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Culture Società Umanesimo

La Sardegna, l’Italia

In risposta al mio amico Sergio: http://www.mayonese.it/cara-sardegna-lasciali-parlare-dear-franz/

In risposta al post di Franz: https://medium.com/italia/cara-sardegna-71ace0d8f490#.eq084hukg

Ho letto con grande interesse entrambe gli articoli. Devo dire che condivido alcune cose dell’uno e altre dell’altro. Premetto che di certo si parte da esperienze di vita completamente diverse. Un conto è fare il turista in Sardegna per una settimana, un conto è viverci dodici anni come Sergio. Un conto è stare in vacanza come Franz, un conto è lavorare duramente e con grande professionalità per dare la migliore ospitalità possibile, come fa Sergio. Un conto è amare una terra e averla nel cuore, quindi difenderla con tutte le proprie forze (una terra fatta di cultura, di persone, non solo di natura, che può essere capita solo da chi ci vive tutti i giorni), un conto è avere una mentalità critica di chi la vive pochi giorni. Ma questo deriva dal proprio stato d’animo.

Da quando sono nel grembo materno vengo in Sardegna ogni anno, ho la fortuna di avere una casa meravigliosa e di potermi godere delle vacanze stupende. Non ho mai scritto un articolo contro la Sardegna o i sardi, anche se potenzialmente costruttivo, perché sono talmente innamorato di quei luoghi da considerarli casa. Io accetto la Sardegna e, quando posso, cerco di essere d’aiuto, di sostenerla.

Ci sono tante cose che vanno e tanto che non vanno in Sardegna.

La natura è meravigliosa, incantevole, difficile ogni volta andarsene e non può che darsi il giusto merito al popolo sardo per essere riuscito (anche se non sempre) a non farla devastare dall’abuso edilizio. Vivo nel Lazio, ne so qualcosa: lo scempio perpetrato nella mia regione è agghiacciante.

I turisti italiani sono per lo più dei grandi cafoni, qui do ragione a Sergio, non si può venire in Sardegna per vivere come a Rimini o a Barcellona: significa violentare la sua natura.

Ci sarebbero discorsi politici da fare, per capire perché in tanti che lavorano nella ricettività non hanno professionalità, non conoscono le lingue, ma questo è un problema italiano che sarebbe ingiusto attribuire alla sola Sardegna. La gestione del nostro paese è in mano a furfanti, perché molti italiani hanno scelto la comoda via del clientelismo e della furbizia, per vivere, a discapito di altri. Insomma, credo ci sia un patrimonio naturalistico, storico, culturale, enogastronomico, meraviglioso in Italia, gestito spesso da persone ignoranti, non formate, che fanno passare la voglia di vivere in questo paese. Centinaia di migliaia scappano ogni anno dal nostro paese, perché stremati.

E qui parlo della vera questione della Sardegna, che poi è dell’Italia: lo spirito.

Quello che manca è lo spirito. Sergio parla di questo tra le righe del suo articolo scritto di getto tra un appuntamento di lavoro e l’altro: quello che offende Sergio non è tanto i limiti della ricettività turistica sarda, quanto capire che una terra come la Sardegna è un patrimonio dell’umanità e può migliorare solo se persone che si impegnano quotidianamente ad essere migliori la frequentano e la vivono. Quello che secondo me grida Sergio è il livello basso a cui siamo arrivati. Ma come, vieni in Sardegna e invece di parlare della meraviglia della natura, dell’Eden che è, della grande dignità e fierezza di tantissime persone sarde che ho conosciuto, parli del Wi Fi e delle carte di credito?

Quello che manca all’Italia e quindi anche alla Sardegna è l’amore, la gioia di vivere. Perché così come la gioia anche la collera è contagiosa. L’amore può proliferare solo se si creano condizioni di rispetto reciproco tra le persone. Ho visto tanti turisti negli anni litigare in strada, ragazzini abbandonati a schizzare e urlare in spiaggia, senza nessun rispetto per gli altri. Gente che pianta l’ombrellone sulla spiaggia libera (e quasi tutte le spiagge sarde sono per lo più libere, grazie ad una gestione oculata del bene comune) e poi se ne va per i fatti suoi, occupando suolo di tutti. Discorsi razzisti contro i sardi da parte dei “continentali”, contro i “continentali” da parte dei sardi, discorsi razzisti contro i ragazzi che per sopravvivere vendono in spiaggia, sempre dileggiati, quasi fossero macchiette colorite della vacanza e non avessero dignità di esseri umani.

Ragazzi e ragazze ubriacarsi a dismisura, sentendo pessima musica commerciale di bassa lega, locali gestiti da “continentali” incapaci e anche da quelli capaci, locali gestiti da sardi incapaci e da sardi capaci. Ho visto tutto, ho visto l’umanità che c’è, la direzione che ha preso.

