Clicca sul link per firmare la petizione: http://chng.it/jVsFcHLMKt

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Politica Umanesimo

Interdipendenza

“Non più indipendenza, ma «interdipendenza»: questa è la parola non nuova in cui, se non si vuol che il domani ripeta e aggravi gli orrori di ieri, si dovrà riassumere in sintesi il nuovo senso della libertà, quello da cui potrà nascere da tanto dolore un avvenire diverso dal passato: libertà come consapevolezza della solidarietà umana che unisce in essa gli individui e i popoli, come coscienza della loro dipendenza scambievole; come condizione di giustizia sociale da rispettare e da difendere prima negli altri che in noi; come reciprocità e come collaborazione a una più vasta unità.”

Piero Calamandrei

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Educazione Politica Umanesimo

L’importanza della scuola

«Non si troverà costituzionalista che passando in rassegna gli organi supremi che danno alla nostra costituzione la sua fisionomia caratteristica, senta il bisogno di menzionare tra essi la scuola: la scuola resta in secondo piano nell’ordinamento amministrativo (nell’ordinaria amministrazione, si direbbe), non sale ai vertici dell’ordinamento costituzionale. E tuttavia non c’è dubbio che in una democrazia, se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che a lungo andare la scuola è più importante del parlamento e della magistratura e della corte costituzionale. Il parlamento consacra in formule legali i diritti del cittadino, la magistratura e la corte costituzionale difendono e garantiscono questi diritti, ma la coscienza dei cittadini è creata dalla scuola; dalla scuola dipende come sarà domani il parlamento, come funzionerà la magistratura, cioè come sarà la coscienza e la competenza di quegli uomini che saranno domani i legislatori, i governanti e i giudici del nostro paese. La classe politica che domani detterà le leggi ed amministrerà la giustizia, esce dalla scuola; tale sarà quale la scuola sarà riuscita a formarla. Che la classe dirigente sia veramente formata, come è ideale democratico, dai migliori di tutte le classi, in modo che da tutti gli strati sociali, anche dai più umili, i giovani più idonei e più meritevoli possano salire ai posti di responsabilità, dipende dalla scuola, che è il vaglio dei cittadini di domani. A voler immaginare l’organismo costituzionale come un organismo vivo, si direbbe che il sistema scolastico equivalga al sistema emato-poietico: il sangue vitale che rigenera ogni giorno la democrazia parte dalla scuola, seminarium rei publicae. Proprio per questo, fra tutti i rami dell’amministrazione quello scolastico propone i problemi più delicati e più alti, per risolvere i quali non basta essere esperti di problemi tecnici, attinenti alla didattica, alla contabilità o all’edilizia, ma occorre soprattutto avere la consapevolezza dei valori morali e pedagogici che si elaborano nella scuola. dove si creano non cose, ma coscienze; e quel che è più, coscienze di maestri, capaci a loro volta di creare coscienze di cittadini»

Piero Calamandrei, 1889 – 1956, Padre Costituente

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Culture Filosofia Politica Società Umanesimo

La Cultura secondo Gramsci

“Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.”
Antonio Gramsci

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Diritto Politica

Stop CETA: contro l’ennesima truffa ai danni dei cittadini

ABBIAMO POCO TEMPO PER TUTELARE IL NOSTRO DIRITTO ALLA SALUTE, DIAMOCI DA FARE!
Abbiamo vinto contro il TTIP, ma non è bastato.
Il 15 febbraio il Parlamento Europeo voterà sul trattato di libero commercio tra Unione Europea e il Canada, il CETA.
Cosa è il CETA? È l’alternativa delle grandi aziende multinazionali preparata ad hoc qualora fosse fallito il TTIP (come è stato).
Significa in sostanza inondare il nostro paese di prodotti per adulti e bambini non controllati secondo il principio di precauzione, principio che impone una ricerca scientifica esaustiva sulla nocività dei prodotti prima di essere immessi nel mercato. Significa dare la possibilità ad un’azienda privata di denunciare uno stato, quindi la collettività, presso un tribunale privato e non pubblico, per chiedere danni per il solo fatto di non poter commerciare prodotti che non tutelano il nostro fondamentale diritto alla salute così come enunciato nella Costituzione Italiana all’art. 32.
Mettere a rischio il diritto alla salute di ogni individuo è pura follia, significa tornare indietro invece che andare avanti.
Ognuno di noi può fare tanto. Informarsi, informare, manifestare il proprio dissenso.
Come primo passo possiamo facilmente chiedere un impegno ai nostri parlamentari europei di schierarsi contro questo infame trattato.
Chiedi subito ai nostri parlamentari europei di impegnarsi a votare contro il CETA: https://stop-ttip.org/it/cetacheck/
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Cooperazione Economia Politica Società Umanesimo

Riunione/Incontro Rete G.A.S. Lazio 8 ottobre 2016

RIUNIONE-INCONTRO RETE GAS LAZIO 8 ottobre 2016 dalle ore 10 🙂

Questo il programma:

h. 9,45 Saluti e accoglienza
h. 10 Riunione aperta dei GAS del Lazio. Definizione dell’ordine del giorno
h. 10.20 Inizio Riunione GAS del Lazio
h. 13.30 Pranzo e presentazione produttori
h. 15 Formazione a ReteDES.it
h. 16 Continua la Riunione dei GAS del Lazio
Argomenti in discussione (in via di definizione)

Esperienze, progetti e difficoltà dei GAS di Roma e del Lazio e delle reti locali e distretti (nascenti)
Fattoria Il papavero acquisto e prefinanziamento fragole e pesche: situazione e sviluppi 30′
Acquisti collettivi:
Lucart (carta riciclata) 2016-17 20′
E’ Nostra (energia) 15′
Campagne: Incontro stopTTIP a cura del comitato stop TTIP ROMA 10′
Barikamà: risultati finanziamento diffuso e situazione 10′
Rete Carta dei principi 10′
Rapporti con RES Lazio e Tavolo RES 25′
Rinnovo adesioni e Coordinamento 10′
Comunicazione, siti e mailing 10′
Siete tutti e tutte inviate a proporre argomenti o progetti e incontri con i produttori (scrivendo nelle liste).
In un’atmosfera semplice e costruttiva proponiamo una giornata di scambio di esperienze e decisioni, poi un pranzo conviviale (in collaborazione con la caffetteria Tatawelo) e un pomeriggio di formazione e progettazione. All’inizio dell’incontro verrà definito l’ordine con cui verranno affrontati gli argomenti.
Sono invitati anche i produttori interessati a partecipare.
Per annunciare la presenza di un produttore scrivere a gabriella.damico2008@gmail.com
Vi chiediamo di annunciare la vostra presenza a pranzo così da poter organizzare al meglio la cucina.
Come raggiungere l’Ex-Lavanderia:
http://www.exlavanderia.it/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=36&Itemid=54

Passaparola
Per favore condividi questa notizia al tuo GAS e ai vostri produttori.

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Informazione Politica

Quindici anni fa al G8 di Genova

Io c’ero a Genova nel 2001 e ho visto come in poco tempo si può sospendere la democrazia e instaurare una dittatura terribile e sanguinaria. Molti pensano alla deriva fascista della Turchia di oggi, ma noi non siamo purtroppo così lontani. Qui nel 2012 sono stati chiusi 257 tribunali, nel paese tra i più corrotti al mondo, da Monti, con Decreto Legislativo n. 155/2012 votato da un Parlamento eletto con una legge elettorale del 2005 dichiarata incostituzionale 9 anni dopo, nel silenzio di media e cittadini. Qui nel 2001, Per la prima volta, al G8 di Genova, ho capito veramente quanto è pericoloso lasciare che certa gente prenda il potere politico e quale è la mia missione di vita al riguardo. Mi ricordo le immagini e i resoconti dei media, tutti falsi rispetto a ciò che i miei occhi vedevano. Come italiano, come cittadino europeo e del mondo, sento l’esigenza che per questa, come per tante altre tragedie italiane non ancora chiarite, si istituiscano commissioni d’inchiesta fino a che non sarà tutto palesato. Molte di quelle stesse persone che furono i responsabili materiali e politici del pestaggio alla Diaz e di tanti altri pacifici manifestanti, della morte di un ragazzo, Carlo Giuliani, quegli stessi giornalisti che mentirono spudoratamente su quanto accadeva in quei giorni, siedono ancora sulle loro poltrone. È inammissibile, è una vergogna per chiunque vive in questo paese. Non si può guardare al futuro se non si chiudono i conti con il passato. La lotta per la verità e la giustizia continua. Non mi arrenderò mai. La nonviolenza prevarrà. Il bene vincerà.

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Politica

La politica non è una professione

La politica, che si concretizza nel diritto di elettorato passivo sancito dall’art. 51 della Costituzione e di quello attivo, sancito dall’art. 48, è e deve essere alla portata di ogni cittadino, ogni cittadino deve sentirsi all’altezza di ricoprire un ruolo politico. A questo deve mirare l’educazione. La nostra Costituzione è stata scritta con la partecipazione anche di contadini, operai e impiegati, non solo da avvocati e notai: è questo che la rende grande, intellegibile, densa di principi etici frutto della parte più nobile dell’essere umano. La politica non è una professione, questo lo vuole far credere chi da anni ci campa e ci fa campare i suoi amici. Se servono dei tecnici i politici (rappresentanti della volontà popolare) hanno a disposizione tutti i mezzi economici e burocratici per averli, per non parlare dei tanti professionisti che già fanno parte dell’amministrazione e delle istituzioni in generale. Spesso si confonde il ruolo del consigliere con quello dell’assessore, quello del parlamentare con quello del ministro. L’organo politico, che legifera (quindi parlamentari e consiglieri), non deve avere necessariamente particolari competenze, ma deve essere il più possibile fedele al mandato popolare per cui è stato eletto; mentre l’organo esecutivo (il governo, la giunta, etc.) assolutamente sì, così come i tecnici e collaboratori a disposizione di ogni ruolo politico ad ogni livello, ossia l’amministrazione. Confondere i due piani è segno di grande ignoranza sulle funzioni dello Stato.
Chiunque ricopre una carica politica dovrebbe essere INNANZITUTTO una persona priva di conflitti di interessi, onesta, vera rappresentante della volontà popolare.
In uno stato corrotto dal professionismo della politica non può esistere alcuna reale democrazia, perché chi fa una professione cerca innanzitutto il proprio guadagno. E ciò è eticamente incompatibile con qualsivoglia ruolo politico istituzionale.
Solo chi è in grado (è qualsiasi persona può esserlo) di metter da parte i propri interessi personali per mettersi al servizio della comunità in cui vive può essere un politico degno di questo nome. Non è questione di competenza, bensì di consapevolezza.

“Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto.” Sandro Pertini

“L’onestà è la miglior politica.” Miguel de Cervantes

“L’uomo è per natura un animale politico.” Aristotele

“Non mi occupo di politica, è come dire non mi occupo della vita.” Jules Renard

“Un cattivo politico nominerà un pessimo dirigente della pubblica amministrazione, che a sua volta si contornerà di pessimi collaboratori e questo è un terribile effetto a cascata.” Milena Gabanelli

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Economia Politica

#StopTTIP

Sarà un 7 maggio #StopTTIP 

Ecco cosa puoi fare tu per partecipare alla mobilitazione e sostenere la campagna

#StopTTIP. Insieme è possibile

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Politica Società

O cara moglie

Questa canzone mi emoziona da quando sono bambino.
Parla della dignità umana, di chi non cede alla paura e continua a lottare contro l’ingiustizia e l’iniquità, ovunque e comunque, per sé e per gli altri.
I più continuano ancora ad entrare nei loro posti di lavoro, schiavi moderni che vendono la loro vita per quattro soldi al ricco malato mentale di turno. Sempre più precari, sempre più sfruttati, poco importa. Oggi meno in fabbrica, meno nei campi (tanto ci sono i paesi più poveri dove attingere braccia affamate) e più negli uffici, ma la morte interiore è la medesima.
Obiettivo principale: comprarsi un cellulare nuovo, un’automobile, andare ogni tanto a mangiare fuori o al cinema, comprare a caro prezzo un vestito nuovo fatto da schiavi in luoghi lontani dagli occhi e dal cuore: una vita dedita a farsi in fondo null’altro che i fatti propri.
L’unica lotta che è loro rimasta è per poter essere borghesi al punto giusto, così da mascherare con il benavere i sensi di colpa tipici di chi ha ucciso i propri sogni in cambio di una qualche parvenza di comodità, di qualche illusoria certezza di stabilità in un sistema che produce egoisti, arroganti, ignoranti e indifferenti.
Una società di falliti dunque, di incapaci a vedere un’umanità solidale, di vedere l’unità della moltitudine: l’odio verso il povero, l’immigrato, il derelitto, è l’unica cosa che li tiene in vita, una vita finta ovviamente, vissuta a metà tra l’ipocrisia e il lamento, ma che richiede meno sforzi.
Nella lotta per la libertà e la giustizia non si può prescindere dal sacrificio: e per chi crede in un’umanità potenzialmente migliore non è sacrificio, ma un onore dedicare la propria vita alla vita, alla giustizia sociale, al diritto di tutti a vivere e non solo a sopravvivere.
Dite ai vostri figli di venire a sentire, per capire che cosa vuol dire lottare per la libertà.

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Politica Società Umanesimo

Dopo “Raccontiamola giusta!” a Zagarolo

Stanco, ma felice.
Alcuni mi hanno chiesto perché ho deciso di contribuire all’organizzazione di “Raccontiamola giusta!” (www.raccontiamolagiusta.it) a Zagarolo proprio il giorno del mio compleanno, in maniera del tutto gratuita.
Vedendo ogni giorno comportamenti egoistici, credo sia quanto di meglio si possa fare per ribaltare il senso stereotipato del compleanno, dandogli il valore che reputo sommo: riconoscere che chi mi circonda è anche esso “me”, che senza l’altro non sono nulla. E allora il regalo sono io che voglio farlo agli altri, ha più senso.
Non passa giorno che non mi renda conto di quanto per anni sia stato cieco, non vedendo quanto sia fortunato ad essere circondato da persone e realtà meravigliose: dai gruppi d’acquisto solidale, alle piccole associazioni locali, dai produttori agli artigiani, dai singoli alle istituzioni. Sento un legame di stima e amicizia, oltre che con le amicizie e gli affetti di sempre, anche con tutti coloro che ho conosciuto meglio, sperando di conoscere presto meglio anche tutti gli altri che hanno dato il loro contributo all’iniziativa e che non ho conosciuto bene. Ho voluto regalare per un mese tanto mio tempo a tutti, proprio per il giorno del mio compleanno, perché non c’è più grande felicità per me che vivere sostenendo la felicità di ogni singola persona che incontro. Dà una gioia impagabile, provateci, credeteci.
Non riesco a trattenere le lacrime per l’emozione di essere parte di qualcosa che sento appartenermi: un’umanità non perfetta, ma che si sforza quotidianamente di dare il meglio di sé. Un mondo di uguaglianza, di dignità, di giustizia, di rispetto, di abbracci, affetto, sorrisi, amicizia, amore, solidarietà, che vive proprio qui accanto a me, in me, tutti i giorni.
“Raccontiamola giusta!” per la seconda volta mi ha stupito, sorpreso, emozionato: è, in fondo, un grande, meraviglioso e nell’insieme perfetto atto d’amore di persone che sono semplicemente, naturalmente, spontaneamente esseri umani, capaci di sostenersi l’un l’altro, decidendo di incontrarsi piuttosto che scontrarsi. Tutto questo è la genesi della Rete di Economia Solidale del Lazio.
Non un dare per avere, ma un dare per dare: e chi vive più il dolore dell’indigenza se tutti diamo? La massima abbondanza la può produrre solo un radicato e disinteressato comportamento altruistico d’ogni persona.
Non è un dimenticare se stessi, bensì dare il giusto peso all’infinito valore di chi ci circonda. Ciò stimola noi stessi a vedere il nostro valore, le nostre capacità, la nostra unicità, ciò permette che sia riconosciuta.
Grazie amiche e amici preziosi, veramente grazie per avermi regalato due giorni di gioia, di essere stati tutti la comunità che vorrei vedere ogni giorno e in ogni momento.

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Africa Asia Cooperazione Politica

Le più grandi bugie sulla cooperazione Cina-Africa

LE PIU’ GRANDI BUGIE SULLA COOPERAZIONE TRA LA CINA E L’AFRICA

di Jean-Paul Pougala

Nel mese di luglio 2013, nelle principali città della Gran Bretagna, c’è una curiosa campagna condotta attraverso i manifesti, i cartelloni giganti negli aeroporti, nelle stazioni della metro, agli incroci delle grandi città britanniche. E’ una campagna pagata da uno dei principali organi d’informazione, il magazine britannico The Economist. Il titolo della pubblicità è: BOOMING CHINESE INVESTMENT IN AFRICA IS BAD FOR AFRICANS (Il boom degli investimenti cinesi in Africa è un male per gli africani). La locandina ci spiega perché gli investimenti cinesi in Africa sarebbero così catastrofici con tre motivi: 1- I cinesi sostengono i governi dittatoriali in Africa, 2- Le fabbriche tessili cinesi in Sudafrica pagano meno del salario minimo autorizzato e 3- Gli elefanti stanno per scomparire dall’Africa orientale a causa dei cinesi. E infine il pubblico britannico è interrogato sulla posizione da prendere. Ciò che il celebre settimanale inglese ha dimenticato è un punto 4- La Cina è responsabile delle piogge torrenziali e delle zanzare in Africa tropicale. E anche di un 5- La Cina è responsabile della mancanza d’acqua nel deserto del Sahara e del Kalahari.

Questa pubblicità è la prova che nella testa di alcuni europei gli africani sono ancora dei bebé ai quali bisogna ancora insegnare a camminare. Come non dar loro ragione se esiste anche un solo africano che partecipa a questo nuovo tipo di linciaggio contro la Cina in Africa senza porsi la domanda di sapere perché è il nostro predatore tradizionale a soffrire tanto della presenza della Cina in Africa?

Molti africani residenti in occidente sono talmente appiattiti sulle idee e sulle opinioni dei loro proprietari bianchi che costruiscono le loro opinioni sulla Cina in base alle conoscenze forgiate attraverso la propaganda dei media menzogneri dell’occidente. La cosa più semplice per loro è quella di fare un piccolo viaggio e un soggiorno di almeno 6 mesi in Cina. Ciò permetterebbe loro non di conoscere la Cina ma ciò che realmente è l’occidente: un bluff, un semplice inganno che si perpetua quotidianamente con favole in cui esso sarebbe sempre la guida del mondo e la Cina non sarebbe altro che un fuoco di paglia.

Quando soggiorneranno in Cina, capiranno loro stessi perché l’occidente è finito. E che tutto il parlare di Obama sulla disoccupazione dei giovani, il bla-bla dell’Unione europea sui debiti pubblici della zona euro da pagare a rate, non sono altro che un vecchio disco graffiato che recita parole che non hanno alcun rapporto con la durata di un mondo che loro non controllano e che credono interpretare sempre con l’arroganza dei padroni di ieri.

Ecco un’antologia delle bugie sulla Cooperazione tra la Cina e l’Africa, sapientemente intrattenuti dai media occidentali:

LA CINA INVADERA’ L’AFRICA PERCHE’ E’ SOVRAPPOPOLATA – FALSO !
A- la Cina non è sovrappopolata. Con una densità di 141 abitanti per km2, la Cina è meno popolata dei principali paesi asiatici, ma anche europei e africani, ovviamente: la Nigeria (189 abitanti/km2), la Svizzera (194 abitanti/km2), l’Italia (204 abitanti/km2), la Germania (227 abitanti/km2), il Pakistan (243 abitanti/km2), il Regno Unito (260 abitanti/km2), il Giappone (337 abitanti/km2), l’India (391 abitanti/km2), i Paesi-Bassi (405 abitanti/km2), la Corea del Sud (491 abitanti/km2), il Bangladesh (1137 abitanti/km2), Gibilterra (Gran Bretagna): 4.159 abitanti/km2, Monaco (Francia): 15.250 abitanti/km2.

B- Se coloro che pretendono che la Cina invaderà l’Africa basandosi sulla densità della popolazione cinese per dire che hanno una penuria di spazio talmente forte che invaderanno l’Africa, allora con i suoi 141 abitanti per km², e la Nigeria con 189 abitanti/km², è al 100% più probabile che la Nigeria invada il limitrofo Camerun, piuttosto che la Cina, così lontana e meno popolata. Ma nei fatti, no, i nigeriani non invaderanno il Camerun perché ognuno ama restare nel proprio paese. « Home be Home » si dice in Camerun per dire che, nonostante tutto, ognuno si sente a proprio agio a casa propria.

C- Ciò che spinge le persone a lasciare il proprio paese è la miseria e la guerra. Dal momento in cui la Cina conosce la sua prosperità perché i suoi abitanti dovrebbero lasciare in massa il proprio paese? Lo stesso vale per l’Africa, coloro rimasti in Africa stanno diventando più ricchi di coloro che sono partiti, secondo il Ministero cinese degli affari esteri, si osserva un movimento inverso di ritorno dei cinesi che avevano lasciato il proprio paese nei decenni passati. I bambini dei cinesi nati all’estero scelgono per lo più di proseguire i loro studi in Cina piuttosto che in occidente. L’Università di Pechino ha finanche un canale privilegiato per accogliere tutti questi nuovi cinesi nati all’estero. Questi bambini hanno capito che non saranno mai ricchi se resteranno in occidente. E’ così che, generalmente con i genitori, sono in procinto di fare le valigie per rientrare nel loro paese. Nel momento in cui riescono dalla Cina, ricolonizzano i loro ex paesi di residenza o di nascita in occidente.

D- Sul numero totale della popolazione mondiale, il 60% abita in Asia, il 15% in Africa. Se ci si ferma a queste due cifre è facile dire che in questo caso è naturale che gli asiatici invaderanno l’Africa. Ma ciò che da un secolo interessa gli asiatici come destinazione di popolamento, non è l’Africa ma l’America del nord che non conta oggi che il 5% della popolazione mondiale, cioè un terzo della popolazione africana. E l’Oceania, 0,5% della popolazione mondiale, cioè 30 volte meno popolata dell’Africa. Dunque è naturale che gli asiatici, che siano coreani, giapponesi, indiani, pachistani, srilanchesi, indonesiani o vietnamiti, le loro destinazioni preferite sono 4: il Canada in testa, seguito dagli USA, l’Australia, e la Nuova Zelanda. I cinesi che vivono in Africa per contratti di grandi lavori pubblici ritornano di solito in Cina alla fine dell’opera. Gli altri, per la maggior parte commercianti che trasferiscono quasi tutti i loro profitti in Cina, sono semplicemente la prova che non vogliono stabilirsi eternamente in Africa.

