Categorie
Ambiente Umanesimo

Ritorniamo alla vita naturale

C’è una sorta di psicosi collettiva in molti di noi che viviamo gli spazi urbani, un’illusione che è diventata la nostra verità. Già iniziamo a subissare l’amministrazione capitolina, di cui faccio parte, di mails e messaggi per chiedere il taglio dell’erba nei parchi: non possiamo lasciare in pace queste povere piantine di poter crescere come vogliono. Pensiamo che un prato curato sia come il salotto di casa, però con le piastrelle verdi. Le manifestazioni dei giovani in tutto il mondo non sono sufficienti a far comprendere che stiamo uccidendo la vita sul pianeta a causa di visioni erronee, a causa dell’arroganza e dell’ignoranza con cui viviamo la nostra vita.

Condividi
Categorie
Umanesimo

Il potere è nella volontà

Diffidate da chi vi dice che vi dovete lasciar andare, che dovete andare dove la vita vi porta.
Diffidate da chi vi dice che andrà tutto per il meglio, che comunque le cose si sistemeranno.
Diffidate da chi vi dice che siamo tutti attori, tutti con una maschera che cela il nostro vero essere.
Diffidate da chi dice che basta seguire il proprio cuore, ciò che vi fa stare bene, per essere felici.
Diffidate da chi vi dice che si nasce buoni o cattivi, stupidi o intelligenti, poveri o ricchi e che è necessario diffidare degli altri.
Scegliete la vita che volete fare e assumetevene le responsabilità.
Questo vi porterà al successo.
Impegnatevi con ogni forza per far sì che le cose vadano per il meglio e si sistemino.
Questo vi porterà al massimo bene.
Siate sinceri e credete fermamente nell’esistenza di persone vere e trasparenti.
Questo vi porterà alle vere amicizie.
Siate equanimi con tutti, date fiducia alle persone.
Questo vi porterà al vero amore.
Scoprite qual’è il vostro vero cuore, poiché si trova al di là delle paure che vi impediscono di vedere la strada verso la vostra vera realizzazione. Non scegliete seguendo la strada facile, ma quella più saggia, poiché ciò che vi sembra far star bene oggi potrebbe farvi stare male domani.
Questo vi porterà all’autentica felicità.
Condividi
Categorie
Società Umanesimo

Piccolo viaggio nel profondo interiore…

Spesso si confonde la sensibilità con una supposta capacità di intuizione che necessariamente deve avere la persona sensibile; una sorta d’arte divinatoria in grado di percepire, non si sa bene come, cosa l’altro pensa.
Interpretare cosa l’altro pensa implica necessariamente l’esprimere un giudizio sulla persona; sensibilità invece è capire se una persona sta bene o male, sostenerla in entrambe i casi, chiedendo perché e come. Se la persona non esprime il proprio agio o disagio, l’altrui non intervenire non è mancanza di sensibilità, bensì mancanza del giudizio verso l’altro; non sapendo cosa l’altro sinceramente pensa è sensato astenersi dal giudizio, per non rischiare di farsi un’idea sbagliata e compromettere così una relazione umana, il bene più prezioso.
Perciò che stiate bene o che stiate male, ditelo con sincerità, non attendete possibili interpretazioni, non diventate enigmatici: chi vi vuole bene, gli orecchi sensibili, i veri amici, immancabilmente vi staranno ad ascoltare e vi rispetteranno.

Condividi
Categorie
Società Umanesimo

Questioni di mentalità

C’è chi pensa che questa umanità soffra principalmente per problemi di soldi, di iniqua distribuzione della moneta. Non è questo il problema principale, non è questo che crea le guerre, la violenza, la sopraffazione: ciò che crea tutto il male del mondo è la mentalità di chi lo vive, la ricchezza non è la moneta, la ricchezza è in ciò che si è e in ciò che si sa fare, ma soprattutto in ciò che si sceglie di fare con ciò che si è. E questo dipende da che mentalità si ha. Se si pensa che l’uomo sappia essere solo egoista, maligno, avido, falso, usurpatore, allora questa umanità non può che essere con tali caratteristiche. Se invece si pensa che l’uomo sappia essere principalmente altruista, generoso, buono, cercando di coltivare innanzitutto queste qualità dentro se stesso, vedendo che tale mentalità rende più felici, più allegri, più cordiali, allora si è capita la realtà dell’essere umano: si può scegliere sempre da che parte stare, si può ricevere ingiurie e sapere comunque dove è il vero e il giusto, ogni singolo essere umano può cambiare se stesso per cambiare il corso della storia. Perché in una rete, un solo nodo che cambia, cambia la rete intera. Così avviene nella nostra mente, un solo pensiero buono può cancellare tanti pensieri cattivi, una sola azione positiva può cambiare tante azioni negative, un solo atto d’amore determinato può trasformare tanto odio atavico. L’uomo di pace è colui che attivamente costruisce relazioni di pacifica convivenza, cercando di risolvere i problemi, di dialogare senza limiti per superare quegli stessi limiti che fanno di noi gli esseri peggiori delle bestie per divenire esseri meravigliosi e perfetti più d’ogni dio inventato dall’uomo. Non esiste potere più grande della speranza e della fiducia che un singolo uomo può imprimere nella propria comunità attraverso il proprio comportamento da essere umano. Se ami te stesso veramente non puoi non amare anche tutti gli altri esseri viventi, perché essi sono imprescindibili per la tua esistenza, per la tua felicità. E quindi agisci di conseguenza, attraverso un comportamento cordiale e socievole, dando fiducia anche quando risulta poi mal riposta o anche quando non dà i frutti sperati, perché sai che solo l’altruismo attivo può permeare l’umanità che vivi rendendo reale la bontà: solo con l’essere amico d’ogni persona, anche se non è tua amica, solo amando ogni persona, anche chi non ti ama e amando perfino chi ti odia, puoi trasformare questo mondo in un luogo gioioso dove vivere. Questa io chiamo consapevolezza e vera umanità. Questa mentalità permette di costruire un futuro di dignità per chiunque. Non farti mai sviare dall’apparente cattiveria degli altri, sono solo le loro paure non superate, persone a cui tu puoi dare aiuto, perché sono loro coloro che soffrono. Tu hai scoperto, così facendo, il vero amore per la vita, l’unica cosa che conta veramente.

