Renato Crotti in attesa di un pullman

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Vorrei narrare la storia di un imprenditore, Renato Crotti e del suo libro, “In attesa di un pullman”. Ho trovato tale libro allindirizzo http://www.socialismo.it: il Crotti o chi per lui ha preso tale dominio con l’intento per nulla mascherato di ingannare gli internauti.

Non faccio questa critica al suo libro per attaccarlo o per denigrarlo, ma per cercare di far capire come un essere umano si possa ingannare per un’intera vita, senza mai vedere la realtà con la dovuta saggezza, giudicando e condannando uomini e idee per partito preso, per scelta di parte. Io sono comunista, ma prima di tutto un essere umano e credo fermamente in quei valori etici che dovrebbero essere propri dell’uomo in quanto tale. Ma la vita e l’ego possono ingannare, possono farci vivere una vita di illusioni e di convinzioni, che nulla hanno a che vedere con la realtà, ma solo con la nostra visione egoistica di un mondo per noi fatto a nostra immagine e somiglianza. Mi auguro che il lettore possa capire come si può manipolare la realtà, come si possa arrivare alla terza età non avendo ancora capito il senso della vita, la necessità della ricerca assidua della verità per essere felici.

Premetto che, qualora leggerà queste mie righe, il Crotti mi definirà (come ha fatto con altri) radical-chic, ma non me la prenderò, perché so che è un uomo piccolo che si sente grande, che non vede la realtà in toto, che non ne ha nessuna coscienza, che basa la sua vita narrando una storia parziale, definendosi un imprenditore idealista: di cosa non si sa, visto che il mondo del capitale è quello che governa il mondo d’oggi e per ora si vede solo miseria e sfruttamento, con l’aggiunta di un’allarmante situazione ambientale, dettata proprio dall’esasperazione della produzione.

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Il Diritto del Cittadino

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Il reale problema nell’ambito del diritto italiano odierno consiste nella estrema difficoltà della conoscibilità della norma e nella complessità abnorme del sistema.

L’antigiuridicità intesa al riguardo dell’intero ordinamento, basata sui principi costituzionali, è stata via via adattata ai vari rami del diritto, dando luogo a dibattiti dottrinali mai sopiti e che quasi sempre derivano da intrinseci problemi del sistema stesso, dalla sua vetustà e disorganicità. La complessità del sistema giuridico italiano, inteso come insieme di norme ha raggiunto un grado tale per cui risulta sempre più difficile la distinzione tra “giusto e sbagliato” in tale ambito, tra norma anacronistica e norma vivente. Il risultato è una totale impossibilità per il comune cittadino (a cui si rivolgono e si debbono rivolgere le norme) di districarsi nel labirinto legislativo, fatto di leggi, d.l., d.lgs. a volte anche contraddittori tra loro, a trovare certezza del diritto, quest’ultimo principio cardine di uno stato moderno.

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Ciranda

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Immagine dal sito: http://maiovinteeseis.blogspot.com/2006/03/lembrana.html 

La ciranda è una danza brasiliana tipica da spiaggia, più precisamente parte della cultura delle spiaggie situate a Nord di Pernambuco, stato del Nord Est brasiliano. La sua origine però non si restringe alla zona litoranea, ma comincia simultaneamente anche nella zona interiore della Mata Norte. E’ fondamentalmente un ballo di gruppo disposto a forma di ruota, un ballo comunitario a cui tutto il popolo può partecipare senza distinzioni di sorta. Ho conosciuto questa danza da una canzone, Ciranda Do Mundo (la cui origine del testo si perde nella notte dei tempi), di cui ho sentito una versione cantata da Maria Rita (figlia di Elis Regina) e un’altra versione da Pedro Luis; il significato è tanto semplice quanto splendido, esprimendo in maniera semplice il continuo movimento della vita ove tutto è dinamico e è solo il proprio punto di vista egoistico che porta a definire staticamente il bene e il male (e quindi a giudicare), poiché l’unione dinamica delle persone può mutare qualsiasi male in bene; per questo desidero riportare qui sotto il testo, in portoghese e tradotto, tra parentesi, in italiano:

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Il papa all’università

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  • Sto leggendo ora la notizia su l’apertura dell’anno accademico all’Università La Sapienza di Roma e sulla (mancata) presenza del papa. Credo che questa sia una grande vittoria di civiltà degli studenti e dei docenti che si sono fermamente opposti a questa visita e l’ennesima dimostrazione che uniti si vince. Il papa dovrebbe a mio parere andare all’università, non come ospite, ma come studente. E non nelle sue belle università cattoliche da migliaia di euro l’anno, per i figli dei ricchi cattolici, ma nelle università statali. Dovrebbe fare le ore di fila in segreteria per avere informazioni, dovrebbe farsi qualche lezione in aula con trecento persone e cento posti a sedere disponibili, dovrebbe farsi dieci ore in piedi per fare un esame. 
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Vive la France!

