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L’importanza della scuola

«Non si troverà costituzionalista che passando in rassegna gli organi supremi che danno alla nostra costituzione la sua fisionomia caratteristica, senta il bisogno di menzionare tra essi la scuola: la scuola resta in secondo piano nell’ordinamento amministrativo (nell’ordinaria amministrazione, si direbbe), non sale ai vertici dell’ordinamento costituzionale. E tuttavia non c’è dubbio che in una democrazia, se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che a lungo andare la scuola è più importante del parlamento e della magistratura e della corte costituzionale. Il parlamento consacra in formule legali i diritti del cittadino, la magistratura e la corte costituzionale difendono e garantiscono questi diritti, ma la coscienza dei cittadini è creata dalla scuola; dalla scuola dipende come sarà domani il parlamento, come funzionerà la magistratura, cioè come sarà la coscienza e la competenza di quegli uomini che saranno domani i legislatori, i governanti e i giudici del nostro paese. La classe politica che domani detterà le leggi ed amministrerà la giustizia, esce dalla scuola; tale sarà quale la scuola sarà riuscita a formarla. Che la classe dirigente sia veramente formata, come è ideale democratico, dai migliori di tutte le classi, in modo che da tutti gli strati sociali, anche dai più umili, i giovani più idonei e più meritevoli possano salire ai posti di responsabilità, dipende dalla scuola, che è il vaglio dei cittadini di domani. A voler immaginare l’organismo costituzionale come un organismo vivo, si direbbe che il sistema scolastico equivalga al sistema emato-poietico: il sangue vitale che rigenera ogni giorno la democrazia parte dalla scuola, seminarium rei publicae. Proprio per questo, fra tutti i rami dell’amministrazione quello scolastico propone i problemi più delicati e più alti, per risolvere i quali non basta essere esperti di problemi tecnici, attinenti alla didattica, alla contabilità o all’edilizia, ma occorre soprattutto avere la consapevolezza dei valori morali e pedagogici che si elaborano nella scuola. dove si creano non cose, ma coscienze; e quel che è più, coscienze di maestri, capaci a loro volta di creare coscienze di cittadini»

Piero Calamandrei, 1889 – 1956, Padre Costituente

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Ken Robinson: la scuola di oggi uccide la creatività

“Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore” diceva il grande poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht. Ken Robinson, con leggerezza e profondità, in questa breve conferenza sostiene che, se non cambiamo il sistema educativo in maniera radicale, impediremo ai più giovani di poter essere pienamente se stessi, di far emergere i loro talenti così da poter affrontare il futuro con speranza. Sono in perfetto accordo con quanto sostiene Ken Robinson, una mente eccelsa dotata di un gran cuore da essere umano.

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Culture Diritto Umanesimo

L’educazione alla felicità e la Costituzione Italiana

Che significa educare? Ci viene in aiuto l’etimologia latina della parola, composta da la particella “e” che significa “da, di, fuori” e il verbo “ducàre”, “dùcere”, che significa “condurre, trarre”. Quindi educare significa aiutare il discente a far emergere il suo potenziale, a mettere in atto le sue capacità intellettuali e emotive. In sostanza quindi l’educazione è l’atto di dare gli strumenti idonei ad ogni persona per coltivare i propri talenti e per poterli valorizzare nella comunità in cui si vive.

Nell’attuale sistema educativo, soprattutto per via delle riforme legislative degli ultimi decenni, prevale sempre più l’idea dell’educazione come preparazione e formazione al lavoro. Non sarebbe un problema di per sé, se il sistema fosse orientato ad aiutare lo studente a tirar fuori le sue qualità intrinseche che poi potrà, se lo vorrà, tramutare in professioni, anche non ancora esistenti, a beneficio della comunità. E invece il sistema attuale adatta tristemente la scuola al mondo del lavoro, definendo standard di competenze ricalcate sulle esigenze dell’impresa privata, comprimendo quindi i talenti d’ognuno per incanalarli in un mondo del lavoro ormai egemonizzato sul fare impresa per guadagnare più soldi, in qualsiasi modo ciò avvenga, anche a scapito del bene della comunità. Una visione d’impresa ben lontana dalla filosofia aziendale di impresa sociale di Adriano Olivetti e dal doveroso interesse sociale come limite alla libertà di iniziativa economica privata statuito dalla Costituzione Repubblicana all’articolo 41.

Si è sostanzialmente perduto quindi l’obiettivo primario dell’educazione: aiutare l’individuo a coltivare liberamente, secondo le sue scelte, i suoi talenti.