E- OGNUNO A CASA PROPRIA

Secondo le Nazioni Unite, da 100 anni, il numero di immigrati è rimasto stabile intorno al 3%. Così, nel 2010, c’erano 214 milioni d’immigrati nel mondo, cioè il 3,1% della popolazione mondiale. Nel 1990, erano il 2,9% della popolazione mondiale, e il 2,3% nel 1965. Secondo la stessa fonte, nel 2005, c’erano 62 milioni di persone nate al sud ma residenti nel nord, 61 milioni di persone che sono immigrate da un paese del sud verso un altro paese del sud e 14 milioni di persone nate nel nord ma residenti nel sud, 53 milioni di persone che sono passate da un paese del nord verso un altro paese del nord. Le migrazioni più importanti si sono verificate in genere tra due paesi vicini. Così, sui 35 milioni d’immigrati che contano gli Stati Uniti, più della metà vengono dal Messico. In Svizzera, dove una giornalista ha fatto recentemente un reportage militante in Camerun per influenzare il voto degli svizzeri sul referendum per ridurre il diritto d’asilo, ciò che la popolazione non sa è che il sentimento che hanno di essere invasi dai neri e dagli arabi non è altro che molto soggettivo. Nei fatti, le statistiche ufficiali svizzere ci dimostrano che all’interno del 25% di immigrati che conta il paese, più del 70% sono europei, provenienti soprattutto da tre paesi, Italia in testa che conta per il 16,7% di immigrati, la Germania per il 15,5% d’immigrati in Svizzera, la Francia e il Portogallo. Nessun paese africano rientra nella top 10 degli immigrati più numerosi in Svizzera, sono tutti europei.

Il numero di cinesi residenti in Canada e negli USA è di 100 volte superiore al loro numero in Africa. Per di più, in Africa, nella maggioranza dei casi non risiedono. Appena hanno fatto un po’ di soldi, rientrano in Cina. Il Camerun ha festeggiato i suoi 40 anni di relazioni con la Cina nel 2011. Nelle statistiche non c’è neanche un cinese residente in Camerun negli ultimi 20 anni. Perché gli americani o i canadesi non dicono mai di essere invasi dai cinesi? Proprio lì dove ci sono dei cinesi residenti negli Stati Uniti da più di 100 anni? Secondo Immigration-Canada, tra il 2001 e il 2006 sono 150.000 i cinesi che hanno ricevuto l’autorizzazione di risiedere in Canada il che conferma il fatto che i cinesi costituiscono la prima comunità d’immigrati in Canada; secondo la stessa fonte, il Canada preferisce di gran lunga gli immigrati asiatici rispetto a tutte le altre aree del mondo. Per esempio, nel 2006, gli immigrati provenienti dalla Cina, dall’India, dalle Filippine e dal Pakistan formavano solo loro il 40% dei nuovi arrivati in Canada. E per arrivare a questa cifra, come in tutti i paesi comunisti del mondo, è la Cina che limita il numero dei suoi espatriati in partenza per il Canada, quest’ultimo ha dovuto negoziare con la Cina per avere i suoi cittadini [di Pechino].

C’è un segreto che viene molto ben custodito in occidente, e questo segreto è che tutti loro si battono come pazzi per avere degli immigrati cinesi, conosciuti per « lavorare come delle piccole formiche ». In Italia, l’importazione di migliaia di artigiani cinesi negli anni ’90 ha permesso di rallentare la morte del settore tessile nella zona di Prato in Toscana. I nuovi arrivati cinesi a quel tempo abitavano negli ex atelier tessili che non riuscivano più a tenere testa alla forte concorrenza degli stilisti spagnoli. Facendoli lavorare dalle 12 alle 16 ore al giorno, l’Italia ha visto i propri registri degli ordinativi di camicie, gonne, pantaloni, abiti Made in Italy, di nuovo pieni.

Il Canada ha dovuto negoziare con la Cina ed ha strappato un accordo nel 1994 che garantisce a ogni cinese che lo Stato lo giudicherà eleggibile per diventare sistematicamente residente permanente in Canada. Ad oggi non esiste un accordo simile con nessun paese africano e il Canada. Finanche la Delegazione del Quebec che ha per obiettivo quello di far venire in Quebec un numero importante di migranti francofoni per rompere l’egemonia dei canadesi anglofoni, si guarda bene dal dare la priorità ai paesi africani. Anch’essa preferisce i migranti cinesi nella speranza che lavorando come piccole formiche 12 ore al giorno, contribuiscano a dinamizzare l’economia del paese, mentre per gli africani è il contrario. La percezione è che gli africani che chiedono di entrare in Canada siano delle persone che non amano il lavoro e che fuggano dai loro paesi nell’illusione di trovare il posto dove guadagnare molto lavorando poco.

In poche parole, coloro che dicono agli africani che i cinesi li stanno per invadere cercano di fare accordi per ricevere i cinesi a casa loro in massa, annacquando le condizioni di arrivo di questi cinesi ed è la Cina che non vuole. Se la Cina limita il numero dei suoi cittadini che si stabiliscono in Canada, perché dovrebbe, da un giorno all’altro, moltiplicare per 10 il numero di voli tra la Cina e l’Africa, solo per sbarazzarsi dei propri cittadini e invadere l’Africa? Cosa vorrebbe prendere di più rispetto a quello che prende già in Canada? Se per le autorità pubbliche in occidente i lavoratori cinesi possono dinamizzare interi settori delle loro economie, perché quando si tratta degli stessi cinesi in Africa, la loro presenza dovrebbe essere piuttosto catastrofica per l’economia africana?

F- PERCHE’ NIENTE SULL’INDIA?

Per capire il livello di manipolazione degli africani contro la Cina, bisogna anche chiedersi perché gli occidentali non ci dicono mai niente sul fatto che gli indiani invaderanno l’Africa anche se ci sarebbero almeno 3 elementi che potrebbero suffragare questa tesi, anche se errata:

1- l’India ha quasi la stessa popolazione della Cina ma su un territorio 3 volte più piccolo. Quindi se c’è un paese che ha bisogno di uno spazio vitale questo sarebbe l’India con i suoi 3,2 milioni di km², la sua ricchezza di 1.873 miliardi di dollari nel 2011 e non la Cina, con i suoi 9,7 milioni di km² e i suoi 7.318 miliardi di dollari sempre nel 2011. Se gli africani credono facilmente a questa favola, è perché usano tutti la cartina del mondo menzognera che fa vedere la Cina più piccola della sua vera proporzione. Essa è in realtà 3 volte più grande dell’Europa e 1/3 della superficie di tutta l’Africa (30 milioni di km2).

2- La Cina ha la politica del figlio unico, tenendo così sotto controllo la propria crescita demografica, ciò che non fa l’India. La prima conseguenza è che la Cina ha oggi, come il Giappone, un problema d’invecchiamento della propria popolazione, contro il quale lo Stato cinese sembra non avere previsto niente. E non saranno certo gli esercizi fisici nei giardini pubblici di tutta la Cina che affronteranno questo serio problema che viene dal fatto che una coppia che mette al mondo un bambino solo non contribuisce neanche a rimpiazzare i due componenti della coppia, poiché 1+1 dà 1 e in finale la Cina ha un certo timore di una drastica riduzione della propria popolazione, il che causerebbe una contrazione dei propri consumi interni, quindi, intralcerebbe la sua crescita. Peggio, una coppia di giovani cinesi oggi, marito e sposa che sono a loro volta una figlia e un figlio unico, hanno 4 genitori di cui occuparsi in vecchiaia. E’ una ratio che non può reggere. E se questa coppia deve trasferirsi all’estero, diciamo, in Africa, per i loro genitori diventati anziani sarebbe la catastrofe. Il che spiega in parte il fatto che il soggiorno africano non è mai definitivo. Gli indiani non hanno questo genere di problemi.

3- La parte preponderante dell’economia dell’Africa orientale è nelle mani degli indiani, non solo nel settore del commercio, com’è il caso dei cinesi in alcuni paesi africani, ma anche in quello dell’industria ovviamente in Kenya, in Tanzania, in Uganda ed anche in Etiopia in cui controllano interi settori dell’industria meccanica, farmaceutica ed agroalimentare.

Conclusione: Non dicono che l’India invaderà l’Africa ma che lo farà la Cina perché l’Impero di Mezzo (la Cina) fa loro paura ma non l’India. Contrariamente all’India che vive con le sue contraddizioni sociologiche delle caste, dell’analfabetismo, del controllo delle nascite non gestito, fragilizzando così la potenza economica che avrebbe potuto essere quel paese, la Cina ha rifiutato di occupare il posto di operaia che l’occidente le aveva assegnato. La Cina ha l’ambizione di prendere il posto di padrone e siccome questo scenario non fa parte dell’ordine delle cose, è lei la nemica da abbattere e non l’India che si accontenta del suo ruolo in seconda e terza posizione. La Cina è la vera potenza finanche militare, non l’India, capace di dare i mezzi agli africani per porre fine a 500 anni di sottomissione. Allora si grida al lupo e anche le vittime africane gridano al lupo, proprio contro costei che poteva permettere loro di liberarsi delle grinfie del predatore europeo.

LA CINA STA IN AFRICA PER LE SUE MATERIE PRIME – FALSO !
Oggi le materie prime e le miniere africane che vengono sfruttate proprio in questo momento appartengono per più del 90% a delle imprese occidentali. Per quanto riguarda il rallentamento o l’annientamento di alcuni settori industriali in occidente, queste aziende minerarie versano spesso in una pessima condizione perché non sanno molto bene a chi vendere i prodotti di queste miniere africane.

Supponiamo che un’azienda francese sfrutti una miniera in un paese africano per i suoi clienti, degli industriali francesi, italiani, olandesi, tedeschi, ecc. E che adesso questi clienti siano in procinto di chiudere le aziende a causa della concorrenza dei prodotti cinesi. Cosa fa l’impresa francese ? Naturalmente cercherà l’unico potenziale cliente che fa piazza pulito ad ogni passaggio, cioè la Cina. Quest’ultima sa che l’impresa francese non ha altra scelta e quindi gioca al ribasso sul prezzo della materia prima che gli viene proposta dai francesi, prendere o lasciare. Ed è così che la Cina non ha alcun bisogno di venire in Africa alla ricerca di materie prime africane perché gli occidentali si precipitano in Cina per venderle senza costi aggiuntivi.

Ma alcuni paesi africani più maliziosi invece di aspettare che l’azienda europea vada a vendere al ribasso in Cina per poi gettargli le molliche, vanno direttamente in Cina per fare un discorso noiosissimo sulla fraternità tra i popoli oppressi del mondo, sulla cooperazione sud-sud e spesso la Cina cede. E a prezzo di investimenti colossali, come la raffineria di platino in Zimbabwe o la prima raffineria di petrolio d’Africa in Nigeria, inizia anche lo sfruttamento di alcune miniere in Africa spesso abbandonate dagli occidentali a causa del mercato o, come spesso scrivono nelle loro presentazioni agli azionisti, « miniere abbandonate per mancanza di profittabilità ».

