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Economia

Economia statistica e economia reale

Ci sono dati che ci comunicano quasi quotidianamente i media mainstream, ma che per molti cittadini sono parole arcane: il PIL, l’aumento dei prezzi, l’inflazione, la recessione, la disoccupazione.

Ma cosa significano questi termini, quanto questi dati sono rappresentazione della realtà economica, del benessere economico della popolazione  e che importanza rivestono nell’economia reale di un paese?

Partiamo dal PIL (acronimo di Prodotto Interno Lordo): il PIL viene valutato nelle economie capitalistiche come indice di benessere dell’economia di una nazione; difatti se il PIL aumenta significa che si produce di più e quindi vi è una maggiore ricchezza economica del paese (non un’equa distribuzione, ma solo una maggiore circolazione di denaro); bisogna dire che tale parametro include tutto ciò che fa girare soldi, quindi anche gli incidenti stradali, i disastri ambientali, gli avvocati pagati per dieci anni per cause giudiziarie interminabili, il consumo di carburante per via del traffico intenso e quant’altro possa essere negativo per la società, ma non per l’economia di mercato. Quindi è un parametro che nulla ha a che vedere con il benessere della società, è ininfluente per capire il cambiamento nella qualità della vita del cittadino comune nel tempo. Sarebbe molto più utile sapere il GPI (Genuine Progress Indicator), l’indice di progresso effettivo, che tiene conto anche degli effetti nocivi della produzione, quali l’inquinamento, la perdita di risorse naturali, il crimine che solo in Italia produce 70 miliardi di utili l’anno: dal 1950 al 2004 tale indice è diminuito di più della metà a livello mondiale, in barba alle parole di industriali e capitalisti, è diminuito fortemente negli Stati Uniti e in Europa dagli anni ’70 ad oggi); sapere l’HDI (Human Development Index: Indice di Sviluppo Umano) del paese, un parametro basato sul PIL pro-capite, sulla speranza di vita, sul grado di alfabetizzazione, sull’educazione e sullo standard di vita; conoscere la biocapacità e l’impronta ecologica del nostro paese, ossia gli indici del consumo di risorse rispetto alla possibilità della natura di rigenerarle, considerando che attualmente ci vorrebbe una superficie pari a quasi 4 volte l’Italia per sostenere il nostro consumo, con una biocapacità pari a 1 ettaro per persona e un’impronta ecologica pari a 4,9 ettari per persona, dati riferiti al 2009; oppure l’HPI (Happy Planet Index, indice del benessere dalla popolazione e della sostenibilità ambientale di un paese), dove l’Italia è passata dal 66° posto del 2006 al 69° posto del 2009. Ma a quanto pare tali parametri nelle nostre economie capitalistiche risultano essere considerati di poca importanza, tant’è che non vengono mai citati né dai media, né dalle istituzioni: sarà forse perché il sistema capitalistico è basato sull’aumento infinito dei consumi, sull’accumulazione di capitale e collasserebbe sicuramente se dovesse tenere in considerazione un limite massimo di produzione da non superare, ridurre lo sfruttamento delle risorse ai limiti di ciò che la natura può rigenerare, se dovesse tener conto degli effetti negativi della produzione?

L’aumento dei prezzi: l’aumento dei prezzi dei prodotti (materie prime per le industrie, materie finite per il consumatore) non sempre è indice di una crisi economica o di una diminuzione del benessere (come sopra dicevo, in un sistema intrinsecamente inflazionistico come quello capitalistico l’aumento dei prezzi è endemico). Per esempio se i produttori di caffè brasiliani aumentano il prezzo al fine di aumentare i salari dei lavoratori del campo (cosa che non avviene quasi mai), ciò provoca un miglioramento radicale nelle condizioni di vita di migliaia di famiglie e quindi un beneficio per l’umanità. Che poi il prodotto finito giunga in Italia con un prezzo maggiore rispetto ad un periodo precedente è parte dell’economia di mercato che tanti italiani amano, in cui ognuno fa più o meno come gli pare. Se si facessero accordi tra gli stati per la produzione di beni alimentari, piuttosto che la concorrenza spietata (e spesso falsata da accordi tra le multinazionali), al fine di garantire il diritto ad una alimentazione sana e in giusta quantità, tali problemi non sorgerebbero: è una scelta che noi italiani abbiamo fatto e sosteniamo, adesso ne paghiamo le conseguenze.

