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L’educazione alla felicità e la Costituzione Italiana

Che significa educare? Ci viene in aiuto l’etimologia latina della parola, composta da la particella “e” che significa “da, di, fuori” e il verbo “ducàre”, “dùcere”, che significa “condurre, trarre”. Quindi educare significa aiutare il discente a far emergere il suo potenziale, a mettere in atto le sue capacità intellettuali e emotive. In sostanza quindi l’educazione è l’atto di dare gli strumenti idonei ad ogni persona per coltivare i propri talenti e per poterli valorizzare nella comunità in cui si vive.

Nell’attuale sistema educativo, soprattutto per via delle riforme legislative degli ultimi decenni, prevale sempre più l’idea dell’educazione come preparazione e formazione al lavoro. Non sarebbe un problema di per sé, se il sistema fosse orientato ad aiutare lo studente a tirar fuori le sue qualità intrinseche che poi potrà, se lo vorrà, tramutare in professioni, anche non ancora esistenti, a beneficio della comunità. E invece il sistema attuale adatta tristemente la scuola al mondo del lavoro, definendo standard di competenze ricalcate sulle esigenze dell’impresa privata, comprimendo quindi i talenti d’ognuno per incanalarli in un mondo del lavoro ormai egemonizzato sul fare impresa per guadagnare più soldi, in qualsiasi modo ciò avvenga, anche a scapito del bene della comunità. Una visione d’impresa ben lontana dalla filosofia aziendale di impresa sociale di Adriano Olivetti e dal doveroso interesse sociale come limite alla libertà di iniziativa economica privata statuito dalla Costituzione Repubblicana all’articolo 41.

Si è sostanzialmente perduto quindi l’obiettivo primario dell’educazione: aiutare l’individuo a coltivare liberamente, secondo le sue scelte, i suoi talenti.

Uso la parola “talenti”, al plurale, perché un altro danno enorme, prodotto dal sistema educativo dominante modellato sul sistema di lavoro industriale, è quello di puntare sulla specializzazione delle persone su una singola mansione. Per sua natura l’uomo è artista, artigiano e intellettuale: la specializzazione in un singolo ambito e in maniera sempre più restrittiva, impedisce di fatto all’individuo di coltivare tutte le sue capacità, che non possono certo essere ridotte ad una sola materia e/o una sola mansione.

Il sistema educativo dovrebbe essere incentrato sul condurre la persona verso la scoperta e liberazione delle proprie innate capacità per elevarle al loro massimo potenziale, in modo da poter portare un reale progresso materiale e spirituale nella comunità in cui vive.

Oggi se non hai un lavoro vieni considerato o un poco di buono o un fallito. Questo provoca in tanti giovani, in un paese come il nostro che ha una disoccupazione giovanile altissima, il desiderio o di fuggire verso paesi dove si sentono valorizzati o dove trovano più facilmente lavoro a prescindere dalle proprie qualità intrinseche.

Nulla di più insensato: è proprio per via di questo modello educativo fatto di standard e specializzazione a fini di adattamento all’esistente sistema del lavoro, che troviamo l’incapacità della nostra comunità di superare brillantemente le problematiche più urgenti, dalla crisi economica, a quella sociale e ambientale, provocate proprio dall’attuale sistema del lavoro.

Eppure la nostra meravigliosa Costituzione Italiana, pur non parlando esplicitamente di felicità, implicitamente ne esprime il senso più profondo. Difatti l’art. 3 statuisce che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E qui ritroviamo tutto quanto precedentemente detto. Gli ostacoli, in questo caso un certo modo d’intendere il sistema educativo, che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e vanno necessariamente rimossi. Questo perché è nel pieno sviluppo della persona, delle sue capacità, dei suoi talenti, che è possibile garantire  l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. E quale altra felicità può esistere per un individuo se non sentirsi partecipe tramite il proprio ruolo politico, economico e sociale alla crescita della propria comunità? Sentirsi persona valida e utile al benessere comune, oltre che al proprio, significa sentire pienamente soddisfatto il desiderio fondamentale di dare senso e valore alla propria esistenza. Ciò genera una felicità duratura, che si coltiva ogni giorno quando si ha lo spazio di sbagliare e riprovare, di perfezionarsi, senza sentirsi continuamente giudicato, deriso o condannato (ad essere un poco di buono, un mediocre, un inetto).

