Categorie
Società Umanesimo

duemilanove

Tempo di lettura: 3 minuti

science_fiction_telefonoskopien

Ecco che un nuovo anno comincia, il 2009. Questo numero fa riaffiorare nella mia mente i romanzi di fantascienza che leggevo da piccolo, da “2001 Odissea nello spazio” di Arthur C. Clarke a “La macchina del tempo” di Herbert George Wells, all’intero “Ciclo della fondazione” di Isaac Asimov. Narrano di un avvenire ultra tecnologico, della conquista dello spazio, di psicostoria, di una più evoluta e complessa concezione della vita, ma in particolare di un futuro dove i rapporti umani sono solo una parte dell’universo conosciuto, perché non è solo la nostra specie ad esistere nel cosmo. Ed ecco che dalla fervida immaginazione di questi grandi scrittori appaiono nuove specie intelligenti, con la loro psicologia e la loro visione dell’universo spesso ben divergenti da quelle umane, ma che convivono insieme nel cosmo infinito. Il grande merito di questi narratori è stato aprire la mente verso il futuro, poterselo immaginare al di là del nostro tempo, oltre lo spazio fisico del nostro sistema solare, oltre la nostra specie.

Eppure questo futuro di cosmici equilibri tarda ancora ad arrivare, qui sulla Terra abbiamo ancora difficoltà ad accettare persino le nostre reciproche diversità di simili; ancora oggi ci sono guerre sanguinarie per il potere, per avidità. È incredibile come in migliaia di anni la maggior parte dell’umanità si sia evoluta ben poco sul piano della coscienza e a volte sia addirittura regredita (l’Italia di oggi ne è un esempio nostro malgrado lampante), pur avendo una conoscenza scientifica, storica e globale infinitamente superiore a quella di soli cento anni addietro.

Ciò avviene perché non è possibile considerare alcuni lati oscurati dall’uomo (come la collera, l’avidità, l’animalità, la depressione) come estranei all’uomo stesso, non si può non affrontarli come individuo, non si può non imparare a domarli; non è sufficiente la conoscenza per avere coscienza. Pulsioni innate con uno scopo ben preciso all’interno del contesto naturale, sono stati vitali che, se vengono piegati a soddisfare bisogni illusori invece che essere utilizzati per ciò per cui esistono, che è la vera felicità e la vera realizzazione, portano all’auto distruzione. Essere ad esempio avidi di conoscenza non è sbagliato, se spinti da una sana curiosità per la vita, se abbagliati dalla sua immensità, dal suo ineffabile mistero. Ma se l’avidità si estrinseca in un accumulo di beni materiali, quasi che questi possano garantire l’immortalità, allora diventa un’illusione nociva per sé e per gli altri, porta i più folli e scaltri ad uccidere per vivere.

Se ci arrabbiamo di fronte ad una ingiustizia, come ad esempio vedere un bambino picchiato da un adulto, è un istinto del tutto sano e naturale. Ma se ci arrabbiamo con nostra moglie perché siamo tornati a casa stressati dal traffico e dal lavoro, allora ecco che l’illusione torna con tutta la sua forza ad annebbiarci mente e cuore: l’illusione che sfogare la nostra rabbia con chi non c’entra nulla ci possa far stare meglio, è una delle peggiori illusioni. La vita è una rete di relazioni e se siamo rabbia trasmetteremo rabbia all’intero universo, se siamo avidi trasmetteremo avidità; insegneremo  quindi ai giovani, da incoscienti, ad essere avidi e rabbiosi.

Questo è ciò che sta accadendo, l’arroganza dell’uomo (soprattutto in occidente) sta distruggendo la casa in cui vive, la terra, pensando di poter ottenere benefici, di poter raggiungere la felicità tramite l’accumulo delle ricchezze materiali. E sta trasmettendo alle nuove generazioni tutto ciò, sta costruendo in tal modo un futuro dei peggiori possibili.

Ma non tutti gli esseri umani per fortuna vivono in questo modo la loro breve esistenza; c’è tutto un popolo che vive nell’ombra, nell’anonimato, che non chiede e non vuole il successo, la fama, la ricchezza, ma aspira alla dignità, alla comprensione reciproca in luogo della tolleranza, alla cooperazione in luogo della concorrenza, al dialogo in luogo della guerra, che agogna ad una collettività in pace ed armonia, che non sa scindere la propria felicità da quella altrui. Questo popolo, sparso in tutti il globo, che non sente di avere nazione, ma di appartenere all’umanità in quanto tale, porta seco l’ideale necessario a sviluppare l’unico futuro di felicità duratura per il genere umano. E più questo popolo sarà grande, più l’umanità potrà avere un futuro prospero, potrà insieme affrontare i dolori e i piaceri per quello che sono, sapendo sempre di avere la forza di rialzarsi ad ogni caduta, perché comprende la vera realtà, che siamo tutti un’unica cosa: la vita.

Condividi

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.