Per capire meglio prendiamo l’esempio del Cobalto. Questo nome viene dal tedesco Kobolt, che significa magico, stregato, perché la sua altissima tossicità ha fatto dire ai minatori tedeschi che era stregato. Il cobalto è un prodotto giudicato strategico e che si esaurirà tra circa 100 anni. E’ utilizzato in diversi ambiti industriali come la metallurgia per le leghe speciali dovendo resistere al calore, nella costruzione di accumulatori per le batterie come le pile al Litio per i tablet, i computer portatili, i telefoni cellulari e per costruire i magneti, la colorazione dei vetri e le colle. Gioco forza si deve prendere atto che oggi la Cina è riuscita a far fallire quasi tutte le aziende concorrenti di questi settori in occidente. Per quanto riguarda le materie prime 4 paesi controllano il 50% della produzione mondiale: la Finlandia, il Canada, la Russia e la Cina. Domanda: A chi vendono oggi la Finlandia, il Canada e la Russia la loro produzione di cobalto? Ovviamente alla Cina. Poiché è l’unica che compra.

E il primo produttore africano che è lo Zambia a chi vende il suo cobalto? Ufficialmente non alla Cina ma nei fatti la situazione è di gran lunga peggiore di quello che potrebbe sembrare e lo sfruttamento del continente africano prende delle proporzioni inaspettate.

Attraverso gli esempio dello Zambia e del Camerun vi spiego i rischi e soprattutto come è strutturata la truffa degli occidentali in Africa e perché coloro che organizzano questa truffa finanziano i media bugiardi per manipolare gli africani affinché detestino la Cina e, quindi, preferiscano i predatori occidentali. Ecco quindi l’esempio di 2 paesi africani per capire bene il meccanismo:

IN ZAMBIA
Mentre i primi 3 produttori di cobalto sopra citati consegnano le loro produzioni alla Cina senza intermediari, in Africa il sistema dominante ha messo in piedi tutta una serie di stratagemmi per aggirare i paesi africani. In Zambia, quindi, la società che sfrutta le miniere di cobalto e di rame chiamata Mopani Copper Mines, filiale zambiana della società canadese First Quantum Minerals. Dal 2003 al 2008 è stato detto che il prezzo del rame ha subìto un’impennata sul mercato internazionale. Ma le autorità zambesi sono sorprese dal fatto che la Mopani Copper Mines non continua a versare loro altro che delle molliche. A questo punto lo Stato zambese decide di vederci chiaro. Si rivolge a due gabinetti di audit e di esperti, il Grant Thornton e l’Econ Pövry, per spulciare i conti reali della società canadese. Fanno così una scoperta da far accapponare la pelle: un deficit di diverse centinaia di miliardi di dollari, una cifra capace di far uscire lo Zambia dal sotto-sviluppo.

Ma cos’è successo in realtà?

Ecco le principal anomalie rilevate in modo concorde da entrambe le società di audit: la Mopani Copper Mines ha un solo cliente, un’azienda svizzera di negoziazione in materie prime, le Glencore, un gigante svizzero essendo il più grande trader del mondo di materie prime. Con quest’ultima, i due rapporti sono tranchant e giungono alla stessa conclusione: « i costi di sfruttamento sono sopravvalutati, i volumi di produzione di cobalto sono inferiori della metà rispetto a quelli degli altri produttori della stessa regione, i prezzi di trasferimento a Glencore in Svizzera sono stranamente bassi » Conseguenza: un deficit di diversi miliardi di dollari di ricette fiscali per un paese che l’ONU continua a classificare come una nazione in cui il 73% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Come se ciò non bastasse, nel 2005, la Mopani Copper Mines riceverà i complimenti dall’Unione Europea per il suo ottimo lavoro per lo sviluppo dello Zambia poiché essa fornisce un finanziamento di 48 milioni di Euro attraverso la Banca Europea degli Investimenti. Non è la prova che sono tutti complici nello sfruttamento dell’Africa?

IN CAMERUN
L’Africa ha il 50% delle riserve mondiali di cobalto. Nella regione orientale del Camerun si trova il più grande giacimento del mondo, ad oggi ancora non sfruttato. Il contratto originale prevedeva, come quello dello Zambia, convalidato dal FMI nel 2009 con una società occidentale, l’americana Geovic Mining Corp., azienda creata appena 5 anni prima, nel 1994, nel paradiso fiscale del Delaware e che annuncia nei suoi rapporti finanziari, come riportato dal sito Mediapart, non aver mai fatto sfruttamenti minerari prima. Peggio, dichiara testualmente: «Siamo una società in fase di esplorazione e non abbiamo precedenti nel campo dello sfruttamento in quanto società di sfruttamento. Tutte le ricette e i benefici futuri sono incerti», sottolinea Mediapart. Come succede spesso alle società occidentali quotate nelle borse valori dei loro paesi, gli accordi per lo sfruttamento minerario con i paesi africani sono molto spesso un semplice pretesto per spingere l’andamento delle azioni in borsa e intascare una bella plusvalenza. Dietro tutto ciò, tuttavia, non c’è alcuna intenzione d’investire i milioni di dollari necessari per avviare il progetto. Così, dopo aver incassato 60 milioni di dollari dal governo camerunese (SNI), cioè la sua parte nella società comune Géocam, 8 anni dopo ancora non si ha la benché minima indicazione sul quando partirà il progetto. Tutto ciò con la benedizione del Fondo Monetario internazionale che, a quel tempo, controllava tutte le entrate e le uscite di denaro in Camerun, essendo un paese sotto regime di aggiustamenti strutturali.

Solo ieri, 25 luglio 2013, con un comunicato datato 23/07/2013 in Colorado negli USA e siglato dall’AD di Geovic Mining corp, signor Michael Mason, apprendiamo che finalmente il progetto partirà perché Geovic Mining corp ha appena siglato un accordo che prevede la cessione del 60,5% di Geovic Camerun a un’azienda pubblica cinese, per maggiore precisione, la Jiangxi Rare Metals Tungsten Holdings Group Company Ltd (“JXTC”) di Nanchang, nella provincia di Jiangxi in Cina.

Stando così le cose, non sappiamo come abbia fatto lo Stato del Camerun per convincere gli americani a lasciare la presa al fine di far decollare il paese grazie al più grande progetto minerario mai avviato in Camerun.

Ciò che sappiamo però è che la il comunicato di Mason è l’epilogo di un braccio di ferro tra Yaoundé e Washington con le elezioni presidenziali di ottobre 2011 come punta dell’iceberg. Da una parte Washington aveva ufficialmente imposto al presidente camerunese di non presentarsi più alle elezioni presidenziali per aver commesso l’irreparabile guardando verso Pechino. Dall’altra la Cina, che normalmente è molto riservata per quanto riguarda le questioni di politica estera, questa volta si è dimostrata piuttosto determinata nello scaldare i suoi muscoli nei confronti di Washington, dapprima inaugurando il primo porto in acque profonde del paese (Kribi), con una scelta di data non casuale, la vigilia delle elezioni presidenziali, e con una prima busta di 1 miliardo di dollari. Un calcio in faccia per gli americani con Geovic (americana) che da 8 anni non riesce a trovare una decina di milioni di dollari per avviare il progetto di cobalto di Nkamouna ad est del paese. Poi la Cina ha mostrato i muscoli il giorno dei risultati quando l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha dato i risultati delle elezioni presidenziali camerunesi 5 ore prima della proclamazione della corte suprema del Camerun, l’unica abilitata a proclamare i risultati. I giorni seguenti si è assistito ad un pasticcio nel campo occidentale: il ministro francese degli Affari esteri, Alain Juppé, felicita il presidente rieletto e si congratula per la buona organizzazione dello scrutinio, salvo poi fare marcia indietro 24 ore più tardi quando l’ambasciatore americano mette il piede nel piatto criticando le frodi durante le elezioni. Ma era come se il cane occidentale abbaiasse e la carovana del Camerun, trainata dalla Cina, avanzasse speditamente. Fino a ieri quando Mason ha gettato la spugna.

Prima di arrivare a questo punto, lo Stato del Camerun, dopo 8 anni di rimpiazzamento in questo partenariato con un’impresa americana, e allertato dalla disavventura dello Zambia, appena ha potuto agire in tutta libertà, cioè senza i vincoli del Fondo Monetario Internazionale, ha bussato alla porta dell’unico compratore e, dopo una serie di viaggi con tutto il governo al completo in terra cinese e una buona dose di baratto, è riuscito a convincere i cinesi a venire a salvarlo dalle grinfie dei soliti predatori. E questa volta, invece di parlare di soldi, hanno parlato di scambi, di baratti, di concretezza.

In cambio di 30 anni di sfruttamento del cobalto, la Cina s’impegna a trasformare il Camerun sul piano industriale e delle infrastrutture: autostrade, ospedali, internati, licei, scuole, ambulatori, industrie pesanti (meccanica, acciaierie), ecc. La Cina sa che è osservata da tutti i paesi già truffati. Se l’esperienza sarà positiva, ciò significherà la chiusura assicurata di tutte le società minerarie occidentali in Africa. Da qui la grande campagna mediatica contro la Cina in questo momento su tutti i media anche nazionali in Africa, con degli invitati di marca che sono molto spesso facilmente manipolati dal sistema che li sfrutta per spiegare agli africani perché devono diffidare dei cinesi che invaderebbero l’Africa.

Ciò che mi ha sorpreso di più del comunicato dell’americano è la sua sincerità nell’ammettere che erano un freno e che con la Cina tutto il popolo camerunese ne esce vincitore. Ecco ciò che dichiara:

This Definitive Agreement represents significant progress advancing the Nkamouna Project toward construction and into production. Construction could commence as soon as the project financing is arranged, bringing much needed jobs and economic diversity and development to Cameroon. “The biggest winners here are Geovic Cameroon, a Cameroon corporation, and the people of Cameroon, who shall experience Cameroon’s first major mining project transitioning from a vision to reality.”.

[Quest’Accordo Definitivo rappresenta un importante progresso per il progetto Nkamouna verso la costruzione e la produzione. La costruzione, che dovrebbe cominciare subito dopo la definizione degli ultimi dettagli di project financing, comporterà tanti necessari posti di lavoro, diversità economica e sviluppo per il Camerun. “I vincitori più importanti sono Geovic Camerun, una società camerunese, e il popolo del Camerun che vedrà il più importante progetto minerario del paese passare da una visione ad una realtà.”]

Queste dichiarazioni, rese pubbliche appena 24 ore fa, da un AD [Amministratore Delegato] americano che riconosce che il loro ritiro da un progetto minerario in Africa è una vittoria per la prosperità di questo popolo perché il fatto di cederlo a un’azienda pubblica cinese permetterà finalmente al progetto di avere i fondi necessari per iniziare, non vanno commentate.