I temi fondamentali della pedagogia elaborata dal filosofo e educatore giapponese Tsunesaburo Makiguchi racchiudono sapientemente in maniera integrata il concetto di educazione alla felicità: in primo luogo, l’educazione deve basarsi sui bisogni quotidiani delle persone; in secondo luogo, deve mantenere l’obiettivo della felicità intesa come lo sviluppo di una coscienza sociale e della consapevolezza che chiunque ha il diritto di essere felice; in terzo luogo, deve aiutare a sviluppare il potenziale creativo che esiste in ogni essere umano.

Ancora oggi il lavoro dell’artista non viene considerato tale, l’artigianato sta scomparendo, sostituito dall’industria produttrice di oggetti seriali a obsolescenza programmata, l’intellettuale è considerato o un radical chic utile al vezzo dei pochi che capiscono le sue bislacche elucubrazioni o, ancor peggio, al servizio del potere economico per creare quel pensiero unico capace di sostenere l’attuale modello di sviluppo palesemente insostenibile. Non può esistere nell’immaginario collettivo, inculcato dai media al servizio del potere economico,  un contadino, uno spazzino, un elettricista, un impiegato, che coltivino le loro capacità di artisti, artigiani e intellettuali nel loro lavoro. Se hanno di queste pretese che le coltivino nel poco tempo libero lasciato a disposizione dalle esigenze della produzione industriale.

Proprio in ciò è ravvisabile l’effetto fondamentale del sistema didattico attuale: le qualità di artista, artigiano e intellettuale, insite in ogni singolo individuo e con caratteristiche peculiari derivanti dalla personalità unica di ognuno, invece che essere  valorizzate vengono considerate al massimo delle attività in cui dedicarsi nel (poco) tempo libero, salvo i rari casi in cui faccia comodo al sistema economico dominante. Questo si evince dall’imporre, tramite i mezzi di comunicazione di massa, un manipolo ristretto di persone prive di valore artistico o opere di bassissimo contenuto culturale portandole alla fama e al successo; dal relegare l’eccellenza della produzione artigiana a bene di lusso, riservata ai pochi ricchi che se la possono permettere; dal far passare per intellettuali persone prive di ogni capacità critica e di qualsivoglia idea originale, ben aderenti al pensiero unico dominante per cui l’attuale è il migliore dei sistemi economici, politici e sociali possibili.

La prevalenza dell’interesse economico privato su ogni altro valore sta distruggendo la socialità, il saper fare insieme e bene, il piacere di fare per il desidero di fare e non per un risultato determinato a priori. Molte delle scoperte scientifiche, molte delle opere artistiche che hanno saputo emozionare nei secoli, molte delle invenzioni che hanno cambiato in meglio la vita dell’uomo, provengono proprio dall’aver sfidato i pregiudizi e i preconcetti, dall’aver liberamente creato andando oltre il limite del già conosciuto, del già esperito.

Ivan Illich, scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco scrive che nel sistema industriale c’è un uso della scoperta che conduce alla specializzazione dei compiti, alla istituzionalizzazione dei valori, alla centralizzazione del potere: l’uomo diviene un mero ingranaggio della burocrazia. Ma c’è un secondo modo di mettere a frutto l’invenzione, che accresce il sapere e il potere di ognuno, consentendo a ognuno di esercitare la propria creatività senza per questo negare lo stesso spazio d’iniziativa e di produttività agli altri. «Se vogliamo – continua Illich – poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iper-industriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. Esistono delle soglie che non si possono superare. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota. Oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione e comincia la grande reclusione.»

