La pietà degli uomini, se ancora ne rimane

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Dedico questa bellissima canzone di Fabrizio De André a tutti coloro uomini meschini, dai più piccoli commercianti ai più grandi imprenditori, dai più insospettabili sconosciuti uomini ai più celebri, che abusano del loro potere, piccolo o grande che sia, per gli effimeri piaceri materiali, che condannano alla povertà milioni di individui per avidità nell’accumulo di ricchezze, così forse potranno ricordare che solo la compassione potrà portare alla vera felicità il genere umano, ché il loro inferno sarà la morte, a cui non potranno porre rimedio alcuno. Dedico, prendendole a prestito da un uomo che mai rinnegò il suo cuore, queste parole, a tutti coloro che pensano al successo, illusi di poter essere felici compromettendo la loro vita, le loro idee, le loro azioni, le loro parole, con il potere, quando non rimarrà di loro (di noi) che un cumulo di polvere disperso nel vento. Dedico questo testo a tutti coloro uomini ipocriti e abietti che difendono i disonesti pur di mantenere il loro consenso, la loro benedizione, per stupida brama di avere, per non riuscire più a piangere dal cuore nel vedere questa umanità che soffre e che incessantemente chiede solo pace e armonia, che lotta ancora oggi per sopravvivere, per un sorso d’acqua, per un tozzo di pane. E la dedico infine a me stesso, per ricordarmi sempre fermamente da che parte stare.

“Uomini senza fallo, semidei 
che vivete in castelli inargentati 
che di gloria toccaste gli apogei 
noi che invochiam pietà siamo i drogati. 

Dell’inumano varcando il confine 
conoscemmo anzitempo la carogna 
che ad ogni ambito sogno mette fine: 
che la pietà non vi sia di vergogna. 

Banchieri, pizzicagnoli, notai, 
coi ventri obesi e le mani sudate 
coi cuori a forma di salvadanai 
noi che invochiam pietà fummo traviate. 

Navigammo su fragili vascelli 
per affrontar del mondo la burrasca 
ed avevamo gli occhi troppo belli: 
che la pietà non vi rimanga in tasca. 

Giudici eletti, uomini di legge 
noi che danziam nei vostri sogni ancora 
siamo l’umano desolato gregge 
di chi morì con il nodo alla gola. 

Quanti innocenti all’orrenda agonia 
votaste decidendone la sorte 
e quanto giusta pensate che sia 
una sentenza che decreta morte? 

Uomini cui pietà non convien sempre 
male accettando il destino comune, 
andate, nelle sere di novembre, 
a spiar delle stelle al fioco lume, 
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti, 
muover le tombe e metterle vicine 
come fossero tessere giganti 
di un domino che non avrà mai fine. 

Uomini, poiché all’ultimo minuto 
non vi assalga il rimorso ormai tardivo 
per non aver pietà giammai avuto 
e non diventi rantolo il respiro: 
sappiate che la morte vi sorveglia 
gioir nei prati o fra i muri di calce, 
come crescere il gran guarda il villano 
finché non sia maturo per la falce. 
 
CORALE 
(Leggenda del Re infelice) 
C’era un re 
che aveva 
due castelli 
uno d’argento 
uno d’oro 
ma per lui 
non il cuore 
di un amico 
mai un amore né felicità. 

Un castello 
lo donò 
e cento e cento amici trovò 
l’altro poi 
gli portò 
mille amori 
ma non trovo 
la felicità. 

Non cercare la felicità 
in tutti quelli a cui tu 
hai donato 
per avere un compenso 
ma solo in te 
nel tuo cuore 
se tu avrai donato 
solo per pietà 
per pietà 
per pietà…”

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