Condividi
Categorie
Economia Società Umanesimo

La convivialità

Riporto qui una parte dell’introduzione del saggio scritto da Ivan Illich nel 1973, La Convivialità, che sto leggendo, credo sia assolutamente illuminante e è assolutamente coerente con il mio pensiero.

La società, una volta raggiunto lo stadio avanzato della produzione di massa, produce la propria distruzione. La natura viene snaturata. Sradicato, castrato nella sua creatività, l’uomo è rinserrato nella propria capsula individuale. La collettività è governata dal gioco combinato di una polarizzazione estrema e di una specializzazione a oltranza. L’affannosa ricerca di modelli e prodotti sempre nuovi, cancro del tessuto sociale, accelera a tal punto il mutamento da escludere ogni ricorso ai precedenti come guida per l’azione. Il monopolio del modo di produzione industriale riduce gli uomini a materia prima lavorata dagli strumenti. E tutto questo in misura non più tollerabile. Poco importa che si tratti di un monopolio privato o pubblico: la degradazione della natura, la distruzione dei legami sociali, la disintegrazione dell’uomo non potranno mai servire a uno scopo sociale.
Le ideologie oggi correnti mettono in luce le contraddizioni della società capitalista, ma non forniscono il quadro necessario per analizzare la crisi del modo di produzione industriale. Mi auguro che un giorno si arrivi a formulare una teoria generale dell’industrializzazione abbastanza rigorosa da reggere all’assalto della critica. Per poter funzionare, questa teoria dovrà esprimere i propri concetti in un linguaggio comune a tutte le parti in causa, in modo che i criteri da essa definiti concettualmente siano altrettanti parametri su scala umana: strumenti di misura, mezzi di controllo, guide per l’azione. Si potranno allora valutare le tecniche disponibili e le diverse programmazioni che esse implicano. Si determineranno le soglie di nocività dell’attrezzatura sociale, il punto in cui questa si rivolge contro il proprio fine o minaccia l’uomo; si limiterà il potere dello strumento. Si inventeranno le forme e i ritmi di un modo di produzione postindustriale e di un nuovo mondo sociale.
Vorrei che questo saggio contribuisse alla formulazione di una tale teoria chiarendo almeno un punto: come esistano delle tecniche ipertrofiche nell’uso di energia o d’informazione, la cui stessa struttura ingenera rapporti di sfruttamento e di dominio nelle società che le adottano. Non è facile immaginare una società in cui l’organizzazione industriale sia equilibrata e compensata da modi di produzione complementari, distinti e ad alto rendimento. Siamo talmente deformati dalle abitudini industriali che non osiamo più scrutare il campo del possibile, e l’idea di rinunciare alla produzione di massa di tutti gli articoli e servizi è per noi come un ritorno alle catene del passato o al mito del buon selvaggio. Ma se vogliamo ampliare il nostro angolo di visuale, adeguandolo alle dimensioni della realtà, dobbiamo ammettere che non esiste un unico modo di utilizzare le scoperte scientifiche, ma per lo meno due, tra loro antinomici.
C’è un uso della scoperta che conduce alla specializzazione dei compiti, alla istituzionalizzazione dei valori, alla centralizzazione del potere: l’uomo diviene l’accessorio della megamacchina, un ingranaggio della burocrazia. Ma c’è un secondo modo di mettere a frutto l’invenzione, che accresce il potere e il sapere di ognuno, consentendo a ognuno di esercitare la propria creatività senza per questo negare lo stesso spazio d’iniziativa e di produttività agli altri.
Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iperindustriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. L’equilibrio della vita si dispiega in varie dimensioni; fragile e complesso, non oltrepassa certi limiti. Esistono delle soglie che non si possono superare. La macchina non ha soppresso la schiavitù umana, ma le ha dato una diversa configurazione. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota. Oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione, e comincia la grande reclusione. Occorre individuare esattamente dove si trova, per ogni componente dell’equilibrio globale, questo limite critico. Sarà allora possibile articolare in modo nuovo la millenaria triade dell’uomo, dello strumento e della società. Chiamo società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni.
Parlando di «convivialità» dello strumento mi rendo conto di dare un senso in parte nuovo al significato corrente della parola. Lo faccio perché ho bisogno di un termine tecnico per indicare lo strumento che sia scientificamente razionale e destinato all’uomo austeramente anarchico. L’uomo che trova la propria gioia nell’impiego dello strumento conviviale io lo chiamo austero. Egli conosce ciò che lo spagnolo chiama la convivencialidad, vive in quella che il tedesco definisce Mitmenschlichkeit. L’austerità non significa infatti isolamento o chiusura in se stessi. Per Aristotele come per Tommaso d’Aquino, è il fondamento dell’amicizia. Trattando del gioco ordinato e creatore, Tommaso definisce l’austerità come una virtù che non esclude tutti i piaceri, ma soltanto quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali. L’austerità fa parte di una virtù più fragile, che la supera e la include, ed è la gioia, l’eutrapelia, l’amicizia.

Condividi