Illich chiamava società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un gruppo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale per Illich è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni. L’uomo a cui pensava Illich non era un uomo che vive solo di beni e servizi, ma della libertà di modellare gli oggetti che gli stanno attorno, di conformarli al proprio gusto, di servirsene con gli altri e per gli altri.

Inoltre spesso, con grande cecità, la visione dell’educazione è concepita come un percorso meramente scolastico e accademico, quando invece l’educazione è il risultato di tre elementi determinanti: la scuola, la famiglia, l’ambiente (sociale, culturale e naturale).

Un sistema educativo che si pone quale sostituto dell’educazione familiare e, attraverso la creazione di modelli standard, completamente avulso dal contesto, è una mera illusione. Il risultato di questa visione porta all’espressione delle pulsioni creative giovanili sempre più al di fuori del contesto familiare e scolastico, quindi completamente in disarmonia con la realtà che circonda i giovani. Ciò porta ad una infelicità diffusa, finanche alla depressione, perché il giovane non si sente compreso e aiutato nell’emersione della sua personalità, dei suoi talenti, ma emarginato se non segue gli standard imposti, cui non può essere mossa alcuna critica. Il giovane è talmente indottrinato dal dovere di studiare al solo fine, avvilente, di far soldi, da non chiedersi nemmeno più quali sono i suoi talenti, quali i suoi sogni.

L’educazione, oggi per lo più tesa ad annichilire le divergenze, pensando che ciò porti come risultato la creazione di una comunità ben organizzata, quando in realtà uccide ogni pulsione al progresso che sempre spinge l’agire l’essere umano in età giovanile, deve tornare a pulsare di energia vitale: e questo è possibile solo se si lascia ai giovani la possibilità di esprimere il loro dissenso, a dar valore alla loro capacità critica costruttiva della realtà esistente, incentivandoli ad assumersi con responsabilità e indipendenza il loro percorso formativo. Ciò porterà certamente a nuove generazioni capaci di costruire modelli di pensiero divergenti, dove non c’è una soluzione preconfezionata, ma tante possibili soluzioni che possono essere esperite e quindi considerate o meno valide attraverso un dialogo costante con i propri simili ad ogni livello: scuola, famiglia e comunità.

Il cambiamento del paradigma educativo è necessario quindi per dare speranza e futuro all’umanità.

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Società

Quelli che benpensano

Avete presente quelli che domandi che lavoro fanno e rispondono:
– lavoro per questo, quello e quell’altro
E allora domandi:
– ma dai, bravo, come hai fatto?
– Niente, avevo un amico qui, poi mio padre qua, uno zio là…
Ecco, di queste persone un domani, nei momenti in cui la crisi umanitaria che viviamo sarà ancor più stringente, non fidatevi, per nulla al mondo. Saranno i primi a farvi le scarpe, ad approfittare di voi. Perché se consideri accettabile un compromesso disonesto, essa diviene pian piano il tuo stile di vita. E non c’è più differenza tra chi critichi e chi sei: sei un elemento del sistema che dici di combattere.

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Diritto Economia Politica

Dove siamo finiti – Parte I

È un’Italia disorientata quella che esce da queste ultime elezioni. In molti non si capacitano come abbia potuto ottenere tanto successo un’altra volta Berlusconi, in molti non capiscono come il PD abbia potuto perdere anche queste elezioni, in molti sono meravigliati del successo del M5S e ne hanno paura, perché non lo conoscono; tantissimi di certo hanno sottovalutato il potere dell’informazione detenuto dai mass media e dimenticato lo spirito profondamente conservatore di gran parte dei nostri concittadini; così come tantissimi hanno dimenticato che una buona politica e una buona democrazia si ottengono attraverso la partecipazione quotidiana e attiva, non nel mondo virtuale di media vecchi e nuovi.

Eppure se solo ci si fermasse a riflettere un secondo, se solo si abbandonasse il proprio esser di parte a prescindere, se si abbandonassero i propri pregiudizi, i propri timori, tutto risulterebbe di certo più chiaro, si potrebbe cominciare ad analizzare con più obiettività l’attuale situazione, chi ne sono i responsabili politici.

