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Buddismo Umanesimo

La massima gioia

La nostra felicità la si costruisce giorno per giorno, migliorando la nostra capacità di scegliere bene: avendo sempre più chiaro ciò che sentiamo giusto, ciò che fa bene a noi e agli altri, ciò che ci rende veramente allegri e appagati, abbattendo pregiudizi e convinzioni erronee, trasformando rabbia, violenza, arroganza e avidità, in energia per combattere dentro di noi, al fine di far emergere il meglio di ciò che siamo sempre più.
Chi vive senza obiettivi chiari vive sempre in balia degli eventi, perché non sceglie mai, non si assume mai la responsabilità della propria vita, si lascia trascinare, non crea nulla di nuovo, lascia tutto al caso, rimane in superficie d’ogni cosa, non usa la propria capacità innata di andare in profondità, di percorrere la strada che porta a realizzarsi pienamente, di far emergere il proprio vero sé.
Non si può vivere nell’incertezza determinata dalla paura di vivere, di amare veramente, di essere caparbiamente felice: senza scegliere con convinzione, tutto lasciamo sia determinato dalla nostra vigliaccheria, che ci porta a fuggire continuamente dalla responsabilità di ciò che pensiamo, diciamo e facciamo.
Chi non è disposto a lottare non può diventare forte.
Solo nel coraggio dello scegliere quotidianamente con determinazione cosa fare della nostra esistenza, affrontando ogni difficoltà come opportunità di crescita, si trova la nostra migliore natura.
Comprendo profondamente tutto ciò grazie al buddismo di Nichiren Daishonin, grazie all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, a cui va tutta la mia gratitudine.
La massima felicità in questo mondo non si può che trovarla nelle difficoltà di ogni giorno, così come siamo, migliorando con perseveranza il nostro agire, perfezionandoci costantemente.

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Politica Società

O cara moglie

Questa canzone mi emoziona da quando sono bambino.
Parla della dignità umana, di chi non cede alla paura e continua a lottare contro l’ingiustizia e l’iniquità, ovunque e comunque, per sé e per gli altri.
I più continuano ancora ad entrare nei loro posti di lavoro, schiavi moderni che vendono la loro vita per quattro soldi al ricco malato mentale di turno. Sempre più precari, sempre più sfruttati, poco importa. Oggi meno in fabbrica, meno nei campi (tanto ci sono i paesi più poveri dove attingere braccia affamate) e più negli uffici, ma la morte interiore è la medesima.
Obiettivo principale: comprarsi un cellulare nuovo, un’automobile, andare ogni tanto a mangiare fuori o al cinema, comprare a caro prezzo un vestito nuovo fatto da schiavi in luoghi lontani dagli occhi e dal cuore: una vita dedita a farsi in fondo null’altro che i fatti propri.
L’unica lotta che è loro rimasta è per poter essere borghesi al punto giusto, così da mascherare con il benavere i sensi di colpa tipici di chi ha ucciso i propri sogni in cambio di una qualche parvenza di comodità, di qualche illusoria certezza di stabilità in un sistema che produce egoisti, arroganti, ignoranti e indifferenti.
Una società di falliti dunque, di incapaci a vedere un’umanità solidale, di vedere l’unità della moltitudine: l’odio verso il povero, l’immigrato, il derelitto, è l’unica cosa che li tiene in vita, una vita finta ovviamente, vissuta a metà tra l’ipocrisia e il lamento, ma che richiede meno sforzi.
Nella lotta per la libertà e la giustizia non si può prescindere dal sacrificio: e per chi crede in un’umanità potenzialmente migliore non è sacrificio, ma un onore dedicare la propria vita alla vita, alla giustizia sociale, al diritto di tutti a vivere e non solo a sopravvivere.
Dite ai vostri figli di venire a sentire, per capire che cosa vuol dire lottare per la libertà.

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