LA CINA ACQUISISCE I TERRENI AGRICOLI IN AFRICA – FALSO
Nella trasmissione Inchiesta Esclusiva di domenica 14 novembre 2010, sul canale televisivo privato francese M6, il giornalista Bernard de la Villardière ci descrive un Camerun che diventa quasi un inferno a causa dei cinesi che ruberebbero il lavoro dei camerunesi. Peggio, secondo il suo reportage che rientra pienamente in una propaganda anti-cinese che prende il suo slancio dalle ore più buie del razzismo coloniale europeo del XIX secolo contro i neri e i cinesi, come vedremo più avanti, questi cinesi avrebbero acquistato migliaia di ettari in Camerun per produrre riso, interamente spedito in Cina. Il documentario fa dire a dei camerunesi che la cosa più grave in tutto ciò è che il miglior riso è inviato in Cina mentre solo le peggiori qualità rimangono per i camerunesi. Bernard de la Villardière ha dimenticato di aggiungere che queste persone avevano ragione perché secondo la tradizione camerunese si spediscono all’estero solo i peggiori prodotti mentre le parti migliori restano per i camerunesi. Infatti lui stesso ha potuto constatare con i suoi stessi occhi, anche se non l’ha potuto dire in tv, che il cacao camerunese inviato in Francia è di cattiva qualità e che tutta la buona qualità viene lasciata ai camerunesi. Ha anche dimenticato di dire che i migliori chicchi di caffè robusta e arabica vengono lasciati in Camerun e che solo gli scarti vengono spediti in Francia; lo stesso vale per la banana dove il mercato centrale, detto mercato-Lagos, è inondato ogni giorno di banane scartate dal mazzo effettuato dalle società francesi di produzione di banane in Camerun perché sono troppo belle e che bisogna inviare in Francia solo i resti.

LA CINA NON HA BISOGNO DI SPORCARSI LE MANI IN AFRICA

La Cina è il paese che sa avvantaggiarsi meglio di tutti dall’attuale organizzazione del mondo. Si è presa il tempo di studiare i meccanismi predatori del sistema ed ha semplicemente cercato di scoperchiarli. Contrariamente a ciò che si può pensare a prima vista, gli accordi tra stato e stato tra la Cina e i paesi africani sono piuttosto delle operazioni di geostrategia per indebolire gli occidentali in Africa che una vera manovra di accaparramento delle risorse. Perché per le risorse africane, come già spiegato prima, la Cina non ha affatto bisogno di muovere il benché minimo dito poiché gli occidentali gliele consegnano a domicilio. Oggi nessun’impresa di una certa grandezza può prendere una decisione importante nel settore delle materie prime strategiche senza informarne preventivamente la Cina e, soprattutto, senza averne il suo benestare. Non è una storia da science-fiction, è ciò che è successo il 15 aprile 2013 quando le agenzie di stampa economiche annunciavano la buona notizia con questo titolo lapidario: « La Cina ha detto sì !!! ». In parole povere: « Il padrone ha parlato e ha detto sì ».

E’ da 15 mesi che aspettavamo questa buona notizia. I 2 giganti mondiali di materie prime, il negoziante svizzero Glencore e il produttore anglo-sudafricano Xstrata decidono di fondersi per formare il primo gruppo mondiale di produzione di materie prime un gigante del valore di 76 miliardi di dollari. Sì ma anche con un colosso mondiale da 76 miliardi di dollari che controlla tutte le materie prime del pianeta se l’unico acquirente non è d’accordo, è una fusione inutile. Ecco perché Pechino doveva essere d’accordo affinché si facesse la fusione. E contrariamente agli altri paesi come il Sudafrica, gli Usa e l’Unione Europea che avevano dato il loro accordo un anno prima, la Cina aveva delle esigenze piuttosto curiose: secondo il comunicato del ministero cinese del commercio in data del 16/04/2013 ha chiesto e ottenuto che questo nuovo gruppo gli ceda prima del 2014 la sua più importante miniera di rame di Las Bambas in Perù che inizierà la produzione a partire dal 2015 di 400.000 tonnellate di rame all’anno. In più, secondo Pechino, il nuovo gruppo si è impegnato a darsi da fare per trovare ovunque nel pianeta (importa poco per Pechino) e per 8 anni, 900.000 tonnellate di rame da vendere alla Cina, 900.000 tonnellate di zinco e 900.000 tonnellate di piombo. Tutto qui? Sì, secondo il comunicato. Bisognerà aspettare il giorno dopo per leggere sul quotidiano economico italiano « Il Sole 24 ore » un’informazione tenuta segreta dalle due parti: la Cina ha chiesto e ottenuto il licenziamento di tutta una serie di quadri e dirigenti delle due società prima della fusione, cominciando con Mich Davis, l’amministratore delegato di Xstrata. Peggio ancora, l’umiliazione non si ferma al direttore. La Cina ha chiesto e ottenuto la messa alla porta del responsabile della divisione Rame, l’allontamento del responsabile della divisione Nickel e il licenziamento del responsabile della strategia.

E’ la realtà che spesso gli stessi giornalisti ed economisti occidentali ignorano e anche se le loro cronache o prese di posizione sono errate, è spesso in perfetta buona fede. Il loro principale errore è quello di credere che basta risiedere in occidente per sapere come va il mondo. Molti di loro non hanno ancora capito che l’unico modo di aggiornare il software della mentalità economica, come ho già detto prima, è di soggiornare per un minimo di 6 mesi in terra cinese.

Torniamo alle materie prime africane. La Cina ha delle strategie articolate su diversi assi: – mettere in sicurezza il suo approvvigionamento diventando proprietaria delle principali società che controllano le più grandi miniere del mondo.

– Acquistare le imprese moribonde in alcune materie strategiche. Per esempio, di fronte alla grande crisi finanziaria in occidente e cosciente del fatto che le sue riserve in dollari americani rischiano di tradursi in semplici pezzi di carta, la Cina ha deciso di aumentare le sue riserve d’oro ma invece di acquistare l’oro sui mercati arricchendo così i suoi concorrenti occidentali, ha semplicemente deciso di acquistare le miniere d’oro. Così, in un solo anno, tra il 2011 e il 2012, le tre principali aziende di produzione d’oro: la Norton Gold Fields, la Southern Cross e la Focus Mineral sono state acquistate dai 3 principali produttori cinesi d’oro la China Hanking Holdings, la Shandong Gold e la Zijin Mining. Non si fermano all’Australia. Infatti, il 16 agosto 2012, è quest’ultima che, con un comunicato in cinese, ci informa di aver acquistato il 60% dell’azienda di stato di sfruttamento delle miniere d’oro del Kirghizistan. 8 mesi prima è la Shandong Gold che, con un 1 miliardo di dollari, acquistando le azioni alla borsa di New York (New York Stock Exchange), si offriva il 73% della Juguar Mining che controlla alcune miniere d’oro in diversi paesi. Il gioiello di queste acquisizioni resta il progetto Gurupi in Brasile con una miniera d’oro le cui riserve sono valutate a 2,3 milioni di once.

ORMAI CIO’ CHE CONTA IN OCCIDENTE E’ SOTTO I PIEDI DEI CINESI O IN MANO A CAPITALI CINESI
La danza è stata aperta nel 2004 col gigante americano IBM che, sprofondando sotto una montagna di debiti, è stata costretta a cedere tutta la sua divisione PC alla cinese Lenovo per 1,25 miliardi di dollari e che fa della Lenovo il numero 1 mondiale di PC. Nel 2008 è la società tessile cinese, Hembly International, che si regala la marca d’abiti sportivi italiani Sergio Tacchini per 27 milioni di dollari.

Nel 2009 è la prima società petrolifera pubblica cinese Sinopec che compra la canadese Addax Petroleum per 7,2 miliardi di dollari in contanti. Lo stesso anno, la Cina si regala il più grande produttore d’oro australiano RIO TINTO.

Spesso la strategia è quella di aggirare gli ostacoli dei clienti occidentali che nutrono sfiducia per i prodotti tecnologici cinesi.

Prima del lancio sul mercato del suo primo aereo di media capacità, il C919, che farà concorrenza all’A320 di Airbus e al Boeing B-737, per un assegno da 3,2 miliardi di dollari, la Cina è riuscita con estrema facilità a convincere l’assicuratore americano AIG a vendere il suo gioiello, il numero 2 mondiale per l’affitto di aeromobili, l’americana IFLC, proprietaria di una flotta di 1000 aerei, che affitta a 200 compagnie aeree dalle più piccole alle più prestigiose. La tendenza del mercato è di affittare gli aerei. Le società, che hanno sempre meno soldi da investire nell’acquisto di un aereo, optano per la loro locazione. Gli specialisti calcolano che nel 2020 la metà degli aerei in volo saranno aerei affittati. Mettendo le mani su IFLC, la Cina ha trovato una strategia per aggirare la sfiducia delle società aeree occidentali che ben presto voleranno con aerei cinesi, molto meno cari e di conseguenza con prezzi di locazione molto interessanti per quelle compagnie. Per valutare la potenza che IFLC ha oggi sui produttori di aerei, bisogna ricordare che è quest’ultima che, criticando l’aereo A350, è riuscita ad obbligare EADS, casa madre di Airbus, a cambiare completamente l’agenda di scadenze tecniche per la produzione di quell’aereo. Ormai, è lo stato cinese, concorrente di Airbus e Boeing, che riceverà in anticipo i piani dei loro futuri aerei per convalidarli ancor prima della loro uscita, come hanno sempre fatto con IFLC. Questa volta però i giochi sono proprio truccati. Per molto tempo l’occidente truccava le carte col resto del mondo fungendo da giocatore e da giudice al tempo stesso, giocatore e Katika. Questa volta ha trovato un Katika più forte di lui per poter truccare le carte.

IL RAZZISMO ANTI-CINESE
Quando l’ex ministro francese dell’integrazione del governo di Dominique de Villepin, sotto la presidenza di Jacques Chirac, signor Azouz Begag, dichiarò: « Tra dieci anni saremo circondati dai cinesi e allora sarà necessario unire i gomiti francesi, arabi e africani, al fine di proteggere la nostra identità », non c’è stata alcuna protesta da parte di nessuna organizzazione pseudo anti-razzista come SOS-Racisme creata dal partito socialista francese o la LICRA. E perché avrebbero dovuto protestare visto che ufficializzavano il simbolo della vittoria della coppa del mondo di calcio 1998 chiamata: Black-Blanc-Beur, cioè il pianeta in cui si ha un ordine stabilito in cui i bianchi sarebbero i padroni e gli africani del nord e del sud del Sahara gli schiavi. In quest’ordine, Azouz Begag ritiene che i cinesi possano essere un pericolo per tutti noi poiché, rimettendo in discussione la supremazia del padrone di tutti noi, il bianco, i cinesi rischiano tra dieci anni di rimettere in discussione la nostra stessa identità di sottomessi, di schiavi contenti di esserlo.

Tuttavia quando si conosce il livello di razzismo anti-neri nei paesi arabi, non si può non pensare che il ministro francese parla dalla parte di un matrimonio a 3 nel quale il Beur e il Bianco sono gli sposi e il Black il domestico che deve assicurare la pulizia e la cucina della coppia. Per capirlo basta leggere la pagina 14 del libro: “L’Avenir de la science” [Il futuro della scienza, NdT] pensieri del 1848 del pensatore francese Ernest Renan presso Calmann-Levy nel 1890. Si scoprono queste parole:

« Gli arabi e gli europei, esaminati dal punto di vista della fisiologia, non mostrano alcuna differenza sostanziale; possiedono in comune a loro soltanto il sovrano carattere della bellezza [solo gli europei e gli arabi sono belli]. Quindi non c’è alcuna ragione per stabilire, dal punto di vista della fisiologia, tra i semiti e gli indo-europei una distinzione dell’ordine di quelle che si stabiliscono tra i mongoli e i negri. Giro dopo giro gli ebrei, i siriani, gli arabi sono entrati nell’opera della civilizzazione generale e vi hanno giocato un ruolo come parti integranti della grande razza perfettibile; ciò che non si può dire né della razza negra, né della razza tartara e neanche della razza cinese. Inquadrati dal lato fisico, i semiti e gli ariani fanno una sola razza, la razza bianca; inquadrati dal lato intellettuale, fanno una sola famiglia, la famiglia civilizzata. ».