Innanzitutto possiamo vedere come milioni di persone abbiano perduto fiducia nei due grandi partiti che da 20 anni governano l’Italia, PD e PDL. Possiamo anche vedere, se approfondiamo di più il tema, come tali partiti in realtà, per la gran parte, siano composti da persone riciclate da altri precedenti partiti, in un ininterrotto schema di potere senza soluzioni di continuità.

LA DISTRUZIONE DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA: LA LEGGE MATTARELLA E LA LEGGE CALDEROLI

Le leggi 276 e 277 del 1993, definite legge “mattarellum”, che vennero votate dal Parlamento in contrasto al referendum popolare del 18 aprile 1993 (il quale, abrogando parti della precedente legge, voleva portare ad un sistema maggioritario al solo Senato, lasciando inalterato la parte restante del precedente sistema), hanno:

  • Favorito il formarsi in coalizioni, attraverso l’introduzione, per il 75% dei seggi, del sistema di elezione maggioritario alle due camere
  • Adottato il turno unico, in cui è sufficiente la maggioranza relativa dei suffragi per vincere nel proprio collegio
  • Favorito la nascita delle “liste civetta” per aggirare la parte proporzionale (il 25%), utilizzate da centro destra e centro sinistra per ottenere più seggi
  • Adottato i collegi uninominali
  • Introdotto la soglia di sbarramento al 4%

Tutto ciò ha ridotto il pluralismo della rappresentanza parlamentare favorendo il costituirsi di coalizioni e introducendo la soglia di sbarramento; diminuito il valore democratico del voto attraverso il turno unico; aumentato la personalizzazione e ridotto la scelta dei cittadini sui candidati dell’elezione del candidato attraverso il collegio uninominale; si è favorita quindi di fatto una campagna elettorale basata sull’immagine pubblica del candidato piuttosto che sul programma del proprio schieramento. La legge ha quindi palesemente favorito la candidatura e la conseguente vittoria di Silvio Berlusconi nel 1994.

La legge 270/2005, definita legge “porcellum”, votata a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2006, ha:

  • tolto ai cittadini il diritto di preferenza su chi eleggere in Parlamento, potendo gli stessi votare solo liste di candidati
  • dato alle coalizioni premi di maggioranza enormi in Parlamento (alla Camera un minimo di 340 seggi su 630, con la sola maggioranza relativa dei voti, quindi anche con un’esigua minoranza dei voti!)
  • imposto una soglia di sbarramento al 4% alla Camera e al 8% al Senato

Ciò ha dato un potere immenso ai partiti, che hanno potuto scegliere al posto degli elettori chi candidare (quanto di più lontano dalla democrazia delineata dai padri costituenti). La compagine parlamentare, per via dei premi di maggioranza e delle soglie di sbarramento, non rappresenta più la reale scelta politica dei cittadini elettori.

LA DISTRUZIONE DELLA SOVRANITA POPOLARE: IL TRATTATO DI MAASTRICHT E IL PATTO DI BILANCIO EUROPEO (FISCAL COMPACT)

Possiamo vedere che la tanto osannata Unione Europea altro non è che un’unione di banche e finanza, piuttosto che un’unione di popoli. Voi vedete nel nostro paese i treni puntuali di Francia e Germania, gli ospedali, le scuole e le amministrazioni pubbliche sul modello nordeuropeo? No, non era questo l’obiettivo dell’UE, sin dal Trattato di Maastricht (del 1992, guarda caso l’anno in cui avviene l’instaurazione dell’impropriamente detta “Seconda Repubblica”, in cui un profondo mutamento del sistema partitico, almeno di facciata, si impone in Italia) : l’obiettivo era l’unità monetaria, la costituzione della Banca Centrale Europea, il libero commercio in area Euro, l’adozione dei parametri di Maastricht come obbligatori negli stati membri; ciò si è realizzato compiutamente grazie alle ultime leggi approvate dal governo Monti, con il voto dei partiti (pieni di rappresentanti d’affari, non certo di politici) maggioritari, PD e PDL, senza nessun dibattito parlamentare, senza dibattito tra i cittadini (su tematiche così importanti!), leggi che hanno esautorato il nostro Parlamento e il nostro Governo, la nostra democrazia quindi, di ogni scelta in ambito di politica economica, riducendo così de facto la sovranità del popolo italiano sulla direzione dell’economia.