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In questi giorni grandi scioperi e mobilitazioni sono in atto in Francia. Dovremmo imparare dai francesi cosa significa democrazia e cosa significa essere un popolo. Innanzitutto in Francia il diritto allo sciopero è reale, non come da noi che i sindacati indicono scioperi di quattro ore, ogni anno grosso modo sempre nello stesso periodo, sempre per le stesse tematiche e poi al tavolo con governo e industrie chinano il capo (vi ricordate la mobilitazione dei giovani francesi contro i contratti di primo impiego nel 2006? Alla fine il governo di Villepin ha dovuto fare un passo indietro: in Italia è dal 97 che abbiamo i contratti di lavoro interinale e da noi il 60% dei lavoratori sottopagati ha meno di 25 anni, ma pare che nessuno si lamenti più).

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Genova ’01 – Genova ’07: Z

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Io in quei giorni fatidici di Genova fui lì. Fui lì, come la stragrande maggioranza delle persone, per chiedere giustizia e equità sociale, non solo per l’Italia, ma per il mondo intero. Vidi frati, famiglie, giovani, anziani, musici, professori, operai, giocolieri, volontari provenienti da tutte le parti del mondo e sentii forte dentro me la speranza d’un futuro migliore. Poi l’omicidio e il massacro alla Diaz: il velo nero del potere e l’impotenza mi rapirono l’animo. 

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La violenza, la politica, lo Stato di Diritto, il calcio

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Molte riflessioni si possono fare sui più recenti accadimenti riguardanti l’omicidio di un ragazzo, in ambito di tifoserie calcistiche, da parte di un elemento delle forze dell’ordine. Innanzitutto è folle, in conseguenza di un accadimento del genere, dare più poteri alle forze dell’ordine, quando il problema è di natura sociale e politica e soprattutto quando è evidente che le forze dell’ordine in Italia non hanno la preparazione necessaria per affrontare problematiche di tal guisa. Se ogni qual volta avviene un fatto tragico di morte in contesti sociali pubblici si inasprisce la repressione dello Stato, si delega all’uso della forza la soluzione di problemi sociali piuttosto che all’uso della prevenzione e del controllo preventivo, si sradica inoltre il sistema costituzionale che dà l’obbligo (come minimo etico) di indirizzo sociale (nella forma di soluzioni di tutela dei beni protetti basate sull’educazione piuttosto che sulla coercizione) a chi è delegato per questo dal popolo, ossia il Parlamento e il Governo. 
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Della marjiuana e delle libertà

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Basta con le ipocrisie. Quante volte abbiamo sentito di un suicidio, un assassinio, una rapina, una frode, come azioni causate dall’abuso di marijuana? La risposta è univoca: MAI. Quale è il compito di uno Stato? Assicurare il benessere psico-fisico del popolo in ogni sua individualità. Per questo è nato il parlamento votato dai cittadini: per dare a tutti l’opportunità di scegliere cosa è giusto o sbagliato, come valutare la gravità delle azioni dei singoli in funzione della dannosità sociale, del reale danno portato all’armonia sociale. E perché viene criminalizzata una pianta quando per miseria, ignoranza, depressione, dolore, lavoro, in Italia muoiono migliaia di persone, da sembrare di vivere in una guerra:
–  Nei luoghi di lavoro: 1.250 morti, 935.500 feriti (Dati INAIL 2006)
–  Incidenti stradali: 5.426 morti, 313.727 feriti (Dati A.C.I. 2005)
– Cure mediche sbagliate: dai 14.000 ai 50.000 morti (Dati Federfarma 2006)
– Tabacco: 80.000 morti (ADUC 2006)
– Alcol: 24.000 morti (ADUC 2006)

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