L’inflazione: l’inflazione è uno dei termini economici che si utilizzano per giustificare l’aumento dei prezzi. Si ha inflazione quando l’offerta di moneta è superiore alla domanda, quando aumentano i prezzi dei beni importati, quando aumenta il costo dei fattori produttivi o quando aumenta la domanda di determinati beni. L’inflazione porta alla perdita di potere d’acquisto della moneta da una parte (a scapito quindi dei cittadini comuni) e avvantaggia chi si trova in posizioni debitorie dall’altra (soprattutto sensibili a ciò sono le grandi aziende e lo Stato), poiché a parità di interessi, essendo diminuito il valore della moneta, in realtà si giunge a pagare meno in termini di economia reale. Il sistema capitalistico è intrinsecamente inflazionistico, in via principale per via dell’istituto della riserva frazionaria a livello di sistema bancario (che consente alle banche di prestare sino al 4900% in più del capitale che effettivamente detiene in denaro contante, creando moneta dal nulla) e per via del debito pubblico sempre crescente causato del signoraggio (gli interessi pagati sulla moneta alla Banca Centrale Europea dagli stati dell’UE). Ciò porta tutti noi italiani a nascere e vivere con un debito non da noi creato pari a circa 30.000 euro (1.800 miliardi circa di debito pubblico, tra i primi al mondo, divisi per circa 60 milioni di cittadini, dati ISTAT Debito Italia 2009), pagando circa 75 miliardi annui solo di interessi sul debito (quindi il debito complessivo aumenta di circa 1.250 euro annui).

La recessione: si ha recessione quando la variazione del PIL rispetto all’anno precedente è negativa. Ciò porta ad una diminuzione dei tassi di interesse, ad un’eventuale aumento della disoccupazione, ad una minore produzione di beni complessiva del paese. Tale parametro è considerato negativo nelle economie capitalistiche, perché legate ad un necessario aumento della produzione per sostenere il sistema economico. Anche qui ci sono forti dubbi e discrepanze con la realtà, con l’economia reale. Ad esempio un dato paese può produrre già abbastanza per soddisfare le esigenze di tutti i cittadini e quindi diminuire la produzione perché eccessiva rispetto alla domanda, nulla quindi di drammatico. Può anche accadere che molti cittadini decidano ad esempio di coltivare in casa propria alcuni prodotti alimentari, di curare i piccoli malanni con le piante medicinali, che quindi portano ad una contrazione della produzione, garantendo una sussistenza anche migliore, potendo il cittadino così consumare un prodotto fresco, naturale e senza nessun additivo chimico, diminuire il trasporto di merci inquinando così di meno, abbattere i rifiuti creati dai pacchi per il trasporto degli alimenti; diminuiscono così gli acquisti di tali prodotti presso supermercati, farmacie e ipermercati, ma al contempo migliora la salute del cittadino.

La disoccupazione: altro parametro indice di benessere nell’economia di mercato. Per uno dei più grandi economisti del XX secolo, John Maynard Keynes, vi è una disoccupazione endemica nell’economia del capitale, non superiore al 3%, definita “disoccupazione frizionale” e una disoccupazione volontaria, di chi sceglie volontariamente di non lavorare perché il salario è troppo basso.

Tale parametro si lega, sempre nelle economie capitalistiche, a braccetto con la recessione: se si produce di meno, non c’è bisogno di nuovi impianti produttivi, quindi nemmeno di lavoratori.