Ciò è avvenuto principalmente per via dell’approvazione del Patto di bilancio europeo (Fiscal Compact), che rappresenta l’attuazione del più spietato liberismo di derivazione statunitense, il quale impone come obbligatori i principali parametri stabiliti nel trattato di Maastricht:

  • l’inserimento in Costituzione dell’obbligo di perseguire il pareggio di bilancio (ciò purtroppo è già avvenuto, con la legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, approvata dal Parlamento Italiano, con il voto contrario solo dell’Italia dei Valori e solo al Senato, alla Camera praticamente tutti hanno votato a favore)
  • l’impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL e, per i paesi il cui debito pubblico è inferiore al 60% del PIL, l’1%;
  • l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità;
  • l’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
  • l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà verificato dalla Corte europea di giustizia;
  • l’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche;
  • l’impegno a tenere almeno due vertici all’anno dei 17 leader dei paesi che adottano l’euro.

Ciò sta portando alla dissoluzione dello stato sociale, soprattutto per via del pareggio di bilancio, una norma che comprimerà (entrerà difatti in vigore dal 2014) ulteriormente i già pochi “ammortizzatori sociali” esistenti, eliminerà di fatto la possibilità da parte dello Stato di indebitarsi pur di garantire gli standard dei servizi essenziali, quindi in totale contrasto con l’art. 3 della Costituzione Italiana, che così statuisce:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ma se la gestione della politica economica italiana viene compressa dalle norme imposte dall’Unione europea, la Repubblica non potrà più agire liberamente per rimuovere gli ostacoli di ordine economico, non potrà più liberamente scegliere in che modalità rendere effettiva la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica, non potrà più difendere i diritti come la salute, l’istruzione, il lavoro… Perché non ci saranno i soldi per farlo!

Ciò è un fatto gravissimo e di proporzioni inaudite: tutti coloro che hanno votato per i partiti che hanno approvato questo scempio, sono in dovere di chiedere ai loro rappresentanti il perché di una tale follia!

LA DISTRUZIONE DELLA GIUSTIZIA: LE DELEGHE AL GOVERNO

Non mi metterò a elencare tutte le varie leggi ad personam in tema di giustizia (indulti, rogatorie, depenalizzazioni, legittimo sospetto, etc.), per salvare interessi individuali o di gruppi specifici, da destra a sinisitra. Credo che gli ultimi provvedimenti del governo Monti siano ben più gravi, poiché vanno ad eliminare di fatto la reale struttura giudiziaria nel nostro paese. Il governo Monti, sempre con l’approvazione di PD e PDL, per mezzo di due decreti legislativi (quindi tramite deleghe al Governo, esautorando su un tema così importante il Parlamento),  ha messo ulteriormente in ginocchio il già claudicante sistema giudiziario italiano.

Ciò è avvenuto come conseguenza dell’attuazione alla delega al Governo attribuita dalla legge per la stabilizzazione finanziaria n. 148 del 2011. Sono i d.lgs. 155/2012 e d.lgs. 156/2012, che tagliano:

  • 31 tribunali;
  • 31 procure;
  • 220 sezioni distaccate di tribunale
  • 667 uffici dei giudici di pace

In un paese con un potere giudiziarioal collasso, dove la durata media di un processo civile è di 9 anni, eliminare procure, tribunali, sezioni distaccate e uffici dei giudici di pace è assolutamente contrario al buon senso, è in direzione assolutamente contraria ad una maggiore tutela dei diritti dei cittadini.

