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Lettera al popolo palestinese

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Ragionate, popolo palestinese. Sono decenni che venite martoriati dal governo israeliano, il quale si è macchiato dei più efferati delitti, senza mai esser condannato dall’ONU, per il diritto di veto del governo statunitense (che sostiene economicamente e difende lo Stato di Israele per meri interessi geopolitici ed economici); l’ultima sanguinosa macchia di tale governo è stato attaccare in acque internazionali una nave di volontari provenienti da tutto il mondo per portare aiuti al popolo palestinese, una macchia che rimarrà nella coscienza di ogni israeliano che non agisce per far finire ogni efferata violenza da parte del proprio governo, una strage di una gravità inaudita. Migliaia dei vostri figli sono poveri, denutriti, vivono una condizione che nessun essere vivente merita, tanto più se si tratta di bambini, mi scorrono lacrime al solo pensiero. Sono decenni che lottate duramente, con i pochi mezzi a disposizione e contro uno dei più potenti eserciti del mondo, con scarsi risultati e molte vittime da entrambe le parti (non c’è bisogno di contare i morti, ogni morte violenta è di per sé ingiusta).

Vi lancio una proposta: perché non smettete per un anno intero ogni violenza? Perché attendere che siano gli israeliani a smettere per smettere voi? Se veramente credete nella causa palestinese, nella vostra libertà e nel vostro diritto inalienabile di autodeterminazione, cosa costa dopo decenni provare per un solo anno una nuova strategia pacifica? È un gesto difficile (è difficile non aver rabbia quando si soffrono abusi d’ogni tipo), ma più radicale e influente, vincereste senza neppur combattere! Cosa potrebbe a quel punto fare il governo israeliano, come potrebbe giustificare ogni suo atto bellicoso? Cosa avete da perdere?

Non si può costruir la pace con la guerra, è come accendere il fuoco con l’acqua, non c’è altro modo al mondo per questa umanità che comprendere l’importanza della non violenza per progredire verso un futuro armonioso e pacifico.

Non vi sono altre armi, non c’è altra possibilità, che non cedere alla violenza: bisogna essere attivamente pacifisti, denunciando con anche l’ultimo fiato in gola ogni ingiustizia perpetrata in ogni parte del mondo, rivendicando il diritto di ogni singolo essere umano alla più alta felicità e realizzazione, in una società mondiale basata sul rispetto e la comprensione, sul dialogo e la cooperazione.

E non c’è domani o ideale o utopia per la sua realizzazione, non è una meta, il futuro è determinato in maniera assoluta dalle scelte di oggi.

E se ogni singolo individuo lotta dentro se stesso per un mondo di pace interiore e esteriore, se ogni singolo individuo comprende l’inscindibile relazione con ogni altro essere umano, con ogni cosa nell’universo, allora la guerra sparirà dalla terra anche in un sol giorno: è la volontà ferrea di pace a far scatuire il migliore dei mondi, il paradiso qui e ora, su questa medesima terra che tutti calpestiamo, in questa aria che tutti respiriamo, in quest’acqua che tutti beviamo, nell’amore incessante per la vita, che tutti e tutto sostiene.

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Di Dario Pulcini

Studio, lavoro, creo, socializzo, amo.

4 risposte su “Lettera al popolo palestinese”

Si, ho lavorato per molto tempo in un campo profughi dove giornalmente l’esercito di occupazione israeliano arrestava qualcuno. Ogni amico aveva un familiare ucciso o in prigione… ogni famiglia una storia tragica di esilio e una chiave di una casa nella quale non potrà più tornare…
Mi sembra davvero fuori luogo chiedere alle vittime di una pulizia etnica di rinunciare a una forma di resistenza, anziché chiedere al carnefice di fermare la mano sporca di sangue.
Ti consiglio il bel libro dello storico israeliano Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi editore. Comunque non voglio convincere nessuno… come dice il mio amico Said: basterebbe passare 4 giorni in un campo profughi e altri 4 in qualunque città israeliana per mettere realmente a fuoco la “questione mediorientale”.

Ti ringrazio per le informazioni, mi sono molto utili per capire meglio la situazione palestinese e sono sicuro della tua buona fede. Però io non chiedo proprio al popolo palestinese di rinunciare a resistere, ma bensì di usare una strategia di resistenza diversa visto che tutte le altre in decenni hanno fallito. Ancora non hai risposto alla domanda fondamentale: cosa c’è da perdere?

belle parole per uno che non ha mai vissuto in un campo profughi, che non ha mai avuto un caro della propria famiglia imprigionato o ucciso da una forza occupante!!
Ogni pratica resistente che sovverta i meccanismi di oppressione è una pratica di libertà quindi non-violenta.

Ciao Boris,
Ma tu sei vissuto in un campo profughi o hai avuto cari imprigionati o uccisi da una forza occupante? Ti chiedo ciò solo per capire il senso del tuo commento. Comunque ogni pratica violenta è violenta, che poi si possa disquisire se la violenza abbia o meno un senso, una possibilità di giustificazione, è altro conto. Ciò non toglie che la “pratica resistente” del popolo palestinese, ad oggi, non abbia portato risultati risolutivi in un conflitto che vede il popolo palestinese sempre più martoriato. Perché non provare altre modalità, cosa c’è da perdere arrivati a questo punto?

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