Ecco, se vogliamo fare qualcosa di buono, è invertire questa tendenza. Ma come, la patria di Dante, di Gramsci, di Croce, di Michelangelo, di Einaudi, di Lussu, di Atzeni, di Calvino, di Verdi, di Vivaldi e chi più ne ha più ne metta, che si veste all’americana, che mangia avida come non ci fosse un domani, che strilla con rabbia, che vede tv spazzatura, che non sa più cantare di gioia?

Se vogliamo partire da qualche parte, partiamo da noi, dall’ignoranza e dall’arroganza, dalla mancanza di sensibilità e di rispetto, che governa sempre più le nostre menti di italiani. E invece di lamentarci, cominciamo a rimboccarci le maniche. C’è tanto lavoro da fare, ma possiamo tornare a splendere meglio di prima. Ma ognuno deve dare il meglio di sé, senza ipocrisie, senza debolezze. Ripartendo dall’umanesimo.

Io amo la Sardegna e amo l’Italia, perché amo la vita, con tutte le nostre contraddizioni. E solo per questo ora ho deciso di parlare.

Se vogliamo partire da qualche parte e approfondire le cause dei nostri mali, leggiamoci tutti queste profetiche parole di Goffredo Parise scritte più di 44 anni fa, forse è un punto di vista che ci può far capire il vero problema: http://www.dariopulcini.it/2015/12/il-rimedio-e-la-poverta-goffredo-parise/

Impariamo ad apprezzare ciò che vale veramente, ad aprire mente e cuore al nuovo, alla ricerca delle soluzioni, piuttosto che alla disamina dei problemi: ciò non potrà che migliorarci.

Chi non apprezza il paradiso non lo merita. La Sardegna è il paradiso, è la dimostrazione della natura di come può essere gioia pura, serenità, forza, bellezza. La direzione è data, sta a noi seguirla o meno.

Grazie.

P.S.: poi pubblicherò delle foto della Sardegna, per chi magari non sa bene di cosa parlo.

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Economia Società Umanesimo

Il fallimento del produttivismo

Sono in Sardegna, isola che amo e che conosco da quando sono nato. Ammiro gli imponenti e ancestrali monti di granito, mi inebria l’odore del mirto e dell’elicriso, sono estasiato dalle acque cristalline, sento pulsare in questa terra per lo più incontaminata una forza archetipa, quella della natura nel suo libero divenire originario.

E poi giro per Olbia o Porto Rotondo e vedo tutte queste famiglie in preda al raptus dell’acquisto estivo: vagano nei centri commerciali e tra bancarelle che per lo più vendono prodotti scadenti, se non vera e propria immondizia, scarti della produzione industriale spacciati per cibo o prodotti cosmetici, acquistando voracemente ogni stupidaggine. L’industria dei marchi ha inquinato anche le menti dei giovani: una ragazzina di non più di quindici anni diceva in spiaggia “non voglio mettermi con nessuno, a meno che non sia bello così sono sicura che mio figlio sarà bello”. I genitori non hanno detto una parola a questa affermazione, come se fosse normale esprimere un pensiero così stupido e superficiale. Come se l’amore fosse un acquisto vantaggioso, come se fosse indossare un vestito di un marchio famoso, come se fosse il puntare su un cavallo vincente: così come la televisione e la pubblicità insegna loro. Una famiglia oggi al supermercato, alla richiesta della cassiera se avesse la carta Conad, lascia rispondere la bambina: “noi andiamo alla Coop o al Carrefour, non abbiamo la carta Conad”. I genitori aggiungono che da loro è un susseguirsi di centri commerciali e dicono tali parole con aria compiaciuta. La cassiera risponde che “purtroppo” qui non c’è ancora nemmeno Ikea e che sono finiti i tempi in cui si costruivano centri commerciali in Sardegna. L’altro giorno una famiglia francese al Carrefour, siccome la loro carta di credito non veniva accettata come bancomat, dicono alla cassiera “noi siamo francesi, Carrefour è francese, come è possibile”, come se la colonizzazione commerciale di una multinazionale, che ha distrutto tantissime economie locali, con imprese costrette a chiudere, posti di lavoro persi, cultura manifatturiera cancellata, sia qualcosa di cui andare fieri, qualcosa che tutela la loro supposta supremazia nazionale nel mondo. Al negozio biologico da cui mi rifornisco a Olbia una signora del nord Italia dice che i sardi non hanno voglia di lavorare e di fare soldi (come invece al nord), perché ha saputo che si voleva aprire un supermercato Natura sì in questa città, ma nessuno si è prodigato per trovare uno spazio adeguato alle richieste di tale catena di distribuzione.