LA DISTRUZIONE DEL LAVORO: PACCHETTO TREU, LEGGE BIAGI

In tale caso abbiamo l’esempio lampante di come PD e PDL, i maggiori schieramenti politici fino a qualche giorno fa, abbiano applicato esattamente le stesse politiche, per lo più su richiesta non del popolo italiano (che da decenni chiede più posti di lavoro e stipendi più alti, non più precarietà), quanto di UE, BCE e attraverso forti pressioni dei potentati economici (banche e industrie).

Il “pacchetto Treu” (Legge 196/1997) è il primo provvedimento che mira a rendere più “flessibile” il lavoro (ossia precario), attraverso:

  • l’istituzione del lavoro interinale (precedentemente vietato dalla legge 1369/1960, per combattere lo sfruttamento della manodopera!)
  • l’isitituzione del tirocinio
  • l’istituzione del contratto coordinato e continuativo

La impropriamente detta “legge Biagi” (Legge 30/2003 di delega al governo in materia di occupazione e mercato del lavoro, attuata con il d.lgs. 276/2003), in perfetta linea politica con il pacchetto Treu, “flessibilizza” ulteriormente il lavoro (con forme contrattuali aberranti) attraverso:

  • l’eliminazione del contratto a tempo indeterminato come rapporto di lavoro normale e comune
  • l’istituzione del contratto a progetto
  • l’istituzione del contratto di lavoro a chiamata (intermittente)
  • l’istituzione del della somministrazione di lavoro, in sostituzione del lavoro interinale
  • l’istituzione del contratto di lavoro ripartito
  • la riforma del contratto di apprendistato

 

LA MONOPOLIZZAZIONE DELL’INFORMAZIONE: LEGGE MAMMI E LEGGE GASPARRI

Sulla Legge Mammì, è sufficiente quanto scritto su Wikipedia:

La legge segue un periodo nel quale si è costruito una sorta di monopolio della televisione privata, da parte della Fininvest, al di fuori della legge, dunque contro il divieto di interconnessione, che ha portato poi ad interventi dell’esecutivo, concretizzatisi nei cosiddetti decreti Berlusconi e finalizzati a contrastare potenziali interventi della magistratura che potessero impedire la diffusione su scala nazionale di programmi televisi di emittenti private.

La legge è ritenuta da alcuni oppositori devastante per l’ordinamento legale e civile dello stato.

I cultori del diritto comunitario rilevano una differenza consistente tra il testo della legge ed i princìpii della direttiva comunitaria Televisione senza frontiere da recepire. I commentatori attribuiscono questa discordanza all’eccessiva attenzione posta dal legislatore nazionale nel privilegiare la posizione dominante della Fininvest piuttosto che alle effettive esigenze del mondo della comunicazione televisiva.

È soprannominata sarcasticamente legge fotografia e legge Polaroid in quanto si limita a legittimare la situazione anomala preesistente, da stato di fatto a stato di diritto.

Anche sulla legge Gasparri Wikpiedia può dire più e meglio di quanto non possa io:

La legge Gasparri è stata criticata per i seguenti motivi:

  • il tetto antitrust nella previsione di un unico limite ex ante (cioè predeterminato tassativamente dalla legge), con verifica ex post, rappresentato dalla quota 20% del totale dei proventi ricavabili dal SIC (Sistema Integrato della comunicazione) è stato sì abbassato in misura percentuale rispetto al 30% della l. del 1987 (art 3 lett. B L. 67/1987), ma il valore assoluto di tali percentuali è passato da 12 miliardi di euro di allora a 26 miliardi oggi;
  • l’aumento del limite antitrust viola il principio del pluralismo sancito dall’Articolo 21;
  • si incentiva ancora di più la pubblicità televisiva, a scapito di quella sulla stampa;
  • mancano riferimenti al diritto all’informazione degli utenti;
  • la fissazione di una data (31 dicembre 2006) entro cui realizzare le reti digitali terrestri rischia di aprire un altro regime di proroga (rischio concretizzato nel rinvio al 2012 del digitale);
  • ci sarebbe una grave e palese violazione della sentenza 466/2002 della Consulta;
  • Mediaset potrebbe avvantaggiarsi più di altri editori rafforzando la sua posizione dominante;
  • in generale, per un rafforzamento della figura di Silvio Berlusconi nel campo tv;
  • lasciava irrisolti i problemi del piano nazionale delle frequenze.