Uso la parola “talenti”, al plurale, perché un altro danno enorme, prodotto dal sistema educativo dominante modellato sul sistema di lavoro industriale, è quello di puntare sulla specializzazione delle persone su una singola mansione. Per sua natura l’uomo è artista, artigiano e intellettuale: la specializzazione in un singolo ambito e in maniera sempre più restrittiva, impedisce di fatto all’individuo di coltivare tutte le sue capacità, che non possono certo essere ridotte ad una sola materia e/o una sola mansione.

Il sistema educativo dovrebbe essere incentrato sul condurre la persona verso la scoperta e liberazione delle proprie innate capacità per elevarle al loro massimo potenziale, in modo da poter portare un reale progresso materiale e spirituale nella comunità in cui vive.

Oggi se non hai un lavoro vieni considerato o un poco di buono o un fallito. Questo provoca in tanti giovani, in un paese come il nostro che ha una disoccupazione giovanile altissima, il desiderio o di fuggire verso paesi dove si sentono valorizzati o dove trovano più facilmente lavoro a prescindere dalle proprie qualità intrinseche.

Nulla di più insensato: è proprio per via di questo modello educativo fatto di standard e specializzazione a fini di adattamento all’esistente sistema del lavoro, che troviamo l’incapacità della nostra comunità di superare brillantemente le problematiche più urgenti, dalla crisi economica, a quella sociale e ambientale, provocate proprio dall’attuale sistema del lavoro.

Eppure la nostra meravigliosa Costituzione Italiana, pur non parlando esplicitamente di felicità, implicitamente ne esprime il senso più profondo. Difatti l’art. 3 statuisce che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E qui ritroviamo tutto quanto precedentemente detto. Gli ostacoli, in questo caso un certo modo d’intendere il sistema educativo, che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e vanno necessariamente rimossi. Questo perché è nel pieno sviluppo della persona, delle sue capacità, dei suoi talenti, che è possibile garantire  l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. E quale altra felicità può esistere per un individuo se non sentirsi partecipe tramite il proprio ruolo politico, economico e sociale alla crescita della propria comunità? Sentirsi persona valida e utile al benessere comune, oltre che al proprio, significa sentire pienamente soddisfatto il desiderio fondamentale di dare senso e valore alla propria esistenza. Ciò genera una felicità duratura, che si coltiva ogni giorno quando si ha lo spazio di sbagliare e riprovare, di perfezionarsi, senza sentirsi continuamente giudicato, deriso o condannato (ad essere un poco di buono, un mediocre, un inetto).

I temi fondamentali della pedagogia elaborata dal filosofo e educatore giapponese Tsunesaburo Makiguchi racchiudono sapientemente in maniera integrata il concetto di educazione alla felicità: in primo luogo, l’educazione deve basarsi sui bisogni quotidiani delle persone; in secondo luogo, deve mantenere l’obiettivo della felicità intesa come lo sviluppo di una coscienza sociale e della consapevolezza che chiunque ha il diritto di essere felice; in terzo luogo, deve aiutare a sviluppare il potenziale creativo che esiste in ogni essere umano.

Ancora oggi il lavoro dell’artista non viene considerato tale, l’artigianato sta scomparendo, sostituito dall’industria produttrice di oggetti seriali a obsolescenza programmata, l’intellettuale è considerato o un radical chic utile al vezzo dei pochi che capiscono le sue bislacche elucubrazioni o, ancor peggio, al servizio del potere economico per creare quel pensiero unico capace di sostenere l’attuale modello di sviluppo palesemente insostenibile. Non può esistere nell’immaginario collettivo, inculcato dai media al servizio del potere economico,  un contadino, uno spazzino, un elettricista, un impiegato, che coltivino le loro capacità di artisti, artigiani e intellettuali nel loro lavoro. Se hanno di queste pretese che le coltivino nel poco tempo libero lasciato a disposizione dalle esigenze della produzione industriale.

Proprio in ciò è ravvisabile l’effetto fondamentale del sistema didattico attuale: le qualità di artista, artigiano e intellettuale, insite in ogni singolo individuo e con caratteristiche peculiari derivanti dalla personalità unica di ognuno, invece che essere  valorizzate vengono considerate al massimo delle attività in cui dedicarsi nel (poco) tempo libero, salvo i rari casi in cui faccia comodo al sistema economico dominante. Questo si evince dall’imporre, tramite i mezzi di comunicazione di massa, un manipolo ristretto di persone prive di valore artistico o opere di bassissimo contenuto culturale portandole alla fama e al successo; dal relegare l’eccellenza della produzione artigiana a bene di lusso, riservata ai pochi ricchi che se la possono permettere; dal far passare per intellettuali persone prive di ogni capacità critica e di qualsivoglia idea originale, ben aderenti al pensiero unico dominante per cui l’attuale è il migliore dei sistemi economici, politici e sociali possibili.