Adesso che i proprietari sentono minacciata la loro identità di padroni dalla razza inferiore e brutta dei cinesi, ecco che il domestico, il negro, corre in soccorso dei suoi padroni. E grida anche più forte di loro contro i cinesi. Conosco degli intellettuali africani talmente inorriditi per il solo fatto che io possa parlare bene della Cina o immaginare un partenariato strategico tra l’Africa e la Cina che ai loro occhi io sono l’uomo da abbattere poiché il terremoto ideologico imposto dalla Cina all’occidente non corrisponde per niente alle previsioni dell’antenato Ernest Renan. Divento quindi molto velocemente: « la spia della Cina », poiché per loro il mio gesto di amicizia e di simpatia verso la Cina è incomprensibile. Quindi sono accusato malignamente e molto opportunisticamente di voler far passare l’Africa dalla colonizzazione europea a quella cinese. Per nascondere il loro odio verso la Cina, questi africani, schiavi da camera, ripetono a mignatta: « L’Africa può e deve farcela da sola ». Dimenticano semplicemente di dirci, visto che l’Africa non è riuscita a sfuggire alle grinfie degli europei per 5 secoli, quale elemento nuovo le permetterebbe di riuscire oggi. Delle due l’una: o sono degli ingenui o sono idioti, nessuna delle due gioca a loro favore.

Nel momento in cui il settimanale economico britannico The Economist paga a caro prezzo, in quest’estate 2013, una campagna in Gran Bretagna di denigrazione anti-cinese in Africa, sa bene che non è destinata al pubblico britannico, che ha ben altre gatte da pelare contro le delocalizzazioni delle imprese britanniche in Cina o la politica cinese dei prezzi bassi; ma mira sul suolo britannico a questi schiavi africani contenti di esserlo che devono solo rilanciare l’odio del padrone per mantenere la loro identità di schiavi.

Il pensatore francese André Gide ha scritto: “Meno il bianco è intelligente, più il nero gli sembra bestia“. In altre parole, più un bianco è intelligente e meno è razzista. Ed è ciò che ripetono gli antirazzisti per consolarsi. Il che è falso ovviamente. Credo piuttosto che la storia ci insegni che sono i bianchi più intelligenti che sono più razzisti. E ci sono diversi esempi di ciò.

Il 19 ottobre 2007 ricevo una chiamata al telefono da parte di un giornalista della Stampa di Torino, uno dei 3 principali quotidiani della penisola italiana. Per la loro pubblicazione del giorno dopo, 20/10/2007, voleva urgentemente da me un commento a caldo da parte di un pensatore africano a proposito delle dichiarazioni del premio Nobel della medicina 1962, il ricercatore che scoprì il DNA, James Watson. Questo genetista di 79 anni in un’intervista al settimanale britannico Sunday Time aveva detto che l’Africa non ha alcuna speranza di uscirne perché anche col DNA aveva provato che gli africani erano stupidi. Watson in tournée in Gran Bretagna per la promozione del suo ultimo libro aveva dichiarato più precisamente al giornalista:

« Sono fondamentalmente pessimista sul futuro dell’Africa: tutti i nostri programmi di aiuto allo sviluppo si basano sull’ipotesi di un’uguaglianza intellettuale tra neri e bianchi mentre tutte le ricerche concludono che non è proprio questo il caso »

E nel suo libro per cui era a Londra per promuoverlo, scriveva:

Non c’è alcuna ragione di aspettarsi che le capacità intellettuali dei popoli separati geograficamente nella loro evoluzione si siano sviluppate in modo identico. La nostra volontà di distribuire dei poteri intellettuali uguali come una sorta di dotazione universale questa volontà non sarà sufficiente affinché sia così.”

Risposi al giornalista che ciò non mi sorprendeva affatto poiché in linea generale sono gli intellettuali che forniscono al popolo le ragioni pseudo-scientifiche giustificando l’odio degli altri popoli. Hitler non si era forse circondato dei migliori scienziati per la sua famosa « soluzione finale » ? Completavo allora con la lista dei più conosciuti tra loro:

Emmanuel Kant che diceva che « la capacità intellettuale d’un nero non supera il livello della stupidità » o Montesquieu che diceva di non credere « che Dio che è così intelligente abbia potuto commettere l’errore di mettere un’anima in un corpo così nero ». Facendo l’analogia con l’odio dei cinesi, Montesquieu aveva messo a punto la sua famosa teoria climatica dell’intelligenza. Secondo lui, più fa freddo, più si è intelligenti e più si vive là dove il clima è caldo e più si è idioti. Si spinge anche più in là. Dice che ciò giustifica il fatto che in Cina è il nord freddo che è chiamato a diventare ricco mentre il sud resterà povero. Oggi, nel 2013, l’ultra-industrializzazione del sud della Cina smentisce le proposte di Montesquieu.
William Shockley, americano, nato a Londra il 13 febbraio 1910 e morte negli USA nel 1989, inventore del transistor, premio Nobel per la fisica nel 1956, diceva che geneticamente i neri erano meno intelligenti dei bianchi e che bisognava molto semplicemente trovare un sotterfugio per convincerli e pagarli affinché facciano meno bambini per non popolare il mondo di esseri senza cervello. E pagare i bianchi affinché ne facciano di più poiché, se l’umanità vuole conoscere una vera evoluzione, solo i bianchi devono popolare la Terra. Ciò non dissuaderà Time magazine, che, evidentemente, condivide le idee di Shockley, di conferirgli la medaglia delle 100 persone più importanti del XX secolo. Si capisce anche ciò che pensano coloro che sono convinti che i cinesi invaderanno il pianeta e lo popoleranno di anormalità perché non è la razza ideale.
Alexis Carrel (1850-1935), premio Nobel per la Medicina 1912, diceva: “L’Europa e gli Stati Uniti subiscono un indebolimento qualitativo mentre le razze africane crescono velocemente. La soppressione della selezione naturale ha permesso la sopravvivenza degli esseri il cui tessuto e coscienza sono di cattiva qualità. La razza [bianca] è stata indebolita dalla conservazione di tali riproduttori.”
Charles Richet, premio Nobel per la medicina 1913 va anche più lontano nel suo libro intitolato « Selezione umana » pubblicato nel 1919, propone né più né meno l’eliminazione dei neri e dei cinesi giudicate razze anormali, tarate. Scrive: « Dopo l’eliminazione delle razze inferiori, il primo passo sulla via della selezione è l’eliminazione degli anormali. Sarò trattato come un mostro perché preferisco i bambini sani a quelli malati. Ciò che fa l’uomo è l’intelligenza. Una massa di carne umana, senza intelligenza, non è niente. ».
Ernest Renan, pensatore francese, scrisse il 14 dicembre 1871 in « Riforma intellettuale e morale » quanto segue: « Una nazione che non colonizza è irrevocabilmente votata al declino e alla guerra civile. La rigenerazione delle razze inferiori o ritardate dalle razze superiori è nell’ordine provvidenziale dell’umanità. L’uomo del popolo è quasi sempre, presso di noi, un nobile declassato, la sua mano pesante è fatta tanto meglio per maneggiare la spada che l’attrezzo servile. Piuttosto che lavorare, sceglie di battersi, il che lo riporta al suo primo stato. Regere imperio populos, ecco la nostra vocazione. Versate questa divorante attività su dei paesi che, come la Cina, si appellano alla conquista straniera. Degli avventurieri che agitano la società europea, fate un ver sacrum, un “essaim” come quello dei Franchi, dei Lombardi, dei Normanni ognuno sarà nel suo ruolo. La natura ha fatto una razza di operai, è la razza cinese, di una destrezza di mano meravigliosa senza quasi alcun sentimento d’onore; governatela con giustizia, prelevando da essa, per la buon’opera di un siffatto governo, un’ampia imposta a vantaggio della razza conquistatrice, essa sarà soddisfatta; una razza di lavoratori della terra, è la negra; siate buoni e umani e salterà e ballerà dalla gioia; una razza di padroni e soldati, è la razza europea. Riducete questa nobile razza a lavorare nell’ergastolo come dei negri e dei cinesi, si rivolterà. Presso di noi, ogni rivolta si è verificata quando un soldato ha mancato la sua vocazione, un essere fatto per la vita eroica, e che applicato a un bisogno contrario alla sua razza, pessimo operaio, ottimo soldato. Oppure, la vita che stravolge i nostri lavoratori renderebbe felice un cinese, un fellah (contadino arabo), degli esseri che non sono affatto militari, dunque, conquistatori. Che ognuno faccia ciò per cui è fatto, e tutto andrà bene. »

Ed è in questo contesto che la Cina sbarca per mettere a zero un’idea ricevuta da 2 secoli, veicolata dai più importanti scienziati secondo la quale i bianchi sono naturalmente e geneticamente superiori alle altre razze, poiché più intelligenti. E’ la giustificazione stessa della missione detta civilizzatrice del 18mo secolo per domare e civilizzare gli altri popoli. La crociata anti-cinese di oggi ha dunque il sapore di un vero disincanto ideologico razzista.

E’ un razzismo cosiddetto scientifico perché gli intellettuali, contrariamente all’uomo della strada, sanno spesso identificare gli interessi precisi che vogliono difendere e l’argomento del razzismo è lì solo per fare diversione e proteggere quegli interessi. Quando The Economist mette in mostra il suo odio verso i cinesi perché sono arrivati in Africa, è un razzismo d’interesse che in fondo cerca di usare gli africani per battersi contro i cinesi al fine di conservare la supremazia degli europei sulle risorse africane.

I MEDIA OCCIDENTALI MOLTO ATTIVI NEL RAZZISMO ANTI-CINESE
Louis Haushalter, giornalista di Slate in un articolo molto completo del 18 dicembre 2010 intitolato:

« Il razzismo anti-cinese è politicamente corretto? » si domanda perché finalmente il razzismo contro i cinesi è accettato come qualcosa di normale? Fa notare che una parola piazzata male contro i neri, i magrebini o gli ebrei significa 5 giorni di tumulti e di messaggi di solidarietà da parte dei politici. Con i cinesi si può fare di tutto, scherzare, rubarli, aggredirli. Niente da fare, nessuno muove neanche il più piccolo dito. Ed è nella conclusione dell’intervista che gli rilascia il presidente di una delle principali associazioni antirazziste la LICRA, un certo Alain Jakubowicz, che ci dice la verità. Dice che il razzismo contro i cinesi non gli interessa perché è un razzismo di gelosia, un razzismo contro i nuovi ricchi. Si interessano al razzismo che risulta dall’ignoranza che subiscono le altre comunità, mentre i cinesi subiscono un razzismo risultante dal contrario dell’ignoranza, dalla conoscenza. E’ un razzismo degli intellettuali francesi che sanno e vedono il posto della Francia condannata a impallidire sul continente africano a causa della Cina. Ed è come ciò che si sta per importare in Francia, una sfiducia della geostrategia internazionale per contrastare i cinesi. Eccone alcuni esempi:

Il 16 marzo 2010, nella sua rubrica Chronique économique sulla radio generalista francese RTL, Jean-Louis Gombeau, parla del nuovo TGV cinese che sarà anche esportato in Francia senza alcuna forza, per il TGV francese, di reagire. E conclude la cronaca con queste parole razziste: «Niente da fare, i cinesi non si sentono più imbrigliati». Invece di suscitare indignazione, gli studio di RTL a Parigi scoppiano in una risata generale.