FINE PRIMA PARTE

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Economia

Economia statistica e economia reale

Ci sono dati che ci comunicano quasi quotidianamente i media mainstream, ma che per molti cittadini sono parole arcane: il PIL, l’aumento dei prezzi, l’inflazione, la recessione, la disoccupazione.

Ma cosa significano questi termini, quanto questi dati sono rappresentazione della realtà economica, del benessere economico della popolazione  e che importanza rivestono nell’economia reale di un paese?

Partiamo dal PIL (acronimo di Prodotto Interno Lordo): il PIL viene valutato nelle economie capitalistiche come indice di benessere dell’economia di una nazione; difatti se il PIL aumenta significa che si produce di più e quindi vi è una maggiore ricchezza economica del paese (non un’equa distribuzione, ma solo una maggiore circolazione di denaro); bisogna dire che tale parametro include tutto ciò che fa girare soldi, quindi anche gli incidenti stradali, i disastri ambientali, gli avvocati pagati per dieci anni per cause giudiziarie interminabili, il consumo di carburante per via del traffico intenso e quant’altro possa essere negativo per la società, ma non per l’economia di mercato.

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Scritti e poesie

Diario di bordo

È la prima volta che scrivo di me sul mio blog. Sembrerà paradossale, ma il sito che porta il mio nome ha sempre visto pubblicati articoli per lo più legati a fatti anche molto lontani dalla mia esperienza di vita diretta. Certo, sono stati l’espressione delle mie idee, delle mie convinzioni, ma non sono state cronaca della mia vita.

Allora ho deciso di raccontarmi un poco, per far sapere agli amici cari e amici internauti come me la passo, come vivo: bene, io vivo a progetto. D’altronde dopo dieci anni di contratti precari uno fa presto l’abitudine.

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Società

Vite spezzate

“Sono Graziella Marota, la mamma di Andrea Gagliardoni, morto il 20 giugno 2006 presso la ditta Asoplast di Ortezzano mentre stava svolgendo il suo lavoro di semplice operaio.
Una macchina tampografica gli ha schiacciato il cranio nel giro di pochi secondi. Da quel giorno la mia vita è cambiata: vivo nel dolore e nell’angoscia, ma da questo dolore e angoscia è scaturita una grande rabbia che mi ha permesso di portare avanti questa lotta contro le “morti bianche”. Veramente non ho ancora capito perchè vengono definite con questo aggettivo.
Venerdì 4 aprile 2008 si è tenuta presso il tribunale di Fermo (AP) la prima udienza preliminare: imputati per omicidio colposo l’amministatore delegato dell’Asoplast Giuseppe Bonifazi e l’amministratore delegato della ditta Mag System Srl con sede in Schio, Mario Guglielmi, costruttrice della suddetta macchina modello T A 1000/S C/8.
Il primo per non aver messo a disposizione del lavoratore un’attrezzatura idonea, e per aver disattivato l’unico sistema di sicurezza per velocizzare la produzione.
Il secondo per aver costruito ed apposto il marchio CE ad una macchina non conforme ai requisiti essenziali di sicurezza previsti dall’ allegato 1 del D.P.R. 459/96, delle norme UNI e comunque inadeguate ai fini della sicurezza.
Con questi capi di imputazione mi aspettavo una condanna che fungesse da deterrente per quegli imprenditori che agiscono ancora nell’illegalità, mettendo a repentaglio la vita umana, la vita degli operai naturalmente.
Ma tutto il processo si è risolto in pochi minuti. Gli imputati hanno chiesto il patteggiamento e il PM Bartolozzi ha ritenuto congrua la pena di otto mesi di condizionale per entrambi gli imputati.
Ma Andrea non c’è più, gli hanno troncato la vita sul nascere….. aveva solo 23 anni.
Oggi ancora più di prima urlo tutto il mio dolore e la mia rabbia contro questa sentenza scandalosa e irriverente nei confronti di tutti i martiri del lavoro. Continuerò imperterrita la mia lotta, sperando che qualcosa cambi.”
Graziella Marota, mamma di Andrea