Nell’economia di mercato il lavoratore è un limone, che va spremuto sino all’ultima goccia, è una “risorsa umana”, che deve essere mobile (quindi spostarsi fisicamente nel luogo dove il capitale ha più necessità e quando il capitale ne ha necessità), stakanovista (deve lavorare a qualsiasi condizione, il maggior tempo possibile), possedere la cultura minima necessaria al suo lavoro e nulla più (altrimenti può accorgersi di venire sfruttato e chiedere aumenti salariali o posizioni di maggior prestigio). Attorno alla cultura minima necessaria ruotano il mondo dell’intrattenimento e della moda, il celebre “panem et circenses” del poeta latino Giovenale.

La mobilità crea lavoro precario, con garanzie legali minime se non nulle (e quindi risparmio per lo Stato e per le aziende), lo stakanovismo crea il plus-valore (e quindi l’aumento di ricchezza dell’azienda, del capitale, ma non del lavoratore), la cultura minima (a cui anche le università ci hanno abituato, ormai bisogna specializzarsi in funzione di ciò che serve alle aziende e non certo in ciò in cui si è più portati) crea l’indifferenza necessaria all’élite capitalistica per proseguire i propri affari indisturbata, devastando lo stato repubblicano e popolare trasformandolo in un apparato burocratico e corrotto, al solo servizio del mercato.

Quindi in realtà l’economia capitalistica non potrà mai garantire la piena occupazione, né un miglioramento delle condizioni di vita, ma tenterà sempre più di spremere gli occupati che non hanno altra possibilità di sussistenza, che non possono quindi scegliere volontariamente il loro lavoro, ma sono costretti a lavorare per sopravvivere.

Non si punta a diminuire l’orario di lavoro per garantire la piena occupazione, perché altrimenti non si creerebbe il plus-valore necessario a garantire ai pochi ricchi di rimanere tali e controllare l’economia, di poter avere dieci ville, elicotteri, aerei, barche da trenta metri.

Tutti tali parametri e tali dinamiche consentono al sistema capitalistico di continuare a concentrare il denaro nelle mani di pochi, che controllano dall’informazione alla produzione, di modo che la stragrande maggioranza dei cittadini viva nel quotidiano terrore di non riuscire a sopravvivere, creando di fatto una società basata sulla scarsità di risorse, quando l’attuale sviluppo tecnologico, nonché le risorse planetarie, potrebbero garantire senza dubbio alcuno la sopravvivenza di tutta l’umanità, attraverso però un’organizzazione della società realmente condivisa, democratica e partecipata, ad economia comunista (da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni, possesso collettivo dei mezzi di produzione), dove la cooperazione surclassi la concorrenza, i diritti basici siano a chiunque e gratuitamente garantiti, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sia solo un lontano ricordo.

“Ci sono due modi per conquistare e rendere schiava una nazione. Uno è con le spade. L’altro è con il debito.” – John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti

“La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma deriva dall’orgoglio del lavoro che si fa; la povertà si può vincere con un sistema costruttivo ed è di fondamentale importanza combattere l’ingiustizia anche a costo della propria vita.” Gandhi

“Questo è il mio orizzonte: attendo con ansia il tempo in cui l’uomo saprà conquistare un progresso che non sia solo materiale, il tempo in cui l’uomo agirà guidato da un incentivo più alto di quello odierno, che è appunto lo stomaco. Continuo a credere nella nobiltà e nell’eccellenza dell’uomo. Credo che la dolcezza spirituale e la generosità sconfiggeranno la volgare ingordigia dei nostri giorni.” Jack London

“La verità è sempre rivoluzionaria.” Antonio Gramsci

“Se fossimo capaci di unirci… Quanto bello e vicino sarebbe il futuro.” Ernesto “Che” Guevara

“I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; il punto è cambiarlo.” Karl Marx

“L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi” Albert Einstein

“Non abbiamo diritto di consumare felicità senza produrne più di quanto abbiamo diritto di consumare ricchezze senza produrne.” George Bernard Shaw

“Ho una sola passione, quella della luce in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità.” Emile Zola

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