Questo modello sociale promosso da avidi ricchi impazziti (e seguito dai tanti che stupidamente provano a imitarli) sta decadendo, è già decaduto, solo che molti ancora non se ne accorgono. La società industriale, il produttivismo, sta portando al collasso ambientale e sociale, ormai è un fatto e non una mera teoria. L’individuo interessato più all’avere (che sia un’auto, un lavoro, una famiglia) che all’essere è un individuo fallito, che ha perduto il senso originario della vita. E la depressione prende il sopravvento nei più, celata dietro ai sorrisi finti nei selfie, dietro le maschere di cera delle signore imbellettate in giro per l’aperitivo a Porto Rotondo. All’innaugurazione della discoteca Country, sempre a Porto Rotondo, file di ragazzini di 20 anni anelano entrare, ma rimangono delusi e arrabbiati, perché senza invito e senza essere in lista non si entra. Torneranno a casa sognando un giorno di avere abbastanza soldi o fama tali da poter entrare per primi, guardando con godimento i ragazzini che non potranno entrare. In bella mostra all’ingresso un’auto sportiva da centinaia di migliaia di euro completa il quadro penoso della situazione. E anche io mi arrabbio, non perché desiderassi entrare chissà quanto, ma perché nemmeno lo avevano comunicato che ci fosse bisogno di un invito: tutto perfettamente studiato per creare una società divisa in inclusi e esclusi.

Una società falsa, superficiale, che produce individui incapaci di sostenere un dialogo sincero, autentico, incapaci di valorizzare le relazioni e saperle tenere: diverse volte mi è capitato di perdere un’amicizia o addirittura l’amore per una frase detta crudamente, per un comportamento duro ma determinato al crescere dell’altro, senza che l’altro abbia avuto il coraggio del confronto, la pazienza del crescere insieme, senza avermi dato valore, senza ascolto, senza considerare il mio comportamento nel tempo: quello stesso ascolto, quell’aiuto sincero e disinteressato che ho cercato sempre di dare, a me è stato più e più volte negato, spesso da quelle medesime persone che maggiormente lo hanno ricevuto. Quale miglior modo d’altronde di allontanarsi dalla verità che allontanare la persona che la dice o il dialogo autentico che porta verso di essa? Può sembrare un’affermazione arrogante, ma ho rifletutto a lungo e non posso che confermare tale mio punto di vista.

Tutto è merce, tutto è fugace, tutto è veloce: sembra di vivere in un incubo e invece è la terribile realtà dei nostri giorni, di come vive la maggior parte della gente.

La vita va vissuta come valore in sé, come gioia in sé, non con un fine specifico e prefissato: come si può vivere pensando che il nostro valore sia determinato dal costo dei vestiti che portiamo, dall’auto che guidiamo, dallo stipendo che prendiamo, da quanto sia avvincente il sesso con la o il partner (passione che dura al massimo qualche mese senza altruismo)? Come possiamo pensare che il nostro valore sia nell’amore che riceviamo invece che nella nostra capacità di amare? Tante persone continuano a vivere piene di illusioni, in una bolla che rapidamente scoppia, tormentate dai sensi di colpa, perché non ascoltano chi dice loro la verità, ma soprattutto non ascoltano la loro parte più vera, più genuina, quella verso il giusto e il reale. E ad ogni scoppio ricominciano da capo, senza imparare nulla, come una catena di montaggio dei sentimenti umani, in cui ogni pezzo viene replicato all’infinito, in una spirale senza fine che porta all’esasperazione, alla follia, al suicidio interiore.

Eppure l’essere umano tende naturalmente verso il bene, il miglioramento, il progresso spirituale oltre che materiale. Però perché tale sua natura emerga deve lottare oggi contro il modo di pensare della società capitalistica, in cui tutto è merce, tutto è questione di soldi, di produttività, di prevaricazione l’uno sull’altro per accaparrarsi il posto migliore, per acquistare per primi il nuovo smartphone: è tutto concorrenza, si diviene migliori non se si ammettono i propri errori, non se si è capaci di cambiare idea, ma se si ha un’idea talmente radicata da soggiogare l’altro, se non riuscendo a batterlo nel dialogo sicuramente battendolo nella capacità di diventare indifferente. Non si costruisce più insieme, non si è più in grado di relazionarsi gioiosamente.

