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Diritto Economia Politica

Dove siamo finiti – Parte I

È un’Italia disorientata quella che esce da queste ultime elezioni. In molti non si capacitano come abbia potuto ottenere tanto successo un’altra volta Berlusconi, in molti non capiscono come il PD abbia potuto perdere anche queste elezioni, in molti sono meravigliati del successo del M5S e ne hanno paura, perché non lo conoscono; tantissimi di certo hanno sottovalutato il potere dell’informazione detenuto dai mass media e dimenticato lo spirito profondamente conservatore di gran parte dei nostri concittadini; così come tantissimi hanno dimenticato che una buona politica e una buona democrazia si ottengono attraverso la partecipazione quotidiana e attiva, non nel mondo virtuale di media vecchi e nuovi.

Eppure se solo ci si fermasse a riflettere un secondo, se solo si abbandonasse il proprio esser di parte a prescindere, se si abbandonassero i propri pregiudizi, i propri timori, tutto risulterebbe di certo più chiaro, si potrebbe cominciare ad analizzare con più obiettività l’attuale situazione, chi ne sono i responsabili politici.

Innanzitutto possiamo vedere come milioni di persone abbiano perduto fiducia nei due grandi partiti che da 20 anni governano l’Italia, PD e PDL. Possiamo anche vedere, se approfondiamo di più il tema, come tali partiti in realtà, per la gran parte, siano composti da persone riciclate da altri precedenti partiti, in un ininterrotto schema di potere senza soluzioni di continuità.

LA DISTRUZIONE DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA: LA LEGGE MATTARELLA E LA LEGGE CALDEROLI

Le leggi 276 e 277 del 1993, definite legge “mattarellum”, che vennero votate dal Parlamento in contrasto al referendum popolare del 18 aprile 1993 (il quale, abrogando parti della precedente legge, voleva portare ad un sistema maggioritario al solo Senato, lasciando inalterato la parte restante del precedente sistema), hanno:

  • Favorito il formarsi in coalizioni, attraverso l’introduzione, per il 75% dei seggi, del sistema di elezione maggioritario alle due camere
  • Adottato il turno unico, in cui è sufficiente la maggioranza relativa dei suffragi per vincere nel proprio collegio
  • Favorito la nascita delle “liste civetta” per aggirare la parte proporzionale (il 25%), utilizzate da centro destra e centro sinistra per ottenere più seggi
  • Adottato i collegi uninominali
  • Introdotto la soglia di sbarramento al 4%

Tutto ciò ha ridotto il pluralismo della rappresentanza parlamentare favorendo il costituirsi di coalizioni e introducendo la soglia di sbarramento; diminuito il valore democratico del voto attraverso il turno unico; aumentato la personalizzazione e ridotto la scelta dei cittadini sui candidati dell’elezione del candidato attraverso il collegio uninominale; si è favorita quindi di fatto una campagna elettorale basata sull’immagine pubblica del candidato piuttosto che sul programma del proprio schieramento. La legge ha quindi palesemente favorito la candidatura e la conseguente vittoria di Silvio Berlusconi nel 1994.

La legge 270/2005, definita legge “porcellum”, votata a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2006, ha:

  • tolto ai cittadini il diritto di preferenza su chi eleggere in Parlamento, potendo gli stessi votare solo liste di candidati
  • dato alle coalizioni premi di maggioranza enormi in Parlamento (alla Camera un minimo di 340 seggi su 630, con la sola maggioranza relativa dei voti, quindi anche con un’esigua minoranza dei voti!)
  • imposto una soglia di sbarramento al 4% alla Camera e al 8% al Senato

Ciò ha dato un potere immenso ai partiti, che hanno potuto scegliere al posto degli elettori chi candidare (quanto di più lontano dalla democrazia delineata dai padri costituenti). La compagine parlamentare, per via dei premi di maggioranza e delle soglie di sbarramento, non rappresenta più la reale scelta politica dei cittadini elettori.