Dal Blog di Beppe Grillo

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Economia Politica

Commercio equo solidale: una proposta

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Parto dallo spiegare a grandi linee cosa è il commercio equo e solidale (Fair trade, in inglese):

  1. Le prime esperienze nascono negli Stati Uniti dalla Ten Thousand Villages (allora Self Help Crafts) che comprava tessuti da Puerto Rico e dalla SERVV che commerciava con comunità povere del Sud. Il primo negozio del Commercio Equo aprì nel 1958 negli USA. In Europa le prime realtà a promuovere e ad abbracciare queste innovative pratiche commerciali furono, alla fine degli anni ’50, la Oxfam GB e poi la Fair Trade Organisatie, istituita nei Paesi Bassi. In Italia le prime esperienze risalgono agli anni ’80. In questi stessi anni si cominciò a sentire l’esigenza di creare un marchio che distinguesse questi prodotti: ciò avvenne nel 1998 con la creazione del marchio Max Havelaar in Olanda. Nel 1997 nacque la FLO (Fairtrade Labelling International), l’associazione mondiale di marchio per il commercio equo. Essa stabilisce oggi gli standard del Commercio Equo, nonché certifica e verifica la produzione e il commercio dei prodotti in accordo con tali standard. IFAT (International Fair Trade Association) è l’organizzazione che monitora tutte le organizzazioni del Commercio Equo del mondo, rispetto agli standards stabiliti.
  2. I dieci standard fondamentali del Commercio Equo sono: 1- Creare opportunità economiche per i produttori svantaggiati, nell’ottica dello sviluppo sostenibile e della riduzione della povertà. 2- Trasparenza nella gestione e nel commercio, nel rispetto dei produttori. 3- Garantire e sviluppare l’indipendenza dei produttori. 4- Promuovere il Commercio Equo. 5- Pagare un prezzo giusto. 6- Promuovere l’equità di genere. 7- Creare delle condizioni di lavoro sicure e salutari. 8-  Rispettare i diritti dell’infanzia. 9- Produrre nel rispetto dell’ambiente. 10- Non massimizzare il profitto, ma la cooperazione e la solidarietà tra i popoli.

Adesso la proposta:

Perché non creare un marchio che garantisca anche i prodotti occidentali sulla base di questi principi base? Bisogna sempre ricordare che lo sfruttamento del lavoro non è una realtà dei soli paesi del Sud. La massimizzazione del profitto a scapito dell’etica nella produzione è un problema anche dei paesi industrializzati. Potrebbe essere un modo per rilanciare il Commercio Equo, facendolo sentire come necessario anche a chi lavora nei paesi del Nord del mondo. La tutela dei diritti non può essere limitata ad acluni paesi, ma deve essere incentivata in ogni nazione. Osserviamo che l’economia di libero mercato sta affligendo anche i paesi del “primo mondo”, tramite il lavoro precario e la graduale diminuzione degli investimenti nel settore dell’istruzione, della salute, dell’ambiente e della tutela dei diritti dei lavoratori più in generale. Bisogna ripensare il sistema economico al fine di garantire una trasparenza assoluta sui processi produttivi e sulla necessità dello sviluppo per il progresso sociale, ancor prima che economico, a livello mondiale, abbattendo le distinzioni tradizionali tra primo, secondo o terzo mondo. La realtà è una rete di interdipendenze e solo mutando le nostre scelte globali a livello locale si può arrivare ad un mondo di pace, progresso e speranza. Il pianeta è unico, l’umanità anche: i diritti debbono essere per tutti.

P.S.: voglio vedere la prima automobile con il marchio dell’equo e solidale!!! 

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