Il 20 giugno 2010, una manifestazione riunisce i cinesi nel quartiere Belleville ad est di Parigi per denunciare la polizia francese che, secondo i manifestanti, è totalmente passiva sulle numerosissime aggressioni spesso gratuite di cui sono vittime i cinesi a Parigi, che siano turisti, studenti o commercianti. I media francesi hanno passato l’evento sotto silenzio. E finanche l’Agence France Presse (AFP) nel suo lancio del 21/06/2010 alle 9.36 dimentica di comunicare il numero di partecipanti dato dagli organizzatori limitandosi a darci unicamente i dati della polizia.

Nel 2004, i ristoranti francesi sono in difficoltà, troppo numerosi, troppo cari e riscaldano appena dei piatti surgelati. Non riescono più ad attrarre molte persone mentre i ristoranti cinesi continuano a registrare il tutto esaurito. Ai giornalisti del canale pubblico France 2viene un’idea brillante per soccorrere i loro concittadini: animare il razzismo anti-cinese. E’ la trasmissione Envoyé Spécial condotta dalla presentatrice Guilaine Chenu che metterà il dito nella piaga con un reportage intitolato: « Manger chinois en France » [Mangiare cinese in Francia] elencando i ristoratori cinesi a Parigi creando un vero e proprio terrorismo culinario. Risultato: caduta libera dell’afflusso presso i ristoranti cinesi di Francia del 30%. L’elemento più scioccante di questi kamikaze giornalistici è la costruzione di un sentimento razzista su delle persone che non ci avevano neanche pensato. La prova viene dal fatto che, secondo le cifre fornite dalla brigata francese della repressione delle frodi che si occupa della ristorazione pubblica, le multe ai ristoratori cinesi non sono maggiori di quelle alle pizzerie italiane, alle brasseries francesi o ai kebab magrebini. Quindi la scelta del target cinese da distruggere era intenzionale. E siccome ciò ha ben funzionato, France2 ripeterà l’esperienza 2 anni dopo nel 2006.

Se un treno deraglia in Spagna, in Francia o in Canada per il solo mese di luglio 2013, facendo numerose vittime, per i giornalisti occidentali è per forza colpa del macchinista, di un pezzo di ferrovia fissato male. E sicuramente non c’è stato un guasto tecnico, niente che possa mettere in dubbio il genio occidentale. Se un aereo di Air France, che collega Rio a Parigi, scompare dai radar e s’inabissa nel mare con tutti i suoi passeggeri, è colpa di un subappaltatore che ha fornito un pezzo non adatto, e sicuramente non è colpa del costruttore di questo simbolo della potenza e dell’intelligenza occidentale. Ma quando è il TGV cinese che deraglia cosa non è stato udito sull’incapacità dei cinesi di costruire dei treni affidabili? Se un elicottero cinese cade da qualche parte si mette in dubbio direttamente il suo aereo MA60, anche se non si tratta dello stesso costruttore, e, soprattutto, anche se non è lo stesso principio fisico che fa volare un elicottero e un aereo. Quando una nuvola appare sul cielo sopra Pechino i giornalisti occidentali sul posto, che hanno ricevuto l’ordine di non dire mai niente di positivo sulla Cina, in mancanza dell’ennesimo scoop per macchiare la Cina vanno tutti a ingolfarsi e a spiegarci quanto è impossibile respirare a Pechino. Mi sono trovato spesso in quella città e nel momento in cui hanno mandato in onda quel tipo di servizio mi sono chiesto se si parlasse dello stesso luogo. Al contrario, nessun giornalista farà un servizio sull’inquinamento fenomenale delle città americane in cui spesso, come a Los Angeles, più della metà delle persone che abitano il centro è asmatica a causa dell’inquinamento.

CONCLUSIONE: LA LEZIONE DI BRUCE LEE E IL RAZZISMO ANTI-CINESE
Il filosofo autodidatta e attore cinematografico Bruce Lee diceva nel 1969 che nessun cinese che vivesse in occidente avrebbe potuto fare fortuna perché, diceva: « i bianchi sono talmente ubriachi del loro complesso di superiorità rispetto alle altre razze che sono pronti a menarvi se mai conosceste la gloria a casa loro, solo per evitare che il vostro successo metta in dubbio la loro superiorità. » Sempre nel 1969, prima di lasciare definitivamente gli USA, dice: « a Hollywood, nei film, c’è uno standard di bellezza e di successo, è il bianco e nient’altro. Mai un cinese avrà il primo ruolo nel loro cinema, mai un cinese avrà il ruolo del seduttore. » Più di 40 anni dopo, le cose sono rimaste immobili proprio come le denunciava e oggi nel 2013 non c’è mai stato un cinese che abbia recitato in un ruolo di primo piano in un film di Hollywood, ancor meno nel ruolo di un seduttore. Jacky Chen recita nel ruolo principale perché lui stesso produce i suoi film. Un cinese in un film americano deve per forza essere un fruttivendolo o un meschino. Bruce Lee, questo visionario autodidatta e senza diploma, che aveva una casa piena di libri di filosofi di tutti i tempi, giunge a questa constatazione perché ha passato molti anni a leggere molto, a riflettere molto per capire il sistema e cercare l’originalità che gli avrebbe permesso di ottenere il suo posto al sole. Ma non sarà sufficiente. Passa molte ore a vedere video di combattimenti di boxe e inventa un nuovo genere di lotta che è un mix tra il karate cinese e la boxe americana. Questo nuovo stile incontra molto velocemente il successo sugli schermi di Hollywood. Crea allora una scuola in cui forma i migliori attori del cinema americano, tutti bianchi, che sono reclutati molto velocemente nei ruoli principali della lotta nel cinema, ma mai lui anche se era il loro maestro. E’ dopo aver pronunciato quella frase amara che rientra nel suo paese. Hong-Kong è allora una colonia britannica. Non comprende perché i britannici che possono vantarsi di essere campioni della democrazia e dei diritti dell’uomo non li applicano a Hong-Kong. Mai, durante il tempo dei britannici, nessuno saprà cosa vuol dire andare a votare a Hong-Kong. Bruce Lee non capisce come il suo paese, la Grande Cina, possa essere tanto debole da cedere in affitto una parte del suo territorio (Hong-Kong) ai britannici e Macao ai portoghesi, cioè ad un minuscolo paese europeo di appena 91.900 km2. E la sua popolazione più piccola di quella di Shanghai. Tradurrà tutta questa frustrazione nei suoi film attraverso un costante patriottismo cinese. Ed è un successo nel suo paese. Inanella una pellicola dopo l’altra, non senza vendicarsi dei bianchi utilizzando i loro stessi metodi perché ha capito che il cinema americano è innanzitutto l’espressione della propaganda del patriottismo americano. E’ così che nel film: « La Fureur du dragon » [L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente] cioè la rabbia della sua cara Cina contro l’occidente, mostra un cinese a Roma, in Italia (lui stesso) che sfida la mafia e tutti i suoi strateghi. Quest’ultimi, che non sanno cosa fare, si appellano ad un americano, un biondo, imponente (simbolo di questo standard di bellezza denunciato in precedenza da Bruce Lee) per combattere Bruce Lee nel Colosseo. Finanche la scelta del Colosseo a Roma non è un caso. E’ infatti il simbolo della tecnicità e della gloria passata occidentale: l’Impero Romano. E’ lì che il piccolo cinese, magro magro, usando solo la sua abilità e la sua intelligenza sconfiggerà Chuck Norris, il bianco, e la sua superiorità razziale. Bruce Lee tocca lì un tasto molto delicato. Ma non se ne cura. In anticipo, attraverso questo film, aveva detto che la gloria dell’occidente risiedeva nel passato e che quest’occidente sarebbe stato molto presto spazzato via da questa Cina che padroneggiano così tanto, lui che non si smetteva mai di ripetere che bisogna andare al di là del karate per capire il messaggio politico dei suoi film. Nel 2013, possiamo dire, senza correre il rischio di sbagliarci, che era un visionario. Nel subconscio delle popolazioni dei paesi oppressi del mondo dell’epoca, Bruce Lee diventa un simbolo. Nonostante il fatto che la traduzione inglese dei suoi film modifichi lo spirito patriottico cinese che non smette mai d’inserire in tutti i suoi film, per relativizzarli. Se parlate cinese, vi consiglio di guardare la versione cinese del film: sarete stupefatti dalla forza delle parole finanche sui temi d’attualità di questo 21mo secolo. Morirà misteriosamente e, finora, l’amministrazione coloniale britannica non ha ancora fornito le prove convincenti delle ragioni della sua morte. Anche suo figlio sarà ucciso poco tempo dopo in circostanze tanto strane quanto quelle [della morte] di suo padre.

Far tacere Bruce Lee o suo figlio, invece di ascoltarlo per anticipare gli eventi, era come negare l’evidenza delle cose che denunciava e soprattutto, dimenticare come diceva che la « Cina non è altro che un gigante addormentato ma resta pur sempre un gigante ». Moltiplicare l’odio anti-cinese in Africa o in occidente non cambierà il risultato di una comunità che sa rimboccarsi le maniche per rovesciare le umiliazioni della storia.

L’Africa è divisa oggi in due parti: da un lato i dirigenti che hanno capito il sistema e sanno che è meglio andare a far visita direttamente al padrone del momento per negoziare lo sfruttamento delle proprie miniere, piuttosto che aspettare le sirene degli intermediari occidentali che, parimenti, andranno sempre in Cina per negoziare lo sfruttamento delle stesse miniere. Nel 2011, l’Africa, con solo il 3% degli investimenti cinesi all’estero, contro il 6% per l’Europa e il 71% per l’Asia, resta sfortunatamente il continente che attira di meno i capitali cinesi. Gli africani credono, erroneamente, che siano loro i destinatari del corteggiamento. Il che è falso ben inteso. E’ la Cina che viene corteggiata dal resto del mondo al giorno d’oggi. E credere che i cinesi prenderanno l’iniziativa di andare a vedere un paese africano per proporgli il benché minimo affare è un errore strategico che costerà caro a diversi paesi africani soprattutto se le persone si permetteranno il lusso di rilanciare il razzismo anti-cinese in voga in occidente.

In Asia, dove arrivano la maggior parte degli investimenti cinesi, non si vedrà mai un indonesiano, un malese o un filippino riprendere l’odio degli occidentali contro la Cina. Al contrario, le ambasciate di questi paesi a Pechino sono riunite intorno ad un collettivo che rivendica a voce alta il fatto che la Cina deve innanzitutto occuparsi dei suoi fratelli asiatici, così come gli americani col Piano Marshall pensarono ai loro fratelli bianchi d’Europa, prima di andare altrove a mettere i propri denari. E funziona. Le delocalizzazioni delle imprese cinesi avvantaggiano innanzitutto i paesi asiatici. L’Africa deve rendersi conto di non essere una priorità in questo scenario. La Cina per i suoi approvvigionamenti energetici in petrolio e in gas, si è alleata col suo vicino, la Russia, che glieli consegna con i gasdotti ed oleodotti poiché essa non può correre il rischio di un rallentamento della sua produzione a causa di qualche ribelle finanziato dall’occidente per destabilizzare questo o quell’altro paese africano. Spetta quindi agli africani capirlo.