LA DISTRUZIONE DELLA SOVRANITA POPOLARE: IL TRATTATO DI MAASTRICHT E IL PATTO DI BILANCIO EUROPEO (FISCAL COMPACT)

Possiamo vedere che la tanto osannata Unione Europea altro non è che un’unione di banche e finanza, piuttosto che un’unione di popoli. Voi vedete nel nostro paese i treni puntuali di Francia e Germania, gli ospedali, le scuole e le amministrazioni pubbliche sul modello nordeuropeo? No, non era questo l’obiettivo dell’UE, sin dal Trattato di Maastricht (del 1992, guarda caso l’anno in cui avviene l’instaurazione dell’impropriamente detta “Seconda Repubblica”, in cui un profondo mutamento del sistema partitico, almeno di facciata, si impone in Italia) : l’obiettivo era l’unità monetaria, la costituzione della Banca Centrale Europea, il libero commercio in area Euro, l’adozione dei parametri di Maastricht come obbligatori negli stati membri; ciò si è realizzato compiutamente grazie alle ultime leggi approvate dal governo Monti, con il voto dei partiti (pieni di rappresentanti d’affari, non certo di politici) maggioritari, PD e PDL, senza nessun dibattito parlamentare, senza dibattito tra i cittadini (su tematiche così importanti!), leggi che hanno esautorato il nostro Parlamento e il nostro Governo, la nostra democrazia quindi, di ogni scelta in ambito di politica economica, riducendo così de facto la sovranità del popolo italiano sulla direzione dell’economia.

Ciò è avvenuto principalmente per via dell’approvazione del Patto di bilancio europeo (Fiscal Compact), che rappresenta l’attuazione del più spietato liberismo di derivazione statunitense, il quale impone come obbligatori i principali parametri stabiliti nel trattato di Maastricht:

  • l’inserimento in Costituzione dell’obbligo di perseguire il pareggio di bilancio (ciò purtroppo è già avvenuto, con la legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, approvata dal Parlamento Italiano, con il voto contrario solo dell’Italia dei Valori e solo al Senato, alla Camera praticamente tutti hanno votato a favore)
  • l’impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL e, per i paesi il cui debito pubblico è inferiore al 60% del PIL, l’1%;
  • l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità;
  • l’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
  • l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà verificato dalla Corte europea di giustizia;
  • l’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche;
  • l’impegno a tenere almeno due vertici all’anno dei 17 leader dei paesi che adottano l’euro.

Ciò sta portando alla dissoluzione dello stato sociale, soprattutto per via del pareggio di bilancio, una norma che comprimerà (entrerà difatti in vigore dal 2014) ulteriormente i già pochi “ammortizzatori sociali” esistenti, eliminerà di fatto la possibilità da parte dello Stato di indebitarsi pur di garantire gli standard dei servizi essenziali, quindi in totale contrasto con l’art. 3 della Costituzione Italiana, che così statuisce:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ma se la gestione della politica economica italiana viene compressa dalle norme imposte dall’Unione europea, la Repubblica non potrà più agire liberamente per rimuovere gli ostacoli di ordine economico, non potrà più liberamente scegliere in che modalità rendere effettiva la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica, non potrà più difendere i diritti come la salute, l’istruzione, il lavoro… Perché non ci saranno i soldi per farlo!

Ciò è un fatto gravissimo e di proporzioni inaudite: tutti coloro che hanno votato per i partiti che hanno approvato questo scempio, sono in dovere di chiedere ai loro rappresentanti il perché di una tale follia!

LA DISTRUZIONE DELLA GIUSTIZIA: LE DELEGHE AL GOVERNO

Non mi metterò a elencare tutte le varie leggi ad personam in tema di giustizia (indulti, rogatorie, depenalizzazioni, legittimo sospetto, etc.), per salvare interessi individuali o di gruppi specifici, da destra a sinisitra. Credo che gli ultimi provvedimenti del governo Monti siano ben più gravi, poiché vanno ad eliminare di fatto la reale struttura giudiziaria nel nostro paese. Il governo Monti, sempre con l’approvazione di PD e PDL, per mezzo di due decreti legislativi (quindi tramite deleghe al Governo, esautorando su un tema così importante il Parlamento),  ha messo ulteriormente in ginocchio il già claudicante sistema giudiziario italiano.

Ciò è avvenuto come conseguenza dell’attuazione alla delega al Governo attribuita dalla legge per la stabilizzazione finanziaria n. 148 del 2011. Sono i d.lgs. 155/2012 e d.lgs. 156/2012, che tagliano:

  • 31 tribunali;
  • 31 procure;
  • 220 sezioni distaccate di tribunale
  • 667 uffici dei giudici di pace

In un paese con un potere giudiziarioal collasso, dove la durata media di un processo civile è di 9 anni, eliminare procure, tribunali, sezioni distaccate e uffici dei giudici di pace è assolutamente contrario al buon senso, è in direzione assolutamente contraria ad una maggiore tutela dei diritti dei cittadini.