La prevalenza dell’interesse economico privato su ogni altro valore sta distruggendo la socialità, il saper fare insieme e bene, il piacere di fare per il desidero di fare e non per un risultato determinato a priori. Molte delle scoperte scientifiche, molte delle opere artistiche che hanno saputo emozionare nei secoli, molte delle invenzioni che hanno cambiato in meglio la vita dell’uomo, provengono proprio dall’aver sfidato i pregiudizi e i preconcetti, dall’aver liberamente creato andando oltre il limite del già conosciuto, del già esperito.

Ivan Illich, scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco scrive che nel sistema industriale c’è un uso della scoperta che conduce alla specializzazione dei compiti, alla istituzionalizzazione dei valori, alla centralizzazione del potere: l’uomo diviene un mero ingranaggio della burocrazia. Ma c’è un secondo modo di mettere a frutto l’invenzione, che accresce il sapere e il potere di ognuno, consentendo a ognuno di esercitare la propria creatività senza per questo negare lo stesso spazio d’iniziativa e di produttività agli altri. «Se vogliamo – continua Illich – poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iper-industriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. Esistono delle soglie che non si possono superare. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota. Oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione e comincia la grande reclusione.»

Illich chiamava società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un gruppo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale per Illich è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni. L’uomo a cui pensava Illich non era un uomo che vive solo di beni e servizi, ma della libertà di modellare gli oggetti che gli stanno attorno, di conformarli al proprio gusto, di servirsene con gli altri e per gli altri.

Inoltre spesso, con grande cecità, la visione dell’educazione è concepita come un percorso meramente scolastico e accademico, quando invece l’educazione è il risultato di tre elementi determinanti: la scuola, la famiglia, l’ambiente (sociale, culturale e naturale).

Un sistema educativo che si pone quale sostituto dell’educazione familiare e, attraverso la creazione di modelli standard, completamente avulso dal contesto, è una mera illusione. Il risultato di questa visione porta all’espressione delle pulsioni creative giovanili sempre più al di fuori del contesto familiare e scolastico, quindi completamente in disarmonia con la realtà che circonda i giovani. Ciò porta ad una infelicità diffusa, finanche alla depressione, perché il giovane non si sente compreso e aiutato nell’emersione della sua personalità, dei suoi talenti, ma emarginato se non segue gli standard imposti, cui non può essere mossa alcuna critica. Il giovane è talmente indottrinato dal dovere di studiare al solo fine, avvilente, di far soldi, da non chiedersi nemmeno più quali sono i suoi talenti, quali i suoi sogni.

L’educazione, oggi per lo più tesa ad annichilire le divergenze, pensando che ciò porti come risultato la creazione di una comunità ben organizzata, quando in realtà uccide ogni pulsione al progresso che sempre spinge l’agire l’essere umano in età giovanile, deve tornare a pulsare di energia vitale: e questo è possibile solo se si lascia ai giovani la possibilità di esprimere il loro dissenso, a dar valore alla loro capacità critica costruttiva della realtà esistente, incentivandoli ad assumersi con responsabilità e indipendenza il loro percorso formativo. Ciò porterà certamente a nuove generazioni capaci di costruire modelli di pensiero divergenti, dove non c’è una soluzione preconfezionata, ma tante possibili soluzioni che possono essere esperite e quindi considerate o meno valide attraverso un dialogo costante con i propri simili ad ogni livello: scuola, famiglia e comunità.

Il cambiamento del paradigma educativo è necessario quindi per dare speranza e futuro all’umanità.

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Società Umanesimo

Il rimedio è la povertà – Goffredo Parise

C’è chi ha capito l’essenziale già quaranta anni fa.
L’articolo che riporto è una perla di saggezza, che individua nei comportamenti e nella mentalità delle persone comuni la genesi e la responsabilità della situazione drammatica che ancora oggi viviamo.
Attualmente sto vivendo il “rimedio” che Parise propone (e non sono l’unico) senza alcuna sofferenza, anzi con estrema gioia.
Nello spogliarsi del superfluo si rivela l’essenziale, ciò che veramente ha valore.
Dal cambiamento individuale parte il progresso. L’evoluzione parte da chi non accetta supinamente le regole imposte dal fantomatico “mercato”, che in realtà altro non è che il frutto dello stupido e gretto egoismo di molti; molti che vivono penando ogni giorno, smettendo di sorridere alla vita, odiandosi l’un l’altro.
Personalmente ho deciso di non smettere di sorridere: decido di voler vivere veramente, migliorando ciò che penso e che faccio ogni giorno.
Insieme agli altri, in mezzo agli altri, vivendo dell’essenziale.
Non c’è gioia più vera.
 
“Il rimedio è la povertà”
di Goffredo Parise – 30 giugno 1974
«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”. Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo. Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà. Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”. Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione. Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà. Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo. I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo. La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona. Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».
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