Nel momento in cui degli africani partecipano all’odio contro la Cina, che nascondono con la frase « l’Africa deve farcela da sola », sono pericolosi per la liberazione del continente africano perché partecipano a fare diversione come vuole il loro padrone. La quasi totalità di queste persone che tengono questo discorso sono residenti in occidente dove hanno fatto la scelta di lavorare per servire il padrone e renderlo più forte nell’annientamento dell’Africa. Se si trovano in occidente è certamente per fuggire ad una situazione spiacevole in Africa, dove, probabilmente, non riuscivano ad uscirne da soli. Oggi, sempre soli, finanche restando in occidente, non ne escono ancora. Quindi com’è possibile, partendo dalla loro vita di schiavi del sistema, pretendere che l’Africa ce la faccia da sola? Che ci diano l’esempio delle ricette da seguire per riuscirci partendo dalle loro stesse vite professionali e saremo numerosissimi a fare la coda per seguirli. Fino ad allora, che abbiano la gentilezza di tacere. Eviteranno almeno di ricoprirsi di ridicolo.

Paragonando il cinese senza diploma Bruce Lee agli intellettuali africani ricoperti di diplomi dei giorni nostri, non ci si può impedire di constatare che laddove Bruce Lee ebbe il coraggio di denunciare un sistema, ci sono africani che l’hanno interiorizzato e lo insegnano finanche ai bambini in Africa. Spesso resto spaventato quando guardo i canali televisivi africani in cui c’è un dibattito con politologi africani che ci parlano una lingua che solo loro capiscono, certamente non i telespettatori africani ai quali dovrebbero rivolgersi. Come riferimento non hanno altro che la cara altamente democratica Francia presentata come ultimo stadio di felicità in terra. E concludono quasi tutti con una frase che va tanto di moda in questi giorni: « per sviluppare l’Africa, è necessario il rinascimento africano ». E’ come se, 40 anni fa, invece di agire nell’ambito del cinema per affermare nell’azione la fierezza cinese, anche sotto colonia britannica, Bruce Lee facesse un giro di conferenze per spiegare che il Regno Unito è il paradiso in terra e che per arrivare alla loro caviglia fosse necessario il rinascimento cinese. La gioventù africana deve sapere ascoltare questi personaggi che non hanno nient’altro da offrire all’Africa se non i loro noiosissimi diplomi ottenuti in occidente. Se detestano la Cina, non è solo per far piacere ai padroni, è anche per la loro sopravvivenza, come espressione della mediocrità africana. I cinesi ci dimostrano che per piegare i nostri predatori, non c’è altro di meglio che il sudore della nostra fronte, non c’è di meglio che il risultato delle nostre azioni messe insieme per costruire i nostri paesi africani. Avere un alleato strategico come la Cina non vuol dire affatto che essa verrà a lavorare al posto nostro ma che abbiamo l’intelligenza di approfittare di tutte le aperture che questa relazione ci offre e di lavorare molto duramente per uscire la testa fuori dall’acqua il più velocemente possibile, nel caso in cui essa cambi idea. Le relazioni tra le nazioni sono quello che sono, non si sa mai. Ai vostri posti !

Douala, 26/07/2013

Jean-Paul Pougala

Traduzione: Piervincenzo Canale

Sorgente: Le più grandi bugie sulla cooperazione Cina-Africa

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Agricoltura Ambiente Informazione Politica

Il futuro è del biologico, la chimica ha fallito

Il tavolo nazionale contro i pesticidi critica il governo italiano che «si limita a programmare un uso sostenibile della chimica in agricoltura» anziché eliminare i prodotti tossici.

Nel 2013 l’agricoltura convenzionale ha perso il 4% di occupazione e di reddito aziendale. Nello stesso periodo, secondo i dati  del rapporto INEA sullo stato dell’agricoltura presentato alla fine del 2014, sono aumentati drammaticamente i costi di produzione per l’uso di concimi (+8,8%) e pesticidi (+2,3%). La chimica non aiuta il reddito degli agricoltori ma il governo italiano si limita a programmare un ‘uso sostenibile’ dei pesticidi invece che puntare sull’alternativa biologica. A denunciarlo è il Tavolo contro i pesticidi, di cui fanno parte 16 associazioni nazionali ambientaliste e dell’agricoltura biologica, in occasione del convegno che si tiene oggi al Cnr sul “Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari coordinamento, ricerca e innovazione”, a cui partecipano rappresentati di tutti i ministeri interessati.

“L’attuale impostazione del Piano di Azione Nazionale – dice la portavoce delle associazioni Maria Grazia Mammuccini  – consente ai Programmi di Sviluppo Rurale di considerare sullo stesso piano l’agricoltura biologica, quella integrata e altri metodi come quello conservativo, che fanno uso di prodotti chimici di sintesi. Insomma si investono soldi pubblici per finanziare pratiche che fanno uso massiccio di pesticidi probabilmente cancerogeni per l’uomo, come il glifosato. Un’azione inammissibile”.

“Con queste premesse, il Piano nazionale fa si che la quasi totalità delle risorse dei Programmi di Sviluppo Rurale destinate ad assistenza tecnica e formazione vengano assorbite  per la formazione dei produttori e di tutte le maestranze sempre e principalmente sull’uso sostenibile di potenziali cancerogeni. Certificati di abilitazione per utilizzatori, distributori e consulenti,  patentini e riconoscimenti vari appesantiranno ancora di più la burocrazia che grava sugli agricoltori. Così – continua la portavoce del Tavolo – rischiamo che non ci sia nessuna risorsa a disposizione per sostenere la conversione verso il biologico e il biodinamico che  non fanno uso di pesticidi, aumentano il reddito degli agricoltori e creano maggiore occupazione per i giovani”.

Il nostro Paese è – secondo un rapporto dell’ISPRA del febbraio 2015 – il maggiore consumatore tra quelli dell’Europa occidentale di pesticidi per unità di superficie coltivata, con valori doppi rispetto a quelli della Francia e della Germania. Molto alto anche il numero delle sostanze di cui si trovano importanti tracce nelle acque: 175 tipologie di pesticidi nel 2012 a fronte dei 166 del 2010 e di 118 del biennio 2007-2008. E le sostanze che più spesso hanno determinato il superamento sono il glifosato e i suoi metaboliti, il metolaclor, il triciclazolo, l’oxadiazon, la terbutilazina. Per quanto riguarda il glifofosato, le associazioni tornano a chiedere al governo di mettere al bando il pericoloso pesticida dichiarato “probabile cancerogeno” per l’uomo dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), solo poche settimane fa.

Del Tavolo fanno parte: Aiab, Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, FAI, Federbio, Firab, Italia Nostra, ISDE – Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu, PAN Italia, Slowfood, Terra Nuova, Touring Club Italiano, Associazione Pro Natura, SIEP, UpBio, WWF.

Sorgente: Terra Nuova – Il futuro è del biologico, la chimica ha fallito

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Sacco e Vanzetti

Il 23 agosto 1927 vennero giustiziati sulla sedia elettrica a Charleston (USA) Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Furono accusati di omicidio, ma la condanna fu fortemente influenzata dal fatto che essi furono immigranti italiani e anarchici.  Nel 1977, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, ammise gli errori commessi nel processo, avviando la riabilitazione della loro memoria.
Questa è l’ultima commovente lettera scritta da Nicola Sacco al figlio Dante, un eterno esempio di dignità umana.

“Mio carissimo figlio e compagno,  sin dal giorno che ti vidi per l’ultima volta ho sempre avuto idea di scriverti questa lettera: ma la durata del mio digiuno e il pensiero di non potermi esprimere come era mio desiderio, mi hanno fatto attendere fino ad oggi. Non avrei mai pensato che il nostro inseparabile amore potesse così tragicamente finire!
Ma questi sette anni di dolore mi dicono che ciò è stato reso possibile. Però questa nostra separazione forzata non ha cambiato di un atomo il nostro affetto che rimane più saldo e più vivo che mai. Anzi, se ciò è possibile, si è ingigantito ancor più. Molto abbiamo sofferto durante il nostro lungo calvario.
Noi protestiamo oggi, come protestammo ieri e protesteremo sempre per la nostra libertà. Se cessai il mio sciopero della fame, lo feci perchè in me non era rimasta ormai alcuna ombra di vita ed io scelsi quella forma di protesta per reclamare la vita e non la morte, il mio sacrificio era animato dal desiderio vivissimo che vi era in me, per ritornare a stringere tra le mie braccia la tua piccola cara sorellina Ines, tua madre, te e tutti i miei cari amici e compagni di vita, non di morte. Perciò, figlio, la vita di oggi torna calma e tranquilla a rianimare il mio povero corpo, se pure lo spirito rimane senza orizzonte e sempre sperduto tra tetre, nere visioni di morte. Ricordati anche di ciò figlio mio. Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perchè essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili. Continuamente pensavo a te, Dante mio, nei tristi giorni trascorsi nella cella di morte, il canto, le tenere voci dei bimbi che giungevano fino a me dal vicino giardino di giuoco ove vi era la vita e la gioia spensierata – a soli pochi passi di distanza dalle mura che serrano in una atroce agonia tre anime in pena! Tutto ciò mi faceva pensare a te e ad Ines insistentemente, e vi desideravo tanto, oh, tanto, figli miei! Ma poi pensai che fu meglio che tu non fossi venuto a vedermi in quei giorni, perché nella cella di morte ti saresti trovato al cospetto del quadro spaventoso di tre uomini in agonia, in attesa di essere uccisi, e tale tragica visione non so quale effetto avrebbe potuto produrre nella tua mente, e quale influenza avrebbe potuto avere nel futuro. D’altra parte, se tu non fossi un ragazzo troppo sensibile una tale visione avrebbe potuto esserti utile in un futuro domani, quando tu avresti potuto ricordarla per dire al mondo tutta la vergogna di questo secolo che è racchiusa in questa crudele forma di persecuzione e di morte infame. Si, Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre Idee che rimarranno ancora più belle per le future generazioni a venire. Dante, per una volta ancora ti esorto ad essere buono ed amare con tutto il tuo affetto tua madre in questi tristi giorni: ed io sono sicuro che con tutte le tue cure e tutto il tuo affetto ella si sentirà meno infelice. E non dimenticare di conservare un poco del tuo amore per me, figlio, perchè io ti amo tanto, tanto… I migliori miei fraterni saluti per tutti i buoni amici e compagni, baci affettuosi per la piccola Ines e per la mamma, e a te un abbraccio di cuore dal tuo padre e compagno.”
Nicola Sacco

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Ecofestival Mentanese sabato 27 giugno 2015

Ecofestival-Mentanese-a6Ecofestival-Mentanese-a6-retro Il 27 giugno si terrà a Mentana, in Piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, il primo Ecofestival Mentanese: sarà un’ottima occasione per conoscere il mondo visto dagli occhi dei sognatori: quindi siate presenti, se non con il corpo, almeno con il cuore!

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