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Chegando ao Brasil (arrivando in Brasile)

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  • Sono ormai più di venti giorni che sono arrivato in Brasile, la terra di mia moglie e della sua (numerosa) famiglia. E da giorni passeggio per le vie di Rio De Janeiro, come nella Rua Prudente De Moraes, sita tra Ipanema e Copacabana nella Zona Sul, la parte più commerciale e famosa di una delle città più grandi e popolose del mondo. E’ affascinante il lungomare della città, la Avenida Vieira Souto, dove si può correre, andare in bici o in spiaggia, visibile interamente da Arpoador, un piccolo promontorio a lato della spiaggia di Copacabana. Tutti quanti mi hanno parlato dell’allegria della gente di qui, della sua ospitalità.
  • Ma la gente non è così allegra, lavora tutto il giorno per uno stipendio il più delle volte insufficiente a coprire le esigenze della vita quotidiana, nel caldo afoso soffocante del Centro. E chi non ha la fortuna di avere un lavoro, vive nelle favelas, sparse un pò ovunque, luoghi dove i trafficanti comandano e la polizia giunge il più delle volte solo per uccidere e intimidire. La Rio De Janeiro tanto decantata dalle agenzie di viaggi per chi ci vive non è questo splendore, almeno per chi non si può permettere di abitare a Leblon, a Ipanema, a Lagoa, a Copacabana o a Barra Da Tijuca, quest’ultimo quartiere dove non di rado si possono vedere tre o quattro elicotteri privati che trasportano i ricchi emergenti, dove gli Shopping Center sono grandi come interi quartieri, pedissequa copia delle città statunitensi (c’è anche una piccola statua della libertà di fronte uno di essi).
  • La sofferenza nell’osservare certe cose è ineguagliabile: vedere bambini dormire per le strade (piene di negozi inaccessibili per la maggioranza delle persone) con la maglietta vicino al naso per sniffare colla e non sentire la fame, dove tutti adorano la favela di Rocinha (la seconda più grande dell’america latina), ma solo da lontano, perché non ti ci puoi nemmeno avvicinare, protetta come è dai banditi (anche bambini) con armi da far impallidire un esercito. In questa città, in questo immenso stato (grande 28 volte l’Italia) il contrasto tra ricchezza e povertà è per la gente di qui quasi normale, tanto che il principale telegiornale della Rede Globo, equivalente della Mediaset in Italia, non ne parla più, attento più a discreditare Cuba e Venezuela con il beneplacito del 1% ricco e potente (arrivando addirittura a non parlare nemmeno per un secondo della nuova recente costituzione boliviana), piuttosto che guardare l’indescrivibile sofferenza dell’umanità di questa parte di mondo. E la classe media vive con la paura ad ogni passo di venire assaltata dai banditi, di giorno come di notte, anche nei quartieri ricchi. Puoi vedere passare accanto a te una Limousine di venti metri con i vetri scuri, con dentro cinque televisori e subito dopo un carretto portato a mano pieno di cartoni. E’ il capitalismo e l’individualismo concentrati ai massimi livelli e contemporaneamente è musica, ballo, canto, spiaggia, mare, natura. E’ tutto assieme, il limite tra il bene e il male sempre più sottile, così come il limite tra le favelas e i barrios ricchi.
  •  Ma quando è musica è musica di tutto un popolo, è l’esperienza più emozionante; giri l’angolo e ti ritrovi in un locale del quartiere di Lapa dove persone dai 16 agli 80 anni si ritrovano insieme a cantare e suonare uno chorinho o una samba e bere birra. Qui a Rio il Carnevale già è in preparazione, numerosi sono i concerti di prova per l’evento più atteso dell’anno, per quella settimana di festa e follia da cui non puoi sfuggire.
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Di Dario Pulcini

Studio, lavoro, creo, socializzo, amo.

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