Io non ci riesco, io non riesco ad essere indifferente, né alla signora sessantenne che cerca ancora l’avventura con il giovane plastificando il proprio corpo, persa nella propria malinconia e tristezza d’un passato costruito sulla certezza del “benavere”, ma privo di emozioni, né al giovane che pensa sia tutto una questione di denaro, sesso e potere, né all’amico che mi ha tradito o all’amore che non ha capito. Loro sono me, sono vita, nessuno esiste senza tutto. Tutto è sempre presente, è sempre interrelato, non esistono distanze, non esiste separazione.

Sono qui e ora, presente a me stesso, conscio che il mio agire può dare un contributo utile al cambiamento, pronto ad aiutare l’altro, a togliere sofferenza e dare gioia, dimostrando ancora una volta che l’essere umano non è un cancro nella natura, ma parte fondamentale dell’evoluzione della natura sulla terra.

Anche se dovessi rimanere l’ultimo a comportarmi in tal modo.

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Ricette

Seadas vegetariane

Le seadas (al singolare seada) sono dolci tipici della Sardegna a base di farina, formaggio e miele. Pare che il nome derivi dallo spagnolo, con il significato di “separata”, forse perché il formaggio viene fatto filare separandolo così dal siero.

Nella ricetta originale è presente lo strutto, ma siccome sono vegetariano l’ho sostituito (con risultati ottimi) con il burro.

Personalmente utilizzo tutti ingredienti biologici e possibilmente a km 0. Invito chiunque a fare altrettanto!

Ingredienti (per 6/7 seadas)

– 150 grammi di farina 00

– 150 grammi di semola di grano duro (è possibile anche usare solo la semola)

– 30 grammi di burro

– acqua quanto basta

– un pizzico di sale

– 400 grammi di formaggio fresco di latte di pecora o di vacca (in Sardegna si usa tipicamente la pischedda di latte ovino o, in sostituzione, il casu spiattatu di latte vaccino), prodotto con caglio vegetale (se si vuole una ricetta veramente vegetariana è indispensabile)

– scorza di due limoni

– miele millefiori quanto basta

Preparazione

1. Mescolare le due farine e un pizzico di sale con le mani

2. Aggiungere alla farina il burro, sempre con le mani

3. Sciogliere in un tegame il formaggio, fino a che non fila

4. Versare in un bicchiere il siero separatosi dal formaggio

5. Aggiungere il siero e acqua quanto basta a far diventare l’impasto elastico, ma non appiccicoso.

6. Mettere in frigo l’impasto per 30 minuti, dentro un contenitore ermetico.

7. Stendere la pasta con un mattarello e tagliarla a cerchi, aiutandosi con un piattino.

8. Porre il formaggio al centro del cerchio, chiudere con un cerchio sopra, premere ai lati con i rebbi di una forchetta.

9. Far scaldare bene l’olio in una padella.

10. Friggere per pochi secondi le seadas, girandole una sola volta.

11. Versare il miele sopra le seadas ben calde.

12. Servire immediatamente.

Buon appetito!

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Culture Scritti e poesie

Sardigna

Tornato da poco dalla Sardegna, ho scritto questa poesia in sardo logudorese; spero di non aver errato nella grammatica, nelle proposizioni e nelle locuzioni. Tutti coloro che conoscono la lingua sarda siano così benevoli da aiutarmi a correggerne gli eventuali errori.

sardegna golfo di marinella foto dario pulcini

Tuas laras
Savòre de murta
Tuos ojus
Biaittu claru
Tua pedde
Flore de lizu
Tuos sinus
Bancus de rena
Tuas gambas
Suerzu demasciadu
Tou animu
Granitu in su bentu
In rispettosu silenziu
Sardigna t’amo
Le tue labbra
Sapore di mirto
I tuoi occhi
blu chiaro
La tua pelle
petalo di giglio
I tuoi seni
Dune di sabbia
Le tue gambe
Sughera demaschiata
Il tuo carattere
Granito nel vento
In rispettoso silenzio
Ti amo Sardegna
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Musica

Procurade de moderare

Riporto il testo integrale (estrapolato dal sito ufficiale dei Tazenda www.tazenda.it) con traduzione a fronte di questa bellissima canzone reinterpretata dai Tazenda (di cui è uscito l’ultimo album, “Madre Terra”). Le parole sono rielaborate dal testo originale di Francesco Ignazio Mannu che le scrisse nel lontano 1794, come inno di protesta contro i feudatari. Il 28 aprile di quell’anno un’insurrezione popolare cacciò tutti i piemontesi dalla città di Cagliari. In Italia (e in Sardegna) le cose purtroppo sono tornate indietro, con altri mezzi (media, industrie, imprenditori), ma pur sempre con la stessa arroganza propria del potere. Ora è il momento di ritrovare e riunire quel popolo che riusciva a guardare con coraggio i potenti e che sapeva disprezzarli nella loro ingordigia di potere.

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