LA DISTRUZIONE DEL LAVORO: PACCHETTO TREU, LEGGE BIAGI

In tale caso abbiamo l’esempio lampante di come PD e PDL, i maggiori schieramenti politici fino a qualche giorno fa, abbiano applicato esattamente le stesse politiche, per lo più su richiesta non del popolo italiano (che da decenni chiede più posti di lavoro e stipendi più alti, non più precarietà), quanto di UE, BCE e attraverso forti pressioni dei potentati economici (banche e industrie).

Il “pacchetto Treu” (Legge 196/1997) è il primo provvedimento che mira a rendere più “flessibile” il lavoro (ossia precario), attraverso:

  • l’istituzione del lavoro interinale (precedentemente vietato dalla legge 1369/1960, per combattere lo sfruttamento della manodopera!)
  • l’isitituzione del tirocinio
  • l’istituzione del contratto coordinato e continuativo

La impropriamente detta “legge Biagi” (Legge 30/2003 di delega al governo in materia di occupazione e mercato del lavoro, attuata con il d.lgs. 276/2003), in perfetta linea politica con il pacchetto Treu, “flessibilizza” ulteriormente il lavoro (con forme contrattuali aberranti) attraverso:

  • l’eliminazione del contratto a tempo indeterminato come rapporto di lavoro normale e comune
  • l’istituzione del contratto a progetto
  • l’istituzione del contratto di lavoro a chiamata (intermittente)
  • l’istituzione del della somministrazione di lavoro, in sostituzione del lavoro interinale
  • l’istituzione del contratto di lavoro ripartito
  • la riforma del contratto di apprendistato

 

LA MONOPOLIZZAZIONE DELL’INFORMAZIONE: LEGGE MAMMI E LEGGE GASPARRI

Sulla Legge Mammì, è sufficiente quanto scritto su Wikipedia:

La legge segue un periodo nel quale si è costruito una sorta di monopolio della televisione privata, da parte della Fininvest, al di fuori della legge, dunque contro il divieto di interconnessione, che ha portato poi ad interventi dell’esecutivo, concretizzatisi nei cosiddetti decreti Berlusconi e finalizzati a contrastare potenziali interventi della magistratura che potessero impedire la diffusione su scala nazionale di programmi televisi di emittenti private.

La legge è ritenuta da alcuni oppositori devastante per l’ordinamento legale e civile dello stato.

I cultori del diritto comunitario rilevano una differenza consistente tra il testo della legge ed i princìpii della direttiva comunitaria Televisione senza frontiere da recepire. I commentatori attribuiscono questa discordanza all’eccessiva attenzione posta dal legislatore nazionale nel privilegiare la posizione dominante della Fininvest piuttosto che alle effettive esigenze del mondo della comunicazione televisiva.

È soprannominata sarcasticamente legge fotografia e legge Polaroid in quanto si limita a legittimare la situazione anomala preesistente, da stato di fatto a stato di diritto.

Anche sulla legge Gasparri Wikpiedia può dire più e meglio di quanto non possa io:

La legge Gasparri è stata criticata per i seguenti motivi:

  • il tetto antitrust nella previsione di un unico limite ex ante (cioè predeterminato tassativamente dalla legge), con verifica ex post, rappresentato dalla quota 20% del totale dei proventi ricavabili dal SIC (Sistema Integrato della comunicazione) è stato sì abbassato in misura percentuale rispetto al 30% della l. del 1987 (art 3 lett. B L. 67/1987), ma il valore assoluto di tali percentuali è passato da 12 miliardi di euro di allora a 26 miliardi oggi;
  • l’aumento del limite antitrust viola il principio del pluralismo sancito dall’Articolo 21;
  • si incentiva ancora di più la pubblicità televisiva, a scapito di quella sulla stampa;
  • mancano riferimenti al diritto all’informazione degli utenti;
  • la fissazione di una data (31 dicembre 2006) entro cui realizzare le reti digitali terrestri rischia di aprire un altro regime di proroga (rischio concretizzato nel rinvio al 2012 del digitale);
  • ci sarebbe una grave e palese violazione della sentenza 466/2002 della Consulta;
  • Mediaset potrebbe avvantaggiarsi più di altri editori rafforzando la sua posizione dominante;
  • in generale, per un rafforzamento della figura di Silvio Berlusconi nel campo tv;
  • lasciava irrisolti i problemi del piano nazionale delle frequenze.

FINE